Elodia Rossi

Architettura del mimo

Set
06

C’è un’indissolubile relazione tra l’architettura e il movimento. Relazione che porta inevitabilmente all’esplorazione del campo percettivo.

La percezione di un oggetto di architettura ha mosso grandi studiosi a cercare di penetrare il soggettivo mondo sensoriale, con una visione certamente condivisibile, tanto da indurre alla ricerca di quella dimensione ancora ignota (la N dimensione) che appartiene alla relazione tra oggetto statico e movimento (interno o esterno che sia). Di questo argomento ho già più volte detto in altri articoli (es: Le Dimensioni dell’Architettura I, II, II, rintracciabili nella pagina Architettura di questo Blog e redatti in collaborazione col collega Salvo Cimino). E ancora dirò, visto che l’argomento è complesso e riguarda una ricerca non conclusa.

Nel testo Arte e Percezione Visiva di Rudolf Arnheim, la comprensione dell’architettura (in generale, dell’arte) non a caso è affidata al movimento corporeo. Un binomio inscindibile, direi, che supera di gran lunga il senso del muoversi tipico di ogni struttura e legato agli spostamenti infinitesimali.

Mi sono sempre chiesta: visto che l’architettura (la percezione di essa) richiama il movimento, quanto il movimento richiama l’architettura? Molto direi, quando il movimento si esercita all’interno o all’esterno di un oggetto architettonico: un’abitazione, un ufficio, un teatro.

Il tempo, coordinata fondamentale della Quarta Dimensione dell’architettura, ha un valore straordinario anche se relazionato al movimento: tempi lunghi o meno lunghi producono differenze percettive.

E non è un caso che spesso si senta parlare di architettura del movimento. Le forme, la struttura, le componenti del mondo intero sono affidate a giochi di forze che si contrastano tra esse nel tentativo, non sempre vincente, di generare equilibrio.

Recentemente ho conosciuto il maestro Michele Monetta, grande regista e attore teatrale. Grande mimo. Insieme abbiamo visitato l’area archeologica di Minturnae, avvolta in un silenzio pressoché statico. Il magnifico teatro romano era vuoto e la percezione che ne restituiva a noi visitatori era quasi ascetica. Le osservazioni del maestro Monetta, nel corso di quell’incontro, mi hanno portata a riflettere ancor più sul rapporto tra architettura e movimento.

D’altro canto, Michele Monetta è un profondo conoscitore dei giochi delle forze, dei pesi e dei contrappesi che inducono agli equilibri del corpo in movimento. Ed è un conoscitore della relazione tra gestualità e palcoscenico, tra posizione e ambiente, tra vitalità e spazio.

La sua arte mira, come lui stesso dice, a guardare al futuro (medesima ambizione di ogni vero architetto). Recentemente è stato pubblicato un libro dal titolo Mimo e Maschera (sottotitolo: Teoria, tecnica e pedagogia teatrale tra Mimo Corporeo e Commedia dell’Arte). Autori ne sono Michele Monetta e Giuseppe Rocca.

È un testo formativo sul mimo corporeo. Bisogna leggerlo per capire quante affinità esistono tra il mondo scientifico dell’arte mimica, l’universo dei movimenti e, lasciatemelo dire, le dimensioni dell’architettura.

I contrappesi corporei, soprattutto relazionati ai movimenti del tronco, pilastro fondamentale sul quale s’innestano gli arti e la testa (più protesi verso il descrittivo), sono esposti e illustrati con espressività addirittura appartenenti al mondo della scienza fisica e portano il lettore a riflessioni ampie, perfino riconducibili alla comprensione degli equilibri universali. E la maschera qui non è interpretata soltanto secondo gli schemi della Commedia dell’Arte, ma anche come capacità di gestione consapevole dell’io nella struttura fisica e in quella mentale.

Mimo e Maschera è dunque una guida preziosa alla comprensione delle relazioni tanto con l’io, quanto tra l’io e il contesto circostante. E il contesto circostante non è fatto anche di architettura?

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