Elodia Rossi

parliamone

Gen
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Ho letto tante considerazioni, alcune ingiurie, altrettante strumentalizzazioni, ma non sono qui a scrivervi col senso del rancore. Sono profondamente vicina al mondo della Natura e da essa, dal comportamento animale che ne è privo, ho appreso l’inutilità di questo sentimento. Aborro il rancore, considerandolo il peggiore, il più inutile, il più deleterio degli “animus” umani.

Dunque vi parlo come si può parlare agli amici.

Chi esercita il mio mestiere, quello del fare architettura, è ben abituato a ricevere considerazioni d’ogni tipo e natura. E più si è in vista – come nel caso di coloro che sono considerati archistar (ossia gli architetti molto famosi della contemporaneità) – più si è soggetti a qualsivoglia tipologia di critica.

Né ha senso, in generale, rispondere. Né mai lo avrei fatto, in altri casi. Ma è il mio Paese, quel Paese che tanto io amo e che vedo procedere inesorabilmente verso un oblio fatto di poca attenzione e conoscenza, fatto di chiusura al futuro, fatto di ostruzione all’avvicendarsi delle epoche, fatto di trascuratezza per ciò che vale (si sono lasciati crollare edifici degni di conservazione senza alcun rimpianto, cosa di cui intendo parlare a lungo) e sorprendente esaltazione di ciò che non conserva alcun merito. Oblio fatto invero di grande abilità nel confondere ciò che è vecchio con ciò che è antico.

E tutto questo prescinde dai sentimentalismi, dai ricordi che meritano certamente rispetto, ma non possono divenire ostruzione per la crescita. D’altro canto, spero che Foscolo abbia insegnato qualcosa a noi tutti, spero che abbia tramandato l’interpretazione – quella vera – del ricordo.

Dunque non posso tacere, almeno per questa volta, nella speranza di riuscire a trasmettere un pizzico di curiosità che si traduca in voglia di studio, di analisi, di conoscenza.

Tocca a me ora mostrarvi la fontana rimossa. Quella fontana che ha sollevato tanto sdegno per essere stata sostituita. Quella fontana che è stata presentata sulle pagine facebook con foto suggestive ai chiari di luna (onore al fotografo), tanto da oscurarne la vera essenza e farla apparire bella e soave, quasi poetica, annebbiando perfino alcuni altri disastrosi elementi del contesto urbano. Ed è stata posta a confronto con una foto distorta (perfino negli equilibri metrici) della nuova fontana, peraltro ancora lontana dalla compiutezza costruttiva e decorativa. Spero (per l’onore di chi se ne è occupato) che non sia stata una mossa strumentale. Ma poco importa.

E di qui, fiumi di parole, errate disquisizioni su epoche (ricordo che la modernità inizia nella metà del Quattrocento e termina quantomeno nell’inoltrato Settecento), alterate interpretazioni di stili e via dicendo.

Torno al dunque e procedo con illustrarvi alcune foto reali, alla luce del giorno e senza alterazioni, della vecchia fontana anni ‘80.

Eccola in tutto il suo reale (e regale) splendore, impiantata su una improbabile aiuola, quale quarcio di un’orrida pavimentazione sconnessa in betonelle (conci cementizi nati per aree industriali o spazi carrabili secondari). Un grigiore dal sapore dell’esasperazione, all’interno di un luogo (il nostro Paese) che storicamente ha ospitato la pietra chiara, in basolati o conci a seconda delle esigenze. E questo per chi ha il coraggio di affrontare i temi del contesto.

Ma vado avanti e passo ai particolari, dal basso verso l’alto.

Queste sono le vasche. Ingrandendo l’immagine, basta dare un’occhiata all’inclinazione dell’acqua nella vasca più bassa per capire che la fontana aveva un serio cedimento alla base, tanto da essere fortemente inclinata (e non è la Torre di Pisa). Con un pizzico di attenzione, guardando l’esterno della vasca, si notano varie pezzature cementizie – una delle quali davvero molto grande – dimostrative di interventi di rattoppo eseguiti per tamponare bucature e fratture (presenti anche sul bordo). Tant’è che la vasca più bassa non ha retto alla rimozione e si è sgretolata. Più in basso si vede il cono di sostegno: elemento disconnesso dal corpo della vasca. Questo per dirvi che non si tratta di un’opera scultorea, ma di incollaggi di elementi vari, realizzati con stampi. Ne parlo più avanti.

Questa è la vasca più alta, con colonna e capitello (semmai si riuscisse ancora a percepirne la conformazione) che la sostengono. Più in cima emerge fiera la tubazione dell’impianto ferreo di irrigazione a vista (mamma mia!). L’insieme è corroso, colmo di muschi e licheni – alghe, cianobatteri e funghi di varie specie, altamente deteriorato e visivamente impresentabile. Qualcuno potrebbe pensare che simili agenti aggressivi avrebbero potuto essere rimossi. Ebbene, no (a parte i muschi che tenderanno a staccarsi in assenza di acqua). Perché non si tratta di un manufatto marmoreo o di pietra o di altro nobile materiale, piuttosto di un impasto ambiguo e perfino preoccupante (come più avanti spiegherò) a base cementizia, ormai parzialmente polverizzata e dunque irrecuperabile. Ogni azione di restauro, con specifici acidi o con idrosabbiature (tecniche privilegiate per la pulitura dei monumenti), sortirebbe il solo effetto di devastare l’impasto ancora più a fondo. Il solo orizzonte conseguibile sarebbe quello di vederla un po’ meno lurida, magari agendo con puliture superficiali, così evidenziando ancor più il deterioramento. Ma ci sarà pure chi incredibilmente pensa che la conservazione di un tale quadro batteriologico dia una percezione di “antichità(?)” al prezioso oggetto. Varrebbe la pena chiedersi perché non si lascino aggredire i veri monumenti, degni di essere chiamati antichi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Procedo con i particolari. Qui sopra, a sinistra, c’è la colonna. Riuscireste a individuarne la composizione? Osservate, tra l’altro, la frattura cementizia con mancanza di materiale riempitivo.

A destra è il Capitello e vale la pena dichiararlo, dubitando che si riconoscerebbe. Corroso fino all’incredibile. D’altro canto, in questi dozzinali manufatti cementizi, destinati a durare poco per scadente composizione (valutato anche il costo – basti esaminare il web o recarsi presso uno dei tanti rivenditori di zona), dopo aver eseguito i calchi per tronchi, si procede a sommarie rifiniture con l’utilizzo di cementi bianchi o gessi.

Bene. Qui siamo agli esterni della vasca più alta. Al di là delle fratturazioni strutturali, delle assenze e alterazioni di materiali, vi prego di esaminare la composizione dell’impasto. Si tratta di cemento grigio mescolato a ghiaie, vetri variopinti di bottiglie frantumate, ulteriori derivazioni di scarto edile e altro ancora. Qui mi soffermo un attimo, chiedendo ai più sagaci di osservare bene e riconoscere presenze di materiali frantumati oggi vietati dalla legge per via della dannosità ambientale che generano. Giacché non è tutto oro quel che luccica, né brillante, né smeraldo, vi chiedo: il mio Paese merita tanto?

Questo è l’interno della vasca più alta, dopo aver tolto l’acqua, laddove è incollato il basamento (che parola onorevole!) della statua. Depositi di detriti vari, incrostazioni, putrefazioni, solo in parte rimovibili. E che dire della magnifica tubazione desueta e corrosa a vista? Ovviamente non a riciclo, tanto da sprecare acqua pubblica (un bene oggi considerato “oro bianco”), giacché l’unica prerogativa di riciclo di questo oggetto è nell’uso di scadenti materiali di scarto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa a sinistra è una coscia della statua (parola grossa). Composizione in cemento prevalentemente bianco, con qualche addizione di polveri derivate da segature di cave marmoree e ferrose, oltre che frantumazioni più sottili di materiali vari (al fine di consentire un calco meno impreciso), ovviamente di scarto edile. La corrosione da licheni ha fatto emergere fiero uno dei ferri della struttura che tiene insieme i pezzi della statua, ovviamente cava centralmente per inglobare il ferro tubolare di collegamento dei vari pezzi della fontana. Tal quale alle opere del Bernini.

A destra c’è un particolare del retro della statua . Si nota la linea di incollaggio a livello del busto e quella che percorre l’insieme in verticale, dividendo l’oggetto a metà (non esistono calchi che permettono una composizione complessiva di corpi siffatti e la suddivisione longitudinale è d’obbligo) . Corrosa, cosparsa di licheni crostosi scuri, i più aggressivi, veramente triste.

Ecco la testa, di fronte e dall’alto. Ovviamente corrosa. Ovviamente in impasto cementizio. Eccetera, eccetera.

Nella vista dall’alto, oltre quanto già detto, emerge una sorpresa quasi comica. Due bei chiodi ormai arrugginiti sono conficcati sul capo, evidentemente necessari a serrare il culmine con la struttura sottostante. Chi l’ha realizzata non si è preso neppure la briga di trovare il modo di nascondere una simile oscenità.

E ditemi: c’è perfino chi pensa di metterla in un museo? Ma si ha coscienza di cosa contengono i musei?

A questo punto, nostalgicamente, perdonatemi un inciso. Mi lascio trasportare dal ricordo e rivivo quel magico momento in cui vidi per la prima volta il bianco e marmoreo Davide michelangiolesco, nella Galleria dell’Accademia a Firenze. Giovane studentessa di architettura, avevo in mente di osservarlo da vicino e partii. Entrai e lo trovai lì, lucido, fiero, stupendo, imponente, perfetto, con quelle vene che gli attraversano il corpo come se pulsassero di vita vera: io piansi di commozione, a lungo. Ancora oggi ho i brividi.

L’opera d’arte si osserva da vicino.

Da parte mia e per il rispetto che devo alla mia professione e al mio Paese, sappiate che pur se la vecchia fontana fosse stata integra, l’avrei comunque rimossa. Un manufatto dozzinale, di serie, senza alcuna prerogativa, neppur vaga, di artisticità.

E non affronto il problema funzionale, di cui ho già detto precedentemente. Perdite di acqua non a riciclo, scorrimenti continui dalla base della fontana fino ai piedi del muro di sostegno, su via Cesari. Gravissime problematiche derivate di instabilità della piazza, svuotamenti e lesioni ampie.

Con i piedi per terra, tralasciando i pur rispettabili sentimentalismi di ognuno, vi esorto a capire di quale aberrazione si sta parlando.

A voi ogni valutazione.

Come avrete immaginato, non ho alcuna intenzione di presentarvi visivamente la mia di fontana,  la nuova, nonostante l’insulso modo con cui è stata illustrata in facebook. Potrà piacere ad alcuni, non piacere ad altri, non importa. Se tutti avessimo gli stessi gusti vestiremmo allo stesso modo o saremmo innamorati dello stesso uomo (o donna che sia). L’architettura non richiede consenso di massa, piuttosto conoscenza. L’unica cortesia che chiederei è quella di vederla da vicino una volta completata definitivamente, di esaminarla, di capire che è rivestita interamente in pietra a tre differenti lavorazioni, che contiene un impianto a riciclo in opera e nascosto, che contiene un impianto di illuminazione interno, che ha imposto la scelta attenta degli ugelli, che poggia su un selciato di pietra chiara naturale. Chiederei di interpretarne l’ispirazione – perché ogni architetto ha un’ispirazione se rispetta il suo ruolo – che in questo caso è quella del richiamo della quiete (in ricordo di tante poesie su San Cosma), tradotta nel debole suono che lo scorrere spumeggiante dell’acqua emette sul frastagliato cono interno. Chiederei dunque di ascoltarla. E chiederei di esaminarla con occhio più vigile verso il divenire, nella consapevolezza che il nostro Paese debba finalmente intraprendere un ruolo di rinnovamento anche formale.

Sono consapevole che il perenne dialogo sull’architettura insegna che questa arte (la regina delle arti), pur rimanendo bene collettivo, dunque di tutti, purtroppo non è per tutti. Perché bisogna avere una certa dose di conoscenza dei meccanismi che, avvicendandosi nei Secoli e fin dagli albori dell’umanità, ne hanno generato il cosciente bisogno di esplorazione continua, di ricerca, di innovazione. L’architettura è scienza. Dove non c’è innovazione non c’è architettura, ma ripetitività, banalizzazione, produzione seriale e assenza d’ogni tipo di artisticità.

E questo concetto, benché valga per tutte le arti (dalla pittura alla scultura, dalla letteratura alla poesia, e via dicendo) trova la sua vera essenza proprio nell’architettura: l’unica arte ad aver superato i limiti delle tre dimensioni spaziali. Ma è un discorso lungo e articolato. Pronta a parlarne con tutti, in altra sede.

Ogni contesto urbano che si rispetti ha fatto largo all’innovazione. La maestosa via della Conciliazione a Roma, quella che apre alla veduta di San Pietro, è opera postuma e di decisa rottura stilistica rispetto alle fattezze della Basilica. Eppure è bellissima. D’altronde la grande Città Eterna non è certo oggi quella dell’epoca paleocristiana, né romana, né bizantina, né medievale e neppure moderna.

E così, l’esplosiva The Shard – torre di cristallo che conta ben 306 metri, firma tutta italiana di Renzo Piano – s’erge fiera nel cuore storico dello Southwark londinese. È integrazione e non contraddizione. Come il museo ebraico ha dato nuovo impulso all’antica Berlino, grazie al maestro Libeskind (il mio architetto preferito). È il segno del passare del tempo, è l’affermazione dell’esserci in ogni epoca: in una sola parola è lo scorrere della vita.

D’altro canto il senso della conservazione non è quello del banale e deleterio mantenimento dello stato dei luoghi (cosa che varrebbe laddove vi fossero opere d’arte vere e solo per esse), piuttosto è quello della crescita riformatrice che permette a ciò che ha valore di essere preservato e integrato con percorsi d’innovazione. Solo così i luoghi possono vantare passato e presente, nell’ottica di un divenire certo. Diversamente, nell’errata visione di un mondo intoccabile, si consegnano ai luoghi dolorosa sofferenza e morte precoce.

Auguro a tutti – e non è retorica – una vita bellissima.

Elodia

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