Elodia Rossi

IV – LE DIMENSIONI DELL’ARCHITETTURA

Gen
22

Sono in ritardo, forse. Oppure no, viste l’ampiezza e la delicatezza della riflessione su cui è imperniata questa serie di articoli. Certo, ne è passato del tempo dal giugno 2017, data dell’articolo III – Le Dimensioni Dell’Architettura. Sarei soddisfatta se il collega Salvo Cimino, che mi ha accompagnata sinora (nei precedenti tre articoli della serie), mi comunicasse il suo giudizio su quanto sto per dire.

la potenza della luce

L’ambito è quello della ricerca della N Dimensione dell’architettura.

Ecco. Già su questo punto crederei di aver sbagliato. Mi riferisco a quando, con una convinzione un tantino superba partita più da me che da Salvo, affermavo che la N Dimensione … non sarà superabile perché includerà l’insieme delle componenti che entrano in gioco nello spazio costruito e di vita. Credo che non sia così.

Ho riflettuto a lungo, molto a lungo, ma è servito.

Ho preso appunti, moltissimi.

E sono convinta di aver trovato quello che cercavo, tuttavia in valore raddoppiato. Difatti credo di aver individuato altre due componenti dell’architettura che possono, anzi devono, considerarsi Dimensioni essenziali della Regina delle arti. Se non mi sto sbagliando, la N Dimensione, che avrebbe dovuto coincidere con la Quinta, è già superata.

In questo periodo di astensione dalla pubblica riflessione, ho percorso spazi architettonici (ovviamente mi riferisco a oggetti di architettura e non a banalizzazioni e mortificazioni di cui è colmo il mondo) aperti e chiusi, con l’attenzione dell’esploratore. Ho esaminato, ragionato, valutato: dalla linearità alla bidimensionalità, alla tridimensionalità, contando i passi, gl’istanti, per poi ripercorrere e ripensare più volte, più volte e ancora di più, facendo della Dimensione Tempo – l’oramai consacrata Quarta Dimensione – lo stimolo alla mia ricerca.

Adesso vorrei mettere in ordine, sinteticamente, i principi individuati nei precedenti tre articoli di questa serie e da me tenuti in considerazione nel corso della mia lunga riflessione.

Principio 1. Le Quattro note dimensioni dell’Architettura: la lineare, la bidimensionale, la tridimensionale, il tempo (che oltrepassa i canoni della realtà e richiama, a pieno titolo, la memoria) non restituiscono la compiutezza di un’opera. – Rif. http://www.elodiarossi.it/i-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 2. L’intuizione di Bruno Zevi secondo cui le quattro dimensioni non sono sufficienti a contenere lo spazio internodell’architettura, quello spazio che non può essere rappresentato compiutamente in nessuna forma, che non può essere appreso e vissuto se non per esperienza diretta. Rif. Rif. http://www.elodiarossi.it/ii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 3. L’oggetto architettonico è fatto per essere vissuto e, passando dall’esterno all’interno, i riferimenti percettivi si moltiplicano, cambiano, avvolgono, inglobano l’essere e restituiscono sensazioni proporzionali alla capacità sensoriale individuale. Rif. http://www.elodiarossi.it/ii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 4. Il dinamismo potrebbe essere un importante punto di partenza per la ricerca: spazio/tempo/velocità, accelerazione/gravitazione, mutazione/memoria. La nuova Dimensione deve fare i conti con l’insieme dei fattori fisici che possono determinare variazioni percettive all’oggetto di architettura. Rif. http://www.elodiarossi.it/iii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 5. La nuova Dimensione (potrei ora dire, le nuove Dimensioni) dell’architettura non può essere astratta. Deve potersi misurare, deve avere riferimenti concreti, come si conviene a una scienza che – sebbene esploda soltanto nei casi in cui la forma artistica si traduce in innovazione e singolarità – fonda le sue basi sulla metrica, sulla manipolazione spaziale, sull’articolazione volumetrica. L’approccio è nella scienza fisica. Rif. http://www.elodiarossi.it/iii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Durante questa esplorazione, che più volte andava richiamando la mia memoria verso le percezioni avute nei riguardi di edifici e spazi conosciuti, già percorsi, mi sono imbattuta in uno spazio nuovo, trasformato – meglio, in trasformazione – da me stessa.

È qui – e ne parlerò attentamente in un futuro articolo – che ho avuto la prima delle intuizioni. È qui che ho capito quale potesse essere una nuova Dimensione, la Quinta. Da questa – come per deduzione – è derivata l’altra, la Sesta.

Non me ne capacitavo. Perché non pensarci prima? Eppure si tratta di elementi, rispondenti a tutti i principi prima elencati (individuati nel percorso di analisi descritto nei precedenti tre articoli), con cui gli architetti si confrontano ogni volta che affrontano un progetto e ogni volta che osservano e penetrano un’opera realizzata.

La LUCE: riferimento percettivo misurabile (il lux per la misura dell’illuminazione di un oggetto, il lumen per la misura di illuminazione, la candela per la misura dell’intensità luminosa), capace di restituire immagini differenti dell’oggetto architettonico nel corso delle diverse ore, delle differenti stagioni, dei molteplici luoghi. È la Quinta dimensione.

Il SUONO: riferimento percettivo misurabile (l’hertz –Hz per la misura della frequenza, il decibel per la misura dell’intensità), capace di offrire differenti percezioni dell’oggetto d‘architettura in relazione alla sensorialità del fruitore. È la Sesta dimensione.

Mi fermo qui. Il prossimo articolo sarà dedicato alla Quinta Dimensione: la LUCE. Il successivo, alla Sesta: Il SUONO.

A seguire spiegherò, in un diverso articolo, come sono giunta a queste determinazioni.

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