Elodia Rossi

Ricordando un amico

Giu
27

Ma come fa? Questo mi chiedevano, meravigliati, alcuni miei conoscenti quando io, con una punta di amichevole orgoglio, li accompagnavo a vedere Carlo all’opera. Perché Carlo, grande professionista delle ristrutturazioni, era capace di tante tecniche e tanti perfezionismi ignoti a molti. Tra questi, era capace di spostare tramezzi. Si, esatto: spostare tramezzi da un posto all’altro di un appartamento.

Ma come fa? E lo chiedevano anche esperti del settore. Il figlio di un imperatore delle costruzioni, per esempio, uno di quelli che hanno lavorato massacrando il mercato degli incarichi.

È un gioco di equilibri e di coperte, rispondevo. Carlo è bravissimo. Taglia i tramezzi tutt’intorno, con una tecnica tutta sua li fa scorrere su coperte stese a terra, lentamente muove le coperte e porta i tramezzi dove devono essere reimpiantati, sfila le coperte e ricuce i tagli. Poi rifiniture e, voilà, il gioco è fatto.

Mai vista una cosa del genere, mi dicevano. E io ne restavo compiaciuta.

È una delle tante cose che potrei raccontare del mio caro amico Carlo. E parlare della sua arte, mi piace. Era scrupoloso, appassionato del suo mestiere, non si arrendeva fin quando il risultato non si avvicinava alla perfezione.

Ne abbiamo fatte di cose insieme, ne abbiamo seguiti di lavori, eccome. Era molto piacevole per me, architetto, avere un rapporto di tale complicità lavorativa con lui, costruttore. Non capita spesso, ma quando accade i risultati lo dimostrano.

Ci piaceva interpretare i gusti della gente, ci piaceva fare sorprese, sbalordire. Al Teatro Argentina, per esempio, quando abbiamo ristrutturato il piano dei camerini ci siamo divertiti moltissimo a scegliere gli arredi per gli attori e le leziose lampadine per gli specchi, a decorare pareti, ad applicarvi gessi artistici rifinendoli con oro zecchino, e ancora, ancora, ancora! Carlo mi aveva regalato una tuta bianca, come la sua, che portava il simbolo della sua impresa EdilDerHouse. E io la indossavo per decorare.

Mi sembra di vederlo, la sua immagine è così viva nella mia mente che mi allontana dal credere che quel rassicurante sorriso stampato sul suo volto debba ormai essere soltanto un ricordo. No.

Non mi capacito del fatto che proprio per via della sua grande passione lavorativa sia stato segnato il termine della sua giovane vita. Tantoché solo adesso, trascorso qualche tempo e pur senza aver metabolizzato del tutto, ho trovato il coraggio di scrivere questo breve pensiero per lui.

Per problemi personali non ho potuto accompagnarlo per l’ultimo saluto. Inizialmente ne sono rimasta addolorata ma oggi, lo confesso, in un certo senso non me ne rammarico. Perché non voglio dargli un ultimo saluto. Perché penso a lui come sempre, vivo.

E mi piace ricordarlo così, come in questa bellissima foto che mi ha inviato sua figlia: allegro, energico, intelligente, cortese, disponibile, incline all’arte, innamorato della vita e della sua bellissima famiglia, legato profondamente alla sua Angela e attento al futuro della sua Ludovica, convinto che avrebbe potuto seguirle a lungo, intensamente.

E non è un caso che adesso mi rivolgo a lui, direttamente:

Tranquillo, amico mio. Quello che hai saputo dare alla tua famiglia, caro Carletto, è un mare immenso di cose belle e la tua energia rimane e non si disperderà.

Basti leggere le commoventi parole di tua figlia, scritte all’alba del giorno dopo il tuo apparente addio, per capire quanto ci sei:

…A te, e a tutto ciò che è nostro. Abbiamo vinto, lo stesso. Tua Mummu

Si, lo so. Non si può comunque negare che manca la tua presenza fisica, il tuo modo di scherzare, le tue telefonate. Manchi Carlo, ci manchi molto.

Un progetto per la vita

Feb
23

La nostra vita, la vita di ogni essere, dipende dal sistema ambientale complessivo e dagli ecosistemi locali. Dunque la nostra vita, la vita di ogni essere è legata anche a quella di ogni altro individuo e di ogni specie, animale e vegetale. Questa consapevolezza generalmente sfugge a chi, per diverse ragioni e senza colpa, non si è mai trovato ad approfondire il grande tema delle relazioni che governano la vita sul pianeta terra.

Siamo acqua ed energia, prima di essere materia (basti considerare la composizione degli atomi). E questa energia, governata dalle leggi dell’attrazione polare e molecolare, ci rende una sola cosa, un insieme la cui alterazione del singolo causa danni a ognuno.

Per noi uomini, generatori di un sistema complessivo ormai profondamente alterato, fare pace con la terra diventa oggi fondamentale per la sopravvivenza del pianeta. Fare pace con la terra significa molte cose. Significa evitare gli sprechi, significa guardare il mondo con occhio diverso e più consapevole, significa mirare al giusto e non all’effimero, significa abbattere quel muro di diffidenza col la Natura, significa rispettare ogni specie e ogni individuo all’interno dell’affascinante diversità dell’Universo.

Da molti anni studio e analizzo queste relazioni, da molti anni cerco di circostanziare le cause di maggiore devastazione.

Parallelamente e umilmente, cerco di essere attiva su diversi fronti. Tra questi, inserito a pieno titolo nell’ambito della tutela ambientale, vi è il rispetto degli animali. E così – ecco il punto – mi sono trovata, tra l’altro, ad approfondire la situazione di vita di animali rinchiusi, innocenti prigionieri: nei circhi, nei canili, nei gattili, nelle voliere, e via dicendo fino al dramma planetario degli allevamenti intensivi.

Sono luoghi di sofferenza, di tormento, di alterazione delle relazioni naturali, di profonda violazione delle leggi che governano gli ecosistemi. Sono luoghi di trasformazione irrazionale degli equilibri energetici globali e il danno si ripercuote sull’intero sistema naturale, del quale noi uomini siamo parte attiva.

Da molti anni desidero fare qualcosa in più, oltre scrivere, cercare di informare (mi farebbe piacere se leggeste alcuni miei altri articoli sui temi ambientali, alla pagina Urbanistica), muovermi sui diversi fronti con la consapevolezza, purtroppo, di rappresentare niente di più che una delle – seppur tante, ma microscopiche – gocce ribelli all’interno di un oceano ormai in delirio.

Un vecchio contadino, col volto segnato dal tempo e dal sole, indicandomi una distesa di terra, amareggiato mi ha detto: vedi questo terreno? Vedi com’è ridotto? Quando io ero giovane, era pieno di conigli selvatici ed era bellissimo, pulito. Era un prato meraviglioso. Oggi i conigli liberi non si trovano più.

Una dolorosa realtà che mi ha portata a lunghe riflessioni.

E così, vorrei creare un microcosmo di felicità: un luogo dove raccogliere animali in difficoltà estrema e donarli a una vita migliore. Un microcosmo che rifletta il più possibile un’atmosfera di vita naturale, di pace con la terra, dove le energie complessive siano armoniche. Vorrei c he qui, la natura verde e quella animale trovassero quel punto d’incontro ormai smarrito a causa dell’incosciente azione umana. Vorrei che fosse un luogo di formazione alla vita, dove bambini, adolescenti, persone di varia natura (in particolare le disagiate), potessero trovare quegli stimoli utili a guardare il mondo con maggiore coscienza e consapevolezza.

Lo so. È un progetto non facile. E so anche che la sua realizzazione salverebbe un numero limitato di vite. Ma aspiro che diventi un prototipo, un piccolo esempio per tendere verso un mondo migliore. Un esempio a disposizione di tutti, da replicare, da copiare, da migliorare nel tempo.

Vorrei creare un’associazione indipendente di volontariato per la gestione del micro sistema ambientale. Ho già individuato le persone giuste. Gente consapevole, convinta. Avremo bisogno anche di gente necessaria e attiva nel volontariato: un veterinario, un agronomo, un esperto di comportamento animale, volontari che si applichino anche in eventuali pratiche di adozione. Desidererei che questo sistema potesse perfino, nel tempo, garantire lavoro a persone indigenti.

Il microcosmo a cui penso è un ambiente vario, dove la natura verde costituisca il luogo dell’ospitalità per esseri viventi sfortunati, selezionandoli tra i più bisognosi e recuperandoli da strutture dell’orrore (gli allevamenti intensivi, i canili, la strada). Un ambiente autonomo, anche dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico (attraverso la creazione di un capiente pozzo). Non credo nelle modalità di captazione delle energie cosiddette alternative (Rif. Articolo: http://www.elodiarossi.it/architettura-e-ambiente-energie-rinnovabili/), quindi desidero ridurre al minimo il consumo energetico (per emergenze e limitate operazioni): il giorno sarà giorno, la notte sarà notte, come la natura insegna.

Gli spazi dovranno essere organizzati in modo da garantire una felice convivenza, senza prevaricazioni.

Sto elaborando gli aspetti architettonici, ormai a buon punto. Il sito c’è, è mio. Sto esaminando gli aspetti burocratici e quelli finanziari, per non trovarmi impreparata.

Insomma, ci sto provando.

E se mai ci riuscirò, attiverò una campagna pubblicitaria mirata soprattutto alle scuole, affinché bambini e adolescenti possano avere contatti con quella Natura e quell’armonia che il mondo contemporaneo ha sottratto alla loro conoscenza.

Perché la pace con la terra disegni la strada del futuro.

parliamone

Gen
01

Ho letto tante considerazioni, alcune ingiurie, altrettante strumentalizzazioni, ma non sono qui a scrivervi col senso del rancore. Sono profondamente vicina al mondo della Natura e da essa, dal comportamento animale che ne è privo, ho appreso l’inutilità di questo sentimento. Aborro il rancore, considerandolo il peggiore, il più inutile, il più deleterio degli “animus” umani.

Dunque vi parlo come si può parlare agli amici.

Chi esercita il mio mestiere, quello del fare architettura, è ben abituato a ricevere considerazioni d’ogni tipo e natura. E più si è in vista – come nel caso di coloro che sono considerati archistar (ossia gli architetti molto famosi della contemporaneità) – più si è soggetti a qualsivoglia tipologia di critica.

Né ha senso, in generale, rispondere. Né mai lo avrei fatto, in altri casi. Ma è il mio Paese, quel Paese che tanto io amo e che vedo procedere inesorabilmente verso un oblio fatto di poca attenzione e conoscenza, fatto di chiusura al futuro, fatto di ostruzione all’avvicendarsi delle epoche, fatto di trascuratezza per ciò che vale (si sono lasciati crollare edifici degni di conservazione senza alcun rimpianto, cosa di cui intendo parlare a lungo) e sorprendente esaltazione di ciò che non conserva alcun merito. Oblio fatto invero di grande abilità nel confondere ciò che è vecchio con ciò che è antico.

E tutto questo prescinde dai sentimentalismi, dai ricordi che meritano certamente rispetto, ma non possono divenire ostruzione per la crescita. D’altro canto, spero che Foscolo abbia insegnato qualcosa a noi tutti, spero che abbia tramandato l’interpretazione – quella vera – del ricordo.

Dunque non posso tacere, almeno per questa volta, nella speranza di riuscire a trasmettere un pizzico di curiosità che si traduca in voglia di studio, di analisi, di conoscenza.

Tocca a me ora mostrarvi la fontana rimossa. Quella fontana che ha sollevato tanto sdegno per essere stata sostituita. Quella fontana che è stata presentata sulle pagine facebook con foto suggestive ai chiari di luna (onore al fotografo), tanto da oscurarne la vera essenza e farla apparire bella e soave, quasi poetica, annebbiando perfino alcuni altri disastrosi elementi del contesto urbano. Ed è stata posta a confronto con una foto distorta (perfino negli equilibri metrici) della nuova fontana, peraltro ancora lontana dalla compiutezza costruttiva e decorativa. Spero (per l’onore di chi se ne è occupato) che non sia stata una mossa strumentale. Ma poco importa.

E di qui, fiumi di parole, errate disquisizioni su epoche (ricordo che la modernità inizia nella metà del Quattrocento e termina quantomeno nell’inoltrato Settecento), alterate interpretazioni di stili e via dicendo.

Torno al dunque e procedo con illustrarvi alcune foto reali, alla luce del giorno e senza alterazioni, della vecchia fontana anni ‘80.

Eccola in tutto il suo reale (e regale) splendore, impiantata su una improbabile aiuola, quale quarcio di un’orrida pavimentazione sconnessa in betonelle (conci cementizi nati per aree industriali o spazi carrabili secondari). Un grigiore dal sapore dell’esasperazione, all’interno di un luogo (il nostro Paese) che storicamente ha ospitato la pietra chiara, in basolati o conci a seconda delle esigenze. E questo per chi ha il coraggio di affrontare i temi del contesto.

Ma vado avanti e passo ai particolari, dal basso verso l’alto.

Queste sono le vasche. Ingrandendo l’immagine, basta dare un’occhiata all’inclinazione dell’acqua nella vasca più bassa per capire che la fontana aveva un serio cedimento alla base, tanto da essere fortemente inclinata (e non è la Torre di Pisa). Con un pizzico di attenzione, guardando l’esterno della vasca, si notano varie pezzature cementizie – una delle quali davvero molto grande – dimostrative di interventi di rattoppo eseguiti per tamponare bucature e fratture (presenti anche sul bordo). Tant’è che la vasca più bassa non ha retto alla rimozione e si è sgretolata. Più in basso si vede il cono di sostegno: elemento disconnesso dal corpo della vasca. Questo per dirvi che non si tratta di un’opera scultorea, ma di incollaggi di elementi vari, realizzati con stampi. Ne parlo più avanti.

Questa è la vasca più alta, con colonna e capitello (semmai si riuscisse ancora a percepirne la conformazione) che la sostengono. Più in cima emerge fiera la tubazione dell’impianto ferreo di irrigazione a vista (mamma mia!). L’insieme è corroso, colmo di muschi e licheni – alghe, cianobatteri e funghi di varie specie, altamente deteriorato e visivamente impresentabile. Qualcuno potrebbe pensare che simili agenti aggressivi avrebbero potuto essere rimossi. Ebbene, no (a parte i muschi che tenderanno a staccarsi in assenza di acqua). Perché non si tratta di un manufatto marmoreo o di pietra o di altro nobile materiale, piuttosto di un impasto ambiguo e perfino preoccupante (come più avanti spiegherò) a base cementizia, ormai parzialmente polverizzata e dunque irrecuperabile. Ogni azione di restauro, con specifici acidi o con idrosabbiature (tecniche privilegiate per la pulitura dei monumenti), sortirebbe il solo effetto di devastare l’impasto ancora più a fondo. Il solo orizzonte conseguibile sarebbe quello di vederla un po’ meno lurida, magari agendo con puliture superficiali, così evidenziando ancor più il deterioramento. Ma ci sarà pure chi incredibilmente pensa che la conservazione di un tale quadro batteriologico dia una percezione di “antichità(?)” al prezioso oggetto. Varrebbe la pena chiedersi perché non si lascino aggredire i veri monumenti, degni di essere chiamati antichi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Procedo con i particolari. Qui sopra, a sinistra, c’è la colonna. Riuscireste a individuarne la composizione? Osservate, tra l’altro, la frattura cementizia con mancanza di materiale riempitivo.

A destra è il Capitello e vale la pena dichiararlo, dubitando che si riconoscerebbe. Corroso fino all’incredibile. D’altro canto, in questi dozzinali manufatti cementizi, destinati a durare poco per scadente composizione (valutato anche il costo – basti esaminare il web o recarsi presso uno dei tanti rivenditori di zona), dopo aver eseguito i calchi per tronchi, si procede a sommarie rifiniture con l’utilizzo di cementi bianchi o gessi.

Bene. Qui siamo agli esterni della vasca più alta. Al di là delle fratturazioni strutturali, delle assenze e alterazioni di materiali, vi prego di esaminare la composizione dell’impasto. Si tratta di cemento grigio mescolato a ghiaie, vetri variopinti di bottiglie frantumate, ulteriori derivazioni di scarto edile e altro ancora. Qui mi soffermo un attimo, chiedendo ai più sagaci di osservare bene e riconoscere presenze di materiali frantumati oggi vietati dalla legge per via della dannosità ambientale che generano. Giacché non è tutto oro quel che luccica, né brillante, né smeraldo, vi chiedo: il mio Paese merita tanto?

Questo è l’interno della vasca più alta, dopo aver tolto l’acqua, laddove è incollato il basamento (che parola onorevole!) della statua. Depositi di detriti vari, incrostazioni, putrefazioni, solo in parte rimovibili. E che dire della magnifica tubazione desueta e corrosa a vista? Ovviamente non a riciclo, tanto da sprecare acqua pubblica (un bene oggi considerato “oro bianco”), giacché l’unica prerogativa di riciclo di questo oggetto è nell’uso di scadenti materiali di scarto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa a sinistra è una coscia della statua (parola grossa). Composizione in cemento prevalentemente bianco, con qualche addizione di polveri derivate da segature di cave marmoree e ferrose, oltre che frantumazioni più sottili di materiali vari (al fine di consentire un calco meno impreciso), ovviamente di scarto edile. La corrosione da licheni ha fatto emergere fiero uno dei ferri della struttura che tiene insieme i pezzi della statua, ovviamente cava centralmente per inglobare il ferro tubolare di collegamento dei vari pezzi della fontana. Tal quale alle opere del Bernini.

A destra c’è un particolare del retro della statua . Si nota la linea di incollaggio a livello del busto e quella che percorre l’insieme in verticale, dividendo l’oggetto a metà (non esistono calchi che permettono una composizione complessiva di corpi siffatti e la suddivisione longitudinale è d’obbligo) . Corrosa, cosparsa di licheni crostosi scuri, i più aggressivi, veramente triste.

Ecco la testa, di fronte e dall’alto. Ovviamente corrosa. Ovviamente in impasto cementizio. Eccetera, eccetera.

Nella vista dall’alto, oltre quanto già detto, emerge una sorpresa quasi comica. Due bei chiodi ormai arrugginiti sono conficcati sul capo, evidentemente necessari a serrare il culmine con la struttura sottostante. Chi l’ha realizzata non si è preso neppure la briga di trovare il modo di nascondere una simile oscenità.

E ditemi: c’è perfino chi pensa di metterla in un museo? Ma si ha coscienza di cosa contengono i musei?

A questo punto, nostalgicamente, perdonatemi un inciso. Mi lascio trasportare dal ricordo e rivivo quel magico momento in cui vidi per la prima volta il bianco e marmoreo Davide michelangiolesco, nella Galleria dell’Accademia a Firenze. Giovane studentessa di architettura, avevo in mente di osservarlo da vicino e partii. Entrai e lo trovai lì, lucido, fiero, stupendo, imponente, perfetto, con quelle vene che gli attraversano il corpo come se pulsassero di vita vera: io piansi di commozione, a lungo. Ancora oggi ho i brividi.

L’opera d’arte si osserva da vicino.

Da parte mia e per il rispetto che devo alla mia professione e al mio Paese, sappiate che pur se la vecchia fontana fosse stata integra, l’avrei comunque rimossa. Un manufatto dozzinale, di serie, senza alcuna prerogativa, neppur vaga, di artisticità.

E non affronto il problema funzionale, di cui ho già detto precedentemente. Perdite di acqua non a riciclo, scorrimenti continui dalla base della fontana fino ai piedi del muro di sostegno, su via Cesari. Gravissime problematiche derivate di instabilità della piazza, svuotamenti e lesioni ampie.

Con i piedi per terra, tralasciando i pur rispettabili sentimentalismi di ognuno, vi esorto a capire di quale aberrazione si sta parlando.

A voi ogni valutazione.

Come avrete immaginato, non ho alcuna intenzione di presentarvi visivamente la mia di fontana,  la nuova, nonostante l’insulso modo con cui è stata illustrata in facebook. Potrà piacere ad alcuni, non piacere ad altri, non importa. Se tutti avessimo gli stessi gusti vestiremmo allo stesso modo o saremmo innamorati dello stesso uomo (o donna che sia). L’architettura non richiede consenso di massa, piuttosto conoscenza. L’unica cortesia che chiederei è quella di vederla da vicino una volta completata definitivamente, di esaminarla, di capire che è rivestita interamente in pietra a tre differenti lavorazioni, che contiene un impianto a riciclo in opera e nascosto, che contiene un impianto di illuminazione interno, che ha imposto la scelta attenta degli ugelli, che poggia su un selciato di pietra chiara naturale. Chiederei di interpretarne l’ispirazione – perché ogni architetto ha un’ispirazione se rispetta il suo ruolo – che in questo caso è quella del richiamo della quiete (in ricordo di tante poesie su San Cosma), tradotta nel debole suono che lo scorrere spumeggiante dell’acqua emette sul frastagliato cono interno. Chiederei dunque di ascoltarla. E chiederei di esaminarla con occhio più vigile verso il divenire, nella consapevolezza che il nostro Paese debba finalmente intraprendere un ruolo di rinnovamento anche formale.

Sono consapevole che il perenne dialogo sull’architettura insegna che questa arte (la regina delle arti), pur rimanendo bene collettivo, dunque di tutti, purtroppo non è per tutti. Perché bisogna avere una certa dose di conoscenza dei meccanismi che, avvicendandosi nei Secoli e fin dagli albori dell’umanità, ne hanno generato il cosciente bisogno di esplorazione continua, di ricerca, di innovazione. L’architettura è scienza. Dove non c’è innovazione non c’è architettura, ma ripetitività, banalizzazione, produzione seriale e assenza d’ogni tipo di artisticità.

E questo concetto, benché valga per tutte le arti (dalla pittura alla scultura, dalla letteratura alla poesia, e via dicendo) trova la sua vera essenza proprio nell’architettura: l’unica arte ad aver superato i limiti delle tre dimensioni spaziali. Ma è un discorso lungo e articolato. Pronta a parlarne con tutti, in altra sede.

Ogni contesto urbano che si rispetti ha fatto largo all’innovazione. La maestosa via della Conciliazione a Roma, quella che apre alla veduta di San Pietro, è opera postuma e di decisa rottura stilistica rispetto alle fattezze della Basilica. Eppure è bellissima. D’altronde la grande Città Eterna non è certo oggi quella dell’epoca paleocristiana, né romana, né bizantina, né medievale e neppure moderna.

E così, l’esplosiva The Shard – torre di cristallo che conta ben 306 metri, firma tutta italiana di Renzo Piano – s’erge fiera nel cuore storico dello Southwark londinese. È integrazione e non contraddizione. Come il museo ebraico ha dato nuovo impulso all’antica Berlino, grazie al maestro Libeskind (il mio architetto preferito). È il segno del passare del tempo, è l’affermazione dell’esserci in ogni epoca: in una sola parola è lo scorrere della vita.

D’altro canto il senso della conservazione non è quello del banale e deleterio mantenimento dello stato dei luoghi (cosa che varrebbe laddove vi fossero opere d’arte vere e solo per esse), piuttosto è quello della crescita riformatrice che permette a ciò che ha valore di essere preservato e integrato con percorsi d’innovazione. Solo così i luoghi possono vantare passato e presente, nell’ottica di un divenire certo. Diversamente, nell’errata visione di un mondo intoccabile, si consegnano ai luoghi dolorosa sofferenza e morte precoce.

Auguro a tutti – e non è retorica – una vita bellissima.

Elodia

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