Elodia Rossi

Non Vivere sull’Albero, ma Vivere nell’Albero

Giu
02

La Quercia delle Streghe, a Lucca, possiede un tronco di diametro pari a mt 4,00, un’altezza complessiva di mt 25,00 e un’apertura che raggiunge mt 40,00.

L’Ulivo di Picasso, millenario e sito nelle campagne ostunensi, sebbene più rado nel fogliame, possiede enormi dimensioni del tronco.

Sono esempi estremi, che però lasciano capire la portata di queste essenze straordinarie e bellissime. E allora perché non viverci dentro, sospesi e leggiadri?

La tavola che riporto in calce rappresenta la mia idea di casa sull’albero.

Per visionarla bene bisogna ingrandirla, visto che contiene anche descrizioni testuali riguardanti il fondamento progettuale, l’ambientazione, il funzionamento, i materiali e il rapporto tra tutte le componenti e il rispetto ambientale.

A me piace molto. Altrimenti perché l’avrei immaginata così?

VI – Le dimensioni dell’architettura

Gen
04

La LUCE: riferimento percettivo misurabile (il lux per la misura dell’illuminazione di un oggetto, il lumen per la misura di illuminazione complessiva, la candela per la misura dell’intensità luminosa), capace di restituire immagini differenti dell’oggetto architettonico nel corso delle diverse ore, delle differenti stagioni, dei molteplici luoghi. È la Quinta Dimensione.

Finalmente, la luce. La luce è parte attiva dell’architettura perché solo attraverso essa l’oggetto formale può essere visto, capito, fruito. Che senso avrebbe l’architettura senza luce?

La posizione dell’edificio, la sua dimensione e la disposizione delle aperture per l’attrazione della luce solare, l’organizzazione delle fonti luminose artificiali, sono elementi che meritano la più elevata attenzione nella fase progettuale. È innanzitutto da essi che deriva la riuscita di un’opera.

Difatti esiste uno sdoppiamento di questa dimensione. La luce solare e quella artificiale. Ambedue concorrono a definire lo spazio di vita.

È con la luce che l’architetto vero cerca di esprimere sé stesso, di consegnare alla sua opera un valore che va oltre la forma, o meglio che la ingloba nell’articolarsi dei vuoti e dei pieni, in un gioco di intuizioni percettive che, se ben composto, restituisce la più elevata dignità. Come non fare riferimento a un’opera notissima, le cui prerogative s’individuano proprio nei giochi di luce, quale derivazione di uno studio accorto e magistrale? Parlo della Cappella Notre-Dame du Haut a Ronchamp, di Le Corbusier. Forse è l’esempio più idoneo a rappresentare quanto sia importante fare i conti con la luce, fin dai primi passi della composizione architettonica.

Struttura piuttosto compatta, seppur affidata a superfici rientranti e ricurve oltre che inclinate, con elementi architettonici suggestivi anche in copertura, la Cappella Notre-Dame affida le facciate a composizioni articolate di finestrature piccole, superando ogni idea di simmetria. Il brutalismo incalza e le aperture posseggono forme differenti anche tra interno ed esterno, sviluppando le diverse dimensioni nell’attraversamento delle murature. Il compito di orientare l’ingresso della luce solare nelle differenti ore è eseguito con grande maestria e la suggestione che l’edificio offre al suo interno è spettacolare. Il fascino percettivo viene esaltato dall’impiego di colori introdotti talvolta nei vetri attraverso cui transita la luce. Ma non è stato forse proprio Le Corbusier ad affermare che l’architettura è il gioco sapiente, corretto e magnifico dei volumi raggruppati sotto la luce?

Esterno e interno. Bellissima.

La luce, come il suono, è misurabile, l’ho detto (rif. http://www.elodiarossi.it/iiii-le-dimensioni-dellarchitettura/). Anch’essa ha la capacità di modificare la percezione di un manufatto architettonico perfino istantaneamente, superando la prerogativa della IV Dimensione, il Tempo.

La luce segue le regole della propagazione, della riflessione, della diffusione, della diffrazione e dell’interferenza, secondo principi dipendenti dalla sua natura di onda elettromagnetica.

Interessante è il tema della luce solare che colpisce gli edifici e viene talvolta percepita come una fonte puntatore (mi concedo questo termine, a mio parere efficace). Ecco un’immagine esterna del Roma Convention Center, ovvero la Nuvola di Fuksas, in una particolare ora del giorno. Era tardo pomeriggio, quando la scattai. Il raggio puntatore (il tema meriterebbe approfondimenti complessi) colpisce la Lama (ossia l’edificio alberghiero, parte integrante del complesso architettonico) e ne offusca quasi il paesaggio circostante.

Ma è solo un esempio. La percezione esterna di un edificio muta considerevolmente nelle differenti ore del giorno, proprio in dipendenza dell’intensità (dovuta a condizioni meteo) e dell’orientamento dei raggi solari.

Insomma, la luce è indiscutibilmente la Quinta Dimensione dell’architettura. E non si pone al quinto posto ma, come le alte, ha un ruolo fondamentale e paritario nella percezione, collettiva e individuale, dello spazio edificato.

Sto scrivendo un libro su questo argomento.

Bonus, Ecobonus, Superbonus, Sismabonus

Nov
03

Negli ambienti tecnici, sembrerebbe un argomento fondamentale: l’argomento del momento. Non lo capisco.

Bonus, Ecobonus, Superbonus, Sismabonus, chi più ne ha più ne metta. 50%, 65%, 90%, 110%, olè!

Un valzer, che magari richiama le allegre note di Chopin.

Sono misure che dovrebbero consentire di rimettere in ordine alcune componenti della propria casa, del proprio appartamento, eccetera. Ma a chi sono realmente destinate?

La prima risposta è: a chi ha i soldi per anticipare una spesa che viene rimborsata negli anni a seguire, perfino – in alcuni casi – in maniera eccedente all’esborso iniziale. Fantastico, così parrebbe a una superficiale analisi.

Però – ecco il primo problema – bisognerebbe avere i soldi per anticipare. E non tutti li hanno.

Vado oltre. Il rimborso avviene in cinque-dieci anni, tramite detrazione delle imposte (credito fiscale) dalla dichiarazione dei redditi. Appunto. Ecco il secondo problema: sarebbe necessario avere una dichiarazione capiente, altrimenti non funzionerebbe. E non tutti l’hanno.

Forse intuendo – con insopportabile ritardo – il primo dei problemi esposti, nello scorso luglio il Governo mette rimedio (apparente) consentendo alle banche aderenti e alle società finanziarie (intermediari finanziari) di governare il processo, anticipando la spesa a fronte, direi giustamente, della cessione del credito comprensivo di interessi. Un esempio: Banca Intesa liquida l’80% del credito fiscale acquistato, trattenendo quindi il 20%.

Ecco che viene fatto fuori, in un certo modo, l’impegno diretto dei professionisti, molti dei quali – francamente non io – si sono già organizzati per portare aventi la crociata in un momento storico di difficoltà lavorative abnormi.

Ottimo, potrebbe pensare il destinatario finale delle misure. Togliersi rogne e responsabilità conviene sempre. Ma – terzo problema – affrontare un tale impegno da parte del cittadino presuppone che questi abbia comunque un tesoretto iniziale, visto che le banche erogano il I Acconto solo a seguito del raggiungimento di almeno il 30% dei lavori, qualche volta perfino a compimento complessivo delle opere. E non tutti lo hanno (il tesoretto, intendo).

Allora, che fare? Chiedere un finanziamento? Non a tutti è concesso un finanziamento. Non di certo ai disoccupati e, in generale, alle categorie lavorativamente svantaggiate che peraltro non potrebbero neppure avvicinarsi alle misure: come si garantirebbero il recupero?

Oppure, altra strada, si potrebbe godere delle anticipazioni che sosterrebbe l’impresa di costruzioni. Qui si aprono le porte, tra l’altro, agli sconti in fattura. Ma quali imprese sono in grado di operare anticipando costi di materiali e personale? Ovviamente non tutte, solo quelle solide, escludendo la miriade di ditte in grave difficoltà (le quali, invece, dovrebbero essere le vere destinatarie di sostegni razionali).

A tutto ciò fa capolino uno snodato sistema di relazioni tra fisco (Agenzia delle Entrate), banche, società finanziarie, imprese, professionisti tecnici, professionisti contabili e cittadini che evito di affrontare.

Tralasciando dunque le articolazioni di un percorso evidentemente complesso e, per certi versi, ancora confuso, vengo al dunque. Chi sono i veri beneficiari di queste discriminanti misure? I ricchi, ovviamente, siano essi cittadini o imprese o intermediari finanziari.

E l’Italia non è un paese di ricchi.

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Un esempio che porta l’argomento su un differente piano di lettura: recentemente ho rinnovato la mia polizza annuale RC professionale. Mi era giunto il preventivo che, mi si chiariva, doveva essere addizionato di 150,00 euro qualora io intendessi occuparmi di pratiche Bonus.

Una promessa mantenuta

Nov
02

Il professore Corrado Beguinot si spense il 6 gennaio 2018. Lo ricordai in un articolo (http://www.elodiarossi.it/corrado-beguinot-il-mio-maestro/). E ricordai quanto la sua figura abbia influito (e influisca ancora) sulla cultura urbanistica mondiale.

In memoria di lui, mio maestro e insostituibile amico, ho curato due recenti pubblicazioni sostenute dalla Fondazione di Studi Urbanistici Aldo della Rocca. L’impegno del Presidente Gian Aldo Della Rocca ha permesso di portare a termine questi lavori che, dagli scritti di tutti coloro che vi hanno preso parte, trasudano di affetto e riconoscenza verso il professore.

Corrado Beguinot. Ricordi.

Aracne Editrice, Fondazione Aldo Della Rocca – Collana Ricerca e Documentazione, 2019

Prefazione del Presidente, Conclusione del prof. Franco Montanari, Introduzione e Postfazione mie.

Contributi di:

Presidenti/Parlamentari/Professori/Direttori: Francesco Alessandria, Stefano Aragona, Pasquale Belfiore, Alberico Barbiano di Belgiojoso, Lorenzo Berna, Cristoforo Sergio Bertuglia e Franco Vaio, Vittorio Betta, Gabriella Padovano e Cesare Blasi, Marino Bonaiuto, Mirilia Bonnes, Alessandro Castagnaro, Massimo Clemente e Gabriella Esposito De Vita, Teresa Colletta, Flavia Cristaldi, Marilisa Cuccia, Claudia de Biase, Gian Aldo Della Rocca, Anna Maria Di Tolla, Mario Fadda, Francesco Forte, Giovanna Fossa, Alberto Gasparini, Anna Sagliocco Guarino, Mario Guarino, Francesco Gurrieri, Gloria Mari, Bianca Petrella, Marco Ricceri, Aurora Sanza, Gianluigi Sartorio, Vincenzo Scotti e Marco Emanuele, Orietta Zanato Orlandini, Franco Montanari

Professori Emeriti, Filosofi: Giancarlo Bracale, Aldo Masullo, Giuseppe Limone

Liberi Professionisti: Chiara Bardazzi, Sabrina Barresi, Adelmina Dall’Acqua, Marialfonsa Fontana, Fiorenza Gorio, Gerardo Mazziotti, Giuliana Quattrone, Elodia Rossi

Giornalisti, Scrittori, Poeti: Raffaele Bussi, Amos Ciabattoni, Angelo Cocozza, Maria Pia De Martino

Segretaria della Fondazione: Roberta Pitino (a cui esprimo un grazie particolare per ambedue i Volumi).

All’interno del I Volume è riportato anche il Final Statement dell’International Conference on the Inter-ethnic City (Rome, 1 of June 2011) di cui Beguinot è stato artefice, con la partecipazione attiva di Ban Ki-moon, allora Segretario Generale delle Nazioni Unite.

L’occasione di una Giornata del Ricordo in sua memoria, organizzata dal Cerimoniale (8 febbraio 2019), ci ha permesso di presentare il primo Volume nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università Federico II .

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Corrado Beguinot. Ricordi. II Volume

Aracne Editrice, Fondazione Aldo Della Rocca – Collana Ricerca e Documentazione, 2020

Prefazione del Presidente, Introduzione e Intro-Appendice mie, Postfazione di Bianca Petrella.

Contributi:

Rettori/Professori Emeriti: Filippo Bencardino, Giorgio Piccinato, Cesare Stevan, Maurizio Tira,

Rettori/Presidenti/Parlamentari/ Professori/Direttori: Armando Albi-Marini, Emanuela Belfiore, Padre Gianfranco Berbenni, Donatella Calabi, Michele Capasso, Lucio Carbonara, Giuseppe Carta, Mario Coletta, Giovanni Cordini, Giuseppe De Rita, Gianfranco Dioguardi, Pasquale Erto, Concetta Fallanca, Fabiana Forte, Paolo Giovannini, Giuseppe Imbesi, Nicola Giuliano Leone, Ernesto Mazzetti, Bianca Petrella, Elvira Petroncelli, Flavia Piccoli Nardelli, Antonio Saturnino

Liberi professionisti: Mario Casolaro, Eleonora Giovene di Girasole, Gandolfo Marzullo, Giorgio Nocerino,

Artisti, Registi: Igina Izzo, Renata e Giorgio Treves.

Un grazie di cuore a tutti.

Ricordi particolari vanno ad Aldo Masullo (filosofo e professore emerito – http://www.elodiarossi.it/siamo-tutti-piu-poveri/) e Gianluigi Sartorio (professore ordinario e caro amico) che recentemente ci hanno lasciati.

Siamo tutti più poveri

Apr
26

Se è vero che la ricchezza umana non è nel denaro, come io credo, ma nella conoscenza, nella capacità di elaborare pensieri, nel saper conquistare la sola libertà che possediamo – quella interiore – e nel saperla esternare con sapienza, beh, allora siamo tutti più poveri.

Un breve pensiero il mio, visto che notizie sull’uomo che ci ha lasciati il 24 aprile scorso se ne trovano in abbondanza sui quotidiani e nel web.

Aveva 97 anni. Per quanto appaiano molti, non sono abbastanza per una mente che ha inciso (e inciderà) sul pensiero filosofico e morale dello scorso Secolo, di quello attuale e di quelli che verranno. Lucido pensatore, appassionato nell’indagare – tra l’altro – i meccanismi che regolano la vita e le relazioni tra questa e lo spazio/tempo, Aldo Masullo ha contribuito ad aprire le menti attraverso quella vivacità della coscienza di cui è padre, a orientare gli orizzonti del pensiero verso un universo spesso disatteso, invece strutturato nel vivere quotidiano.

E tutto questo va ben oltre la sua esperienza e i suoi orientamenti di politico, le sue onorificenze e la gloria che si è conquistato all’interno dei contesti decisionali. Sostenitore della diversità di idee, da cui discende la dialettica, tutto questo si deve invece alla sua intensa attività di filosofo, penetrante differenti campi e mirante appunto a introdurre il senso vero della coscienza nelle scelte. Mi viene in mente la tenacia con cui aveva affrontato la contrapposizione all’abortito PRG che intendeva rivoluzionare Napoli con l’abbattimento di quella struttura urbana che ne caratterizza una storia delicata e complessa: i quartieri spagnoli. Dovuto è il richiamo alla collaborazione con un altro insigne pensatore, Gerardo Marotta, fondatore dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, anch’egli venuto a mancare.

Come potrei dimenticare quando, giovane studentessa di architettura alla Federico II di Napoli, non trascuravo di seguire le lezioni di Filosofia morale di Masullo, presso la vicina sede della sua Facoltà? E c’è stata una relazione, guidata dall’altrettanta enorme sapienza di un altro grande uomo recentemente scomparso e a me infinitamente caro: Corrado Beguinot (http://www.elodiarossi.it/corrado-beguinot-il-mio-maestro/). Seguirono i tempi in cui s’indagava, all’interno di un gruppo di ricerca internazionale sugli studi urbani (cui orgogliosamente appartenevo), sulle relazioni tra spazio-tempo-velocità e capacità percettiva in differenti contesti architettonici. Mi si apriva un mondo nuovo e la mia attenzione all’architettura affrontava orizzonti affascinanti e più intensi. Orizzonti che hanno guidato e guidano ancora le mie scelte e non solo architettoniche. C’è una morale in questo: l’architettura diviene un veicolo. Ma è una storia lunga, alla quale ho fatto cenno in alcuni articoli precedenti (per esempio: http://www.elodiarossi.it/le-dimensioni-dellarchitettura/http://www.elodiarossi.it/v-le-dimensioni-dellarchitettura/).

Grazie Corrado Beguinot. Grazie Gerardo Marotta. E grazie Aldo Masullo.

Senza di voi, quest’Italia già martoriata a me appare genuflessa.

Senza voi, siamo tutti più poveri.

V – LE DIMENSIONI DELL’ARCHITETTURA

Apr
12

V – LE DIMENSIONI DELL’ARCHITETTURA

Il SUONO: riferimento percettivo misurabile (l’hertz –Hz per la misura della frequenza, il decibel per la misura dell’intensità), capace di offrire differenti percezioni dell’oggetto d‘architettura in relazione alla sensorialità del fruitore. È la Sesta dimensione.

Parto col Suono. Parto con la Sesta Dimensione. Com’è mio solito, disubbidisco a me stessa. Inverto i tempi e tratterò della Quinta Dimensione, la Luce, nel prossimo articolo.

Si, parto col suono perché è esso che mi ha offerto il primo spunto di riflessione, quando pesavo e ripensavo (e penso ancora) ai comuni denominatori dell’Architettura. Architettura, ovviamente con la lettera maiuscola, così da distinguerla – come ho sempre detto – dalla consueta e diffusa operazione dell’edificare fine a sé stessa.

Avevo progettato e stavo dirigendo i lavori di riqualificazione di due spazi pubblici, pressoché contigui. È proprio nel corso di questa attività che ho avuto la prima delle intuizioni.

Uno dei due spazi, piuttosto ampio, possiede una complessa struttura pregressa, essendo impostato su un imponente impianto pilastrato. Di difficile approccio, ovviamente, ne derivavano alcune questioni. Tra queste, l’inserimento del verde, convinta che l’eventuale assenza avrebbe ricondotto a un’organizzazione meno efficace, piatta, meno suggestiva. Né avrei potuto ricalcare le scelte pregresse (e da me demolite) che vedevano un’aberrante distribuzione di grosse aiuole all’interno dello spazio, ostacolanti la fruizione e problematiche per la struttura di sostegno (che stava subendo grosse ripercussioni). E così decisi di utilizzare il verde posizionandolo lungo il limite interno della piazza, laddove la struttura è ancorata al grosso muro di sostegno della via limitrofa, oltre che in prossimità del margine inferiore, dove l’impianto pilastrato possiede un’altezza minore (e, di conseguenza, una maggiore resistenza). Il verde, si sa, offre una percezione di vita, interrompe la staticità visiva. Parlerò, presto o tardi, di quest’attività – corredando il tutto con foto del prima e del dopo – nella sezione Percorsi di questo blog.

Nel corso delle lavorazioni, ma ancor prima, durante la progettazione, riflettevo attentamente sul risultato finale. Lo visualizzavo nella mia mente, abituata – ovviamente – a tale esercizio del pensiero. Caspita: pur soddisfacendomi la scelta complessiva (pavimentazioni, organizzazione generale, posizionamento del verde, eccetera), percepivo l’assenza di qualcosa che potesse restituire all’insieme una maggiore suggestività. Pensai a lungo. Nel bel mezzo di una notte insonne, capii che avevo bisogno di acqua. Acqua corrente. Movimento, ecco. Movimento.

Fu così che introdussi un ampio muro d’acqua, posto in corrispondenza di quel margine inferiore di cui ho fatto cenno, avente maggiore stabilità. Di lì il passo fu breve. Edificato, strutturato nei dettagli anche riguardo il funzionamento (non acquistato dal primo rivenditore, ma studiato e realizzato in opera), la piazza restituiva finalmente quello che avevo desiderato. Nel silenzio del centro storico di un paese collinare, ecco che un pomeriggio mi soffermai sul delicato suono che quest’acqua corrente consegnava alla percezione dell’insieme. Fu allora che aprii le porte della mia mente agli inattesi scenari delle Dimensioni dell’Architettura.

Suono: parte integrante dell’Architettura, elemento sostanziale nella sensazione individuale e collettiva di un ambiente edificato o urbanizzato che sia.

Capii perfino perché, per esempio, non avevo mai apprezzato il MAXXI di Roma, opera del ben noto architetto Zaha Hadid. Al di là delle scelte formali – che non sono di mio gusto, pur riconoscendovi una non usuale genialità – non c’è acqua, neppure nell’ampio spazio esterno. Non c’è acqua. E il suono che ne deriva è ampiamente compromesso dal frastuono urbano. Ancor più ne avrebbe avuto bisogno.

Il quadro percettivo si ampliava nella mia mente. Si ampliavano gli orizzonti, le analisi e le restituzioni relative, riflettendo sul valore del suono nell’Architettura, ben oltre il risultato che deriva dal fruscio dolce dell’acqua.

Il suono può divenire rumore e consegnare non piacevolezza, ma fastidio. Tutto sta a come viene impiegato, alle variabili in gioco non sempre positive (come la posizione, per esempio) e alla capacità di mitigarle tramite altro suono, ma anche attraverso la composizione formale laddove si tratta di un edificio.

Il suono è misurabile, l’ho detto (rif. http://www.elodiarossi.it/iv-le-dimensioni-dellarchitettura/). Il suono ha la capacità di modificare la percezione di un manufatto architettonico perfino istantaneamente, superando una delle prerogative della IV Dimensione, il Tempo.

Mi vengono alla mente le parole del grande filosofo Aldo Masullo, di cui ho già accennato. E mi viene in mente l’esempio che egli faceva sulla differente percezione di una stazione ferroviaria tra le ore diurne, in cui irrompe frastuono della folla, e quelle notturne, caratterizzate invece da ampio silenzio. L’assenza di frastuono apre altri orizzonti e sollecita altri sensi.

Il suono possiede una relazione strettissima con l’opera architettonica, incidendo perfino sulle modalità costruttive. Quando si progetta una sala di registrazione musicale, bisogna contenere il suono dello spazio chiuso, assorbendo gli eccessi tramite precise tecniche e tecnologie. È l’insonorizzazione.

Perfino negli spazi aperti, a volte emerge la necessità di contenere il suono per garantire la riduzione della sua propagazione. Basti pensare alle barriere insonorizzanti poste ai margini di grandi arterie, quando queste sono prossime a edifici, soprattutto residenziali.

Il suono segue le regole della propagazione, della riflessione, della rifrazione e della diffrazione, secondo principi strettamente correlati ai decibel con cui viene diffuso. Ma anche in derivazione delle forme architettoniche e dei materiali impiegati.

Il legno ha una capacità di assorbimento del suono decisamente più ampia dell’acciaio. L’acciaio, dal canto suo, possiede una capacità di riflessione del suono ben più alta del legno. Insomma, se si deve progettare una discoteca in ambito urbano, è bene utilizzare materiali che siano riflettenti, combinati a quelli fono assorbenti, evitando l’utilizzo di materiali rifrangenti e disperdenti.

Pensando agli spazi aperti destinati alla collettività, ma anche a quelli privati, è per esempio facile immaginare la differenza percettiva tra le giornate di calma e quelle ventose. Ci si addentra i questo modo, nell’ambito variegato e affascinate dei suoni della Natura. Non sarebbe forse diversa, ditemi, la percezione che oggi – in questo periodo di clausura per via della cosiddetta emergenza sanitaria – si potrebbe avere nel percorrere il tanto famigerato e acusticamente inquinato grande raccordo anulare? Si avrebbe di certo il modo e la voglia di osservare i grandi spazi che esso attraversa: dalla verdeggiante campagna romana, alla suggestione della sterminata apertura dell’urbanizzazione capitolina. E tutto questo, senza l’assordante rumore (suono) del traffico che distoglie e confonde.

Immaginiamo il suono dell’eco che riverbera all’interno degli edifici, sempre, ma non sempre in maniera percepibile per l’orecchio umano. E ciò avviene anche per gli spazi aperti. Dal punto di vista fisico, ma anche acustico, l’eco deriva dalla riflessione del suono (più esattamente, delle onde sonore, con richiamo agli hertz della frequenza) nell’incontrare un ostacolo (elemento riflettente), nel corso della sua propagazione. Il ritorno delle onde sonore viene percepito con un ritardo più o meno lungo (tuttavia mai inferiore a 1/10 di secondo) rispetto al suono diretto. Qui è ritrovabile una stretta relazione tra Suono (Sesta Dimensione) e Tempo (Quarta Dimensione) e spazio (edificio o luogo aperto che sia). La propagazione del suono produce, tra gli altri e come accennato, il fenomeno della riflessione. È l’elemento riflettente, l’ostacolo, che determina il tempo di ritorno del suono propagato o di parte di esso: ossia, dipende dalla capacità di assorbimento dell’ostacolo.

Interessante è il tema dell’ascolto del suono, della capacità umana di elaborarlo più o meno istantaneamente: questo è il punto su cui s’incentra il tema proprio della percezione dell’Architettura. D’altro canto, tale percezione avviene impiegando, separatamente o meno, quattro dei cinque sensi: la vista, il tatto, l’udito e l’odorato. Ovviamente, non il gusto fin quando non mangeremo mattoni. Tralasciando gli altri, è evidente che il suono richiama innanzi tutto l’udito. Sovrastante esso, ma anche gli altri tre sensi, vi è la capacità individuale di elaborazione. Tema lungo, interessante, affascinate. Ne parlerò. Per adesso, mi fermo qui.

IV – LE DIMENSIONI DELL’ARCHITETTURA

Gen
22

Sono in ritardo, forse. Oppure no, viste l’ampiezza e la delicatezza della riflessione su cui è imperniata questa serie di articoli. Certo, ne è passato del tempo dal giugno 2017, data dell’articolo III – Le Dimensioni Dell’Architettura. Sarei soddisfatta se il collega Salvo Cimino, che mi ha accompagnata sinora (nei precedenti tre articoli della serie), mi comunicasse il suo giudizio su quanto sto per dire.

la potenza della luce

L’ambito è quello della ricerca della N Dimensione dell’architettura.

Ecco. Già su questo punto crederei di aver sbagliato. Mi riferisco a quando, con una convinzione un tantino superba partita più da me che da Salvo, affermavo che la N Dimensione … non sarà superabile perché includerà l’insieme delle componenti che entrano in gioco nello spazio costruito e di vita. Credo che non sia così.

Ho riflettuto a lungo, molto a lungo, ma è servito.

Ho preso appunti, moltissimi.

E sono convinta di aver trovato quello che cercavo, tuttavia in valore raddoppiato. Difatti credo di aver individuato altre due componenti dell’architettura che possono, anzi devono, considerarsi Dimensioni essenziali della Regina delle arti. Se non mi sto sbagliando, la N Dimensione, che avrebbe dovuto coincidere con la Quinta, è già superata.

In questo periodo di astensione dalla pubblica riflessione, ho percorso spazi architettonici (ovviamente mi riferisco a oggetti di architettura e non a banalizzazioni e mortificazioni di cui è colmo il mondo) aperti e chiusi, con l’attenzione dell’esploratore. Ho esaminato, ragionato, valutato: dalla linearità alla bidimensionalità, alla tridimensionalità, contando i passi, gl’istanti, per poi ripercorrere e ripensare più volte, più volte e ancora di più, facendo della Dimensione Tempo – l’oramai consacrata Quarta Dimensione – lo stimolo alla mia ricerca.

Adesso vorrei mettere in ordine, sinteticamente, i principi individuati nei precedenti tre articoli di questa serie e da me tenuti in considerazione nel corso della mia lunga riflessione.

Principio 1. Le Quattro note dimensioni dell’Architettura: la lineare, la bidimensionale, la tridimensionale, il tempo (che oltrepassa i canoni della realtà e richiama, a pieno titolo, la memoria) non restituiscono la compiutezza di un’opera. – Rif. http://www.elodiarossi.it/i-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 2. L’intuizione di Bruno Zevi secondo cui le quattro dimensioni non sono sufficienti a contenere lo spazio internodell’architettura, quello spazio che non può essere rappresentato compiutamente in nessuna forma, che non può essere appreso e vissuto se non per esperienza diretta. Rif. Rif. http://www.elodiarossi.it/ii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 3. L’oggetto architettonico è fatto per essere vissuto e, passando dall’esterno all’interno, i riferimenti percettivi si moltiplicano, cambiano, avvolgono, inglobano l’essere e restituiscono sensazioni proporzionali alla capacità sensoriale individuale. Rif. http://www.elodiarossi.it/ii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 4. Il dinamismo potrebbe essere un importante punto di partenza per la ricerca: spazio/tempo/velocità, accelerazione/gravitazione, mutazione/memoria. La nuova Dimensione deve fare i conti con l’insieme dei fattori fisici che possono determinare variazioni percettive all’oggetto di architettura. Rif. http://www.elodiarossi.it/iii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 5. La nuova Dimensione (potrei ora dire, le nuove Dimensioni) dell’architettura non può essere astratta. Deve potersi misurare, deve avere riferimenti concreti, come si conviene a una scienza che – sebbene esploda soltanto nei casi in cui la forma artistica si traduce in innovazione e singolarità – fonda le sue basi sulla metrica, sulla manipolazione spaziale, sull’articolazione volumetrica. L’approccio è nella scienza fisica. Rif. http://www.elodiarossi.it/iii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Durante questa esplorazione, che più volte andava richiamando la mia memoria verso le percezioni avute nei riguardi di edifici e spazi conosciuti, già percorsi, mi sono imbattuta in uno spazio nuovo, trasformato – meglio, in trasformazione – da me stessa.

È qui – e ne parlerò attentamente in un futuro articolo – che ho avuto la prima delle intuizioni. È qui che ho capito quale potesse essere una nuova Dimensione, la Quinta. Da questa – come per deduzione – è derivata l’altra, la Sesta.

Non me ne capacitavo. Perché non pensarci prima? Eppure si tratta di elementi, rispondenti a tutti i principi prima elencati (individuati nel percorso di analisi descritto nei precedenti tre articoli), con cui gli architetti si confrontano ogni volta che affrontano un progetto e ogni volta che osservano e penetrano un’opera realizzata.

La LUCE: riferimento percettivo misurabile (il lux per la misura dell’illuminazione di un oggetto, il lumen per la misura di illuminazione, la candela per la misura dell’intensità luminosa), capace di restituire immagini differenti dell’oggetto architettonico nel corso delle diverse ore, delle differenti stagioni, dei molteplici luoghi. È la Quinta dimensione.

Il SUONO: riferimento percettivo misurabile (l’hertz –Hz per la misura della frequenza, il decibel per la misura dell’intensità), capace di offrire differenti percezioni dell’oggetto d‘architettura in relazione alla sensorialità del fruitore. È la Sesta dimensione.

Mi fermo qui. Il prossimo articolo sarà dedicato alla Quinta Dimensione: la LUCE. Il successivo, alla Sesta: Il SUONO.

A seguire spiegherò, in un diverso articolo, come sono giunta a queste determinazioni.

Notre-Dame brucia. Parigi soffre

Apr
18

Notre-Dame, la Nostra Signora, rimane avvolta nel fuoco qualche giorno fa, il 15 aprile scorso. La Senna si tinge di sangue.
Dolore per Parigi, dolore per la Francia, dolore per il mondo. E per l’architettura vera che meriterebbe vita eterna.

Foto di David Mark – Pixabay

Ma qual è il suo plurisecolare percorso? Proseguo con qualche cenno, in breve.
La Cattedrale, esemplare espressione dello stile gotico, dal 27 febbraio 1805 è eletta a Basilica Minore, ossia vanta la denominazione onorifica consegnata a quegli edifici cattolici di particolare rilevanza. Denominazione che viene concessa dal Papa attraverso un apostolico, ovvero una carica conferita dalla Santa Sede.

Ma Notre-Dame possiede anche il titolo di Monumento Storico di Francia dal 1862. E dal 1991 entra a pieno titolo nell’elenco dei monumenti eletti Patrimonio dell’Umanità.

Finanziata dalla Chiesa e dalla Corona di Francia nell’epoca in cui Parigi diventa Capitale del Regno di Francia e centro di grande interesse economico e culturale, la Cattedrale trova il compimento formale nell’anno 1250 (cui seguono interventi minori di completamento, fino all’intero 1400), dopo quasi un Secolo di lavori cui partecipa anche un gran numero di artigiani indigeni. Intanto, nel 1182 è completata la struttura portante a cinque navate, con abside ampio e deambulatorio circolare. E intanto Henri de Château-Marçay, inviato pontificio, consacra l’altare maggiore nel 1185, per volere di Papa Lucio III.

Il vescovo Maurice de Sully supervisiona i lavori nel periodo iniziale dell’edificazione. A lui, in qualche modo, si devono scelte importanti, per esempio sulle posizioni e conformazioni dei poli liturgici.

Nel 1218 viene completata la facciata principale, nel 1240 la torre sud e nel 1250 la torre nord che conclude i lavori principali. I coronamenti a cuspide, originariamente previsti per le due torri, non vengono realizzati.

Ma la storia di Notre-Dame è nota al mondo o, perlomeno, è semplice reperire notizie a riguardo. Non è su questo che voglio soffermarmi. Né, per certi versi (fatta qualche eccezione di contorno), sulle qualità indiscusse dell’impianto architettonico.
Invece mi soffermo qualche attimo su alcune dolorose vicende che hanno visto protagonista, suo malgrado, quest’opera straordinaria di architettura nel corso dei Secoli.

1789 – 1799, sono gli anni della Rivoluzione Francese. Notre-Dame viene deturpata. Il Comune di Parigi ordina la demolizione di tute le statue presenti nella Galleria dei Re, nei portali e finanche in facciata. La sottile e alta guglia centrale viene abbattuta. L’oro e l’argento di cui è colma internamente, vengono inviati alla zecca per la fusione. Claude-Henri de Rouvroy, conte di Saint-Simon, si propone di acquistare la cattedrale per distruggerla. Il pericolo viene evitato per poco.
Per alcuni anni, la Cattedrale viene trasformata in Tempio della Ragione (in onore al Culto della Ragione, d’impronta razionalista, sorto nel corso della Rivoluzione).
Ben presto, a seguito dell’introduzione del Clero Costituzionale (derivato da un atto del 1970 che modifica i rapporti tra Stato francese e Chiesa), la Chiesa viene reintrodotta nell’edificio per occuparne alcuni uffici.
Solo nel 1801, a seguito della stipula del noto Concordato tra Napoleone Bonaparte e Papa Pio VII, la Cattedrale ritorna nelle mani della Chiesa Cattolica. È qui che viene celebrata, nel 1804, l’incoronazione di Napoleone a Imperatore di Francia.
È il 1817 e vengono eseguiti alcuni interventi di restauro: al telaio del tetto e ai meravigliosi archi rampanti del coro. Si procede anche con il potenziamento dell’arredo interno.
È il 1830/1831 e le sommosse anti-legittimiste procurano ulteriori e nuovi danni all’edificio.
Siamo agl’inizi del 1842 e alcuni uomini di cultura (tra questi, Victor Hugo) si muovono per sensibilizzare al restauro dell’imponente monumento, date le tragiche condizioni in cui ancora versa. Vengono così incaricati due illustri architetti, Jean-Baptiste-Antoine Lassus ed Eugène Viollet-le-Duc per il progetto di restauro integrale. Viollet.le-Duc, noi architetti lo sappiamo bene, è un personaggio che predilige in restauro in stile, contrapponendosi ad differenti scuole di pensiero, alcune più votate all’innovazione, altre alla conservazione integrale (anche dei danni).
Viene elaborato il progetto, profondamente teso a riconsegnare alla Cattedrale le originarie fattezze medievali, come nello spirito dei progettisti, con poche addizioni di stili successivi. Dopo peripezie varie legate alla congruità della spesa, si dà avvio ai lavori. È il 1857 e l’unico direttore dei lavori resta Viollet-le-Duc, a causa della morte di Jean-Baptiste-Antoine Lassus.

Critiche ovviamente non mancano, come sempre.

Tra le curiosità, quella che più m’intriga è la volontà di Viollet-le-Duc di sovrastare le due torri di lunghe guglie. Esistono i disegni originali che prevedono questa ipotesi. Ipotesi però mai realizzata. Il grande restauro viene comunque compiuto e, prima del 1870, Haussmann s’adopera per i ben noti sventramenti della città. In quest’occasione, viene aperta una grande piazza dinanzi al sagrato della Cattedrale: è quella che oggi porta appunto il nome di Place Note-Dame.

Ma ecco che giunge il 1871 e alcuni arredi interni, in particolare panche e sedute di altra natura, vengono incendiate. Seguono ulteriori restauri e ammodernamenti: tra questi ultimi, l’introduzione di alcune vetrate di cui sono incaricati artisti contemporanei, subito dopo rimosse a causa delle troppe variabili stilistiche tra gli stessi autori.
Eccoci agli anni ’90 dello scorso Secolo, durante i quali viene eseguito l’ampliamento dell’organo principale. E poi ai primi del 2000, quando viene edificato il nuovo presbiterio.

E così, la sera del 15 aprile di quest’anno, la Cattedrale prende fuoco. La bellissima guglia centrale è ridotta in cenere, devastando l’articolazione complessiva del monumento. Crollano porzioni considerevoli della volta, tanto nella navata centrale che nel transetto. Altri danni minori si diffondono ovunque. Parigi soffre, il mondo dell’arte si piega al dolore.

Un ultimo tragico evento all’interno di un percorso non facile per il magistrale monumento. Ma la sopravvivenza della bellezza non è mai facile e la strada da percorrere è sovente colma di ostacoli.

Per il bene universale, mi auguro che questo esempio di straordinaria testimonianza dell’architettura possa tornare presto a far piangere, non di dolore ma d’emozione vera, il mondo intero.

IL PROTOCOLLO DI KYOTO

Apr
10

Tanto per tornare sul tema di quella che io sospetto essere una distorsione collettiva e planetaria sul surriscaldamento globale, sintetizzo i contenuti del Protocollo di Kyoto.

Il Protocollo di Kyoto, ratificato dall’Italia nel 2002 con la Legge 120, è direttamente collegato alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite ed è entrato in vigore il 16 febbraio del 2005 (novanta giorni dopo l’adesione della preordinata quota parte di Paesi).

I contenuti si riferiscono al controllo delle emissioni di sei gas a effetto serra, come dispone la Convenzione Quadro all’articolo 2 e con le modalità indicate nell’articolo 3. I gas serra segnalati per il controllo sono: il biossido di carbonio (CO2), il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O), gli idrofluorocarburi (HFC), i perfluorocarburi (PFC), l’esafluoro di zolfo (SF6).

In sintesi estrema, il rispetto del Protocollo prevede che gli Stati firmatari si siano impegnati a ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 5% rispetto ai livelli del 1990 nel periodo 2008-2012. Ulteriore impegno degli Stati membri dell’Unione è stato quello di ridurre collettivamente le loro emissioni dell’8% tra il 2008 e il 2012.

Per il periodo anteriore al 2008, poi, le parti si sono impegnate a compiere progressi e a fornirne le prove entro il 2005.

In successivi articoli vedremo se ciò è accaduto. E lo vedremo con metodo, utilizzando indicatori di risultato.

Proseguo con una sintetica carrellata dei contenuti rilevanti di ogni articolo.

L’articolo 1 del Protocollo di Kyoto riguarda le definizioni. Segnalo la n. 3 che definisce il Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico, facendolo coincidere con il Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico costituito congiuntamente dalla Organizzazione Meteorologica Mondiale ed il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, nel 1988.

Segnalo inoltre che la definizione numero 4 richiama il Protocollo di Montreal del 1987. A questo punto bisogna ricordare che Il 15 ottobre 2016 in Ruanda, in occasione della ventottesima Riunione delle Parti, i 197 Paesi firmatari del Protocollo di Montreal hanno approvato un emendamento mirato all’eliminazione progressiva della produzione e dell’utilizzo degli idrofluorocarburi (HFC). L’uso degli HFC era stato introdotto, a seguito dell’adozione del protocollo di Montréal nel 1987, in sostituzione dei clorofluorocarburi, principali responsabili della distruzione dello strato di ozono. Successivamente però si è giunti alla determinazione secondo cui gli HFC, pur non essendo sostanze ozono-lesive, sono potenti gas serra che incidono negativamente sull’ambiente, raggiungendo un danno migliaia di volte maggiore rispetto all’anidride carbonica. Non è questo inquietante? Perché si firma un Protocollo internazionale che fonda su basi evidentemente incerte?

L’articolo 2 elenca le misure e le politiche che ogni Paese (o gruppo di Paesi) dovrebbe applicare per mitigare l’effetto serra. Si ritrovano qui temi come le energie rinnovabili, l’agricoltura cosiddetta sostenibile, la gestione forestale, il rimboschimento, oltre ad aspetti riguardanti temi economici e gestione di servizi (rifiuti, trasporti, eccetera). Ciò, guarda caso, al fine di combattere i cambiamenti climatici. Naturalmente, nessun riferimento esplicito (direi neppure implicito) agli allevamenti intensivi.

L’articolo 3, con riferimento agli allegati A (contenente l’elenco dei gas e effetto serra) e B (contenente i limiti quantitativi non superabili derivati dagli impegni assunti da ogni Paese) del Protocollo, dispone, come precedentemente accennato, che gli Stati firmatari riducano le emissioni di almeno il 5% rispetto ai livelli del 1990 nel periodo 2008-2012 e gli Stati membri dell’Unione le riducano collettivamente dell’8% tra il 2008 e il 2012. Dispone inoltre il momento di verifica delle azioni al 2005. Seguono poi disposizioni di carattere economico-amministrativo-gestionale sulle quali sorvolo.

L’articolo 4 tratta il tema dell’adempienza dei Paesi, in dipendenza dei risultati da conseguire e regola alcuni degli accordi tra le parti.

L’articolo 5 dispone, tra l’altro, che ogni Parte … realizzerà, non più tardi di un anno prima dell’inizio del primo periodo di adempimento, un sistema nazionale per la stima delle emissioni antropiche dalle fonti e dall’assorbimento dei pozzi di tutti i gas a effetto serra non inclusi nel Protocollo di Montreal. La Conferenza delle Parti agente come riunione delle Parti del presente Protocollo deciderà, nella sua prima sessione, le linee guida di tali sistemi nazionali…

Indica inoltre le modalità con cui devono realizzarsi i sistemi di stima, fatta salva l’accettazione da parte del Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico.

L’articolo 6 e il 7 trattano delle modalità con cui adempiere agli impegni dettati dall’articolo 3, soprattutto in merito all’acquisizione e la cessione di unità di riduzione tra Paesi, oltre che del ruolo della Conferenza delle Parti.

L’articolo 8 tratta il sistema del controllo dell’operato dei Paesi, da effettuarsi tramite un gruppo di esperti coordinati dal Segretariato, soprattutto secondo un approccio gestionale-amministrativo: verifica della compilazione annuale degl’inventari, revisione delle comunicazioni nazionali, eccetera. Approfondisce inoltre il ruolo della Conferenza delle Parti, introducendo altri soggetti (Organo Sussidiario di Attuazione, Organo Sussidiario del Consiglio Scientifico e Tecnologico).

L’articolo 9 mette il punto sull’esame periodico del Protocollo alla luce delle migliori informazioni scientifiche disponibili e degli studi di valutazione sul cambiamento climatico ed il loro impatto come pure delle pertinenti informazioni tecniche, sociali ed economiche.

L’articolo 10 indica la necessità di formulare e aggiornare regolarmente i programmi nazionali che i Paesi sono chiamati a redigere. Sottolinea che tali programmi dovrebbero riguardare, tra l’altro, i settori energetico, dei trasporti e dell’industria come pure l’agricoltura, la silvicoltura e la gestione dei rifiuti. Introduce poi i temi delle tecnologie di adattamento e dei metodi di pianificazione territoriale, quali elementi in grado di produrre un più snello adattamento ai cambiamenti climatici. Sostiene l’idea della cooperazione tra Paesi per la diffusione di tecniche e tecnologie innovative, per l’avanzamento condiviso della ricerca scientifica (mirata, in modo particolare, alla promozione di sistemi di osservazione e alla costituzione di archivi di dati, oltre che per l’esecuzione di programmi educativi e formativi sia sul piano istituzionale che su quello generale).

L’articolo 11 dispone le modalità di attuazione riguardanti l’articolo 10 e il 4, facendo peraltro riferimento a l’entità o le entità incaricate di assicurare il meccanismo finanziario della Convenzione, i paesi sviluppati Parti della Convenzione e le altre Parti sviluppate incluse nell’Allegato II della Convenzione. Dipana poi alcune disposizioni in merito alle modalità d’azione di questa o queste entità e in merito a scambi di risorse economiche tra Paesi. Francamente fumoso appare il tema della o delle entità. Certamente introduce, di contro, un elemento che avrebbe portato, di lì a venire, alla costituzione di ulteriori comitati o similari.

L’articolo 12 istituisce quello che viene chiamato meccanismo per uno sviluppo pulito. Ovviamente si tratta di altro comitato (o similare). Al di là della terminologia piuttosto vaga, al meccanismo vengono dati compiti specifici, tra cui l’essere soggetto all’autorità e alle direttive della Conferenza delle Parti agente come riunione delle Parti del Protocollo e alla supervisione di un comitato esecutivo. Vengono poi introdotti altri enti operativi, sempre designati dalla Conferenza delle parti. Abbastanza contorto nell’articolazione dei compiti, ma chiaro nel definire ruoli di spessore.

Gli articoli 13, 16, 17 e 18 stabiliscono il ruolo della Conferenza delle Parti, quale organo supremo della Convenzione, le sue modalità d’azione, oltre il rapporto tra essa e gli osservatori, quali soggetti deputati dagli Stati ad essere rappresentati.

L’articolo 14 stabilisce il ruolo del Segretariato, in riferimento all’articolo 8, mentre l’articolo 19 ratifica il 14.

L’articolo 15, quello dell’Organo Sussidiario del Consiglio Scientifico e Tecnologico e dell’organo Sussidiario di Attuazione, in riferimento agli articoli 9 e 10.

L’articolo 20 si concentra sui ruoli e sui compiti delle Parti, introducendo il ruolo di una differente figura (o comitato): il Depositario.

L’articolo 21 consiste in disposizioni varie e di rito, sia riguardo gli Allegati al Protocollo, sia riguardo eventuali Emendamenti.

Gli articolo 22-28, conclusivi, concernono disposizioni varie: entrate in vigore, depostiti, tempistiche, eccetera.

E questo è quanto.

Già, parrebbe una considerazione finale piuttosto strana, ma non è tale se si relaziona questo articolo ai precedenti (e a quelli che verranno) contenuti nella stessa sezione (geografia/ambiente) di questo blog. Il mio obiettivo è ricercare elementi di aleatorietà dei grandi trattati sull’ambiente e, in particolare, sui cambiamenti climatici. Ritengo di averne trovati già molti, fin dall’inconsistenza (di cui ho più volte parlato) del fondamento scientifico che, come insegnano menti eccelse, scientifico non è.

(La foto riportata in alto è del 2014, da me scattata da una finestra della sede delle Nazioni Unite a New York)

Il mio profilo letterario

Apr
04

Sono qui contenuti esclusivamente i lavori letterari, di narrativa, saggistica, sceneggiature e testi teatrali.

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PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE

Dal 1990, autore di molte pubblicazioni scientifiche, curate da diversi editori: Istituto Geografico De Agostini, CNR – I.Pi.Ge.T – Università degli Studi di Napoli Federico II,  Università degli Studi di Roma La Sapienza,
Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Università degli Studi di Roma  Tre, Consiglio Regionale del Lazio, e alcuni altri. Ne cito alcune:

1992
La Biblioteca (in Per il XXI Secolo: un’enciclopedia. Città cablata e nuova architettura) – a cura di C. Beguinot e U. Cardarelli – Vol. III, Cap. III, edito da CNR – IpiGeT, Napoli

1993
La Biblioteca: il Teleporto della conoscenza (in Progettare e Costruire per il 2000. Architettura e Tecnologia) – AA.VV. , Pagg. 107-114, edito da CNR – IpiGeT, Napoli

2000
Il ruolo dei tracciati per la mobilità nei processi di sviluppo delle centralità urbane (in Atti del Congresso geografico italiano) – Quaderni di Geografia, edito da Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Roma

2002
I tracciati della mobilità nell’evoluzione storica di Roma: la lettura cartografica (in I territori di Roma – storie, popolazioni, geografie) – Pagg. 551-559, edito da Università degli Studi di Roma La SapienzaTor VergataRoma Tre, Roma

2002
La cartografia per la montagna italiana (in Montagne d’Italia) – Pagg. 276-285, edito da Istituto geografico De Agostini, Novara

2002
Il territorio come bene culturale (in Processi di territorializzazione e regionalizzazione dell’economia italiana) – edito da Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Roma

2002
Note sul processo di allargamento dell’Unione Europea – Quaderni di Geografia, edito da Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Roma

2004
GIS, cartografia e geografia per il governo dei territori (in Public-A, rivista per dirigenti della PP.AA.) – Articolo introduttivo del numero di giugno 2004, Milano

2008

Il bene apprendere nei contesti di e-learning (nella Collana: I libri del Fondo Sociale Europeo) – di Giuseppe Ferraro, Elodia Rossi, Vitalia Schirru – sostenuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dall’Unione Europea – edito da ISFOL, Roma

2010
Metodologie e strumenti scientifici per la riqualificazione delle Borgate Marittime nel contesto territoriale integrato della fascia costiera del Lazio (in Le Borgate Marittime del litorale laziale) – edito da Consiglio Regionale del Lazio, Roma

2011
L’emblematico caso di Roma – la complessità (in The City Crisis – the priority of the XXI Century – For a UN World Conference, for a UN Resolution,
a cura di C. Beguinot) – Aldo Della Rocca Foundation, Series of Urban Studies, pagg. 336-343 e 844-859, Giannini Editore, Napoli

2011
Vademecum per un futuro urbano (di C. Beguinot ed E. Rossi) – edito da Fondazione Aldo Della Rocca, Roma

2012
Per il Manifesto/Concorso: un piano di lavoro (in For an Urban Future in World Urban Forum, a cura di C. Beguinot) – Aldo Della Rocca Foundation, Series of Urban Studies, Giannini Editore, Napoli

2014
Un Manifesto, un Concorso. The Right to the city for all (co-redazione, AA.VV., a cura di C. Beguinot) – Aldo Della Rocca Foundation, Series of Urban Studies, Giannini Editore, Napoli

2019
Corrado Beguinot. Ricordi. (a cura di Elodia Rossi) – Collana Ricerca e Documentazione della Fondazione Aldo Della Rocca, Aracne Editrice, Roma

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NARRATIVA E SAGGISTICA

1990

Ammazza che sfiga, racconto in Amori a Roma, AA.VV., Lucarelli Editore, Roma

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1997

L’illustre e la sconosciuta, romanzo/epistolario, partecipazione al Premio Pieve

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2002

Il Grande Processo, romanzo prefazionato da Giogio Albertazzi, Edizioni Biblioteca del Vascello, Roma

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2005-2007

Numerosi racconti pubblicati su giornali vari

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2006

Sulle nostre vette, Il senso dell’amore, racconti in Antologia Letteraria, Elsa Di Mambro Editore

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2015

Caparbietà, raccolta di racconti lunghi, Narcissus, formato e-book (poi anche cartaceo)

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2015

Roma dei desideri, romanzo, Narcissus, formato e-book (poi anche cartaceo)

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TESTI TEATRALI E SCENEGGIATURE

2016

Volevo essere Marlon Brando, testo teatrale

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2016

The Great Trial, sceneggiatura per lungometraggio (film)

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2018

Steel man, sceneggiatura per lungometraggio (film)

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Ho inoltre scritto alcuni altri romanzi non ancora pubblicati, sui quali preferisco mantenere riservatezza

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