Elodia Rossi

ACQUA

Nov
16

Quando il sole sorge, (…) L’importante è che cominci a correre.”

Anonimo ‘900

20 ottobre 1995

Lettera ad un individuo, uno a caso, ricco sfondato.

Una giornata a caso della vita di uno qualunque, uno a caso, che arranca per vivere.

<Mi sveglio, è l’alba.

Oggi piove. Piove su qualunque cosa io faccia. Inesorabilmente piove.

Ho mal di schiena e un diffuso, sordo dolore alla pancia: già, il mio problema di salute. Chi se ne frega. Se dovessi starci appresso, avrei ben poco tempo per inventarmi la vita. E infatti, è proprio questo che cerco di fare: inventarmi la vita.

Mi alzo, mi lavo, mi vesto, vado in cucina e mi preparo un caffè ben carico. Metto la caffettiera sul fornello e, poco dopo, scoppia! Troppo carico? Un pezzo da una parte, un pezzo dall’altra. Il filtro, sbattendomi sulla fronte, finisce in terra e il caffè è dappertutto. La cucina è, ora, ben ornata di macchie scure. Un’espressione d’arte contemporanea?

Scatto d’ira, ho un bernoccolo in fronte. Butto all’aria anche l’ultimo pezzo della caffettiera, il fondo, l’unico rimasto sul fornello. Non ho tempo per prepararmi un altro caffè. Il mio treno parte tra non molto e devo assolutamente raggiungere Roma per un appuntamento in banca. Chissà se con la tua benedizione mi concederanno un piccolo finanziamento? Visto che la tua benedizione m’è costata cara in termini di lavoro fatto al tuo posto, chissà?

Esco di casa; c’è il sole. Entro nella mia anzianotta vettura color bronzo e, ovviamente, questa non parte. O meglio, fatica non poco a mettersi in moto. L’adrenalina sale, la schiena mi fa male, la pancia pure. Devo andar veloce – pura illusione per la mia povera auto – se voglio prendere il treno. Arrivo alla stazione, cerco un parcheggio e – ti pare! – il più vicino dista almeno un chilometro dai binari. Scendo di corsa e di corsa vado verso la biglietteria. Il treno è in ritardo: almeno quaranta minuti. Ma che posso sperare da un diretto del cavolo, non potendo permettermi uno di quei treni veloci e costosi? Maledizione! Corro verso un telefono pubblico e cerco di avvisarti, ma non ci riesco: il tuo cellulare, l’unico di cui ho il numero, è spento. Nevrosi al massimo! Non mi piace portare ritardo.

Finalmente salgo sul treno, arrivo a Roma e, guarda caso, piove a dirotto. E a che vale pensare che a Napoli c’era il sole? Ora non ho un ombrello e devo raggiungere la banca, questa è la realtà. Fradicio come non mai, arrivo all’appuntamento fuori l’agenzia e tu non ci sei. Sarà andato via non vedendomi arrivare?, mi viene spontaneo chiedermi. Macché: non sei ancora arrivato, ma io questo non lo so.

E intanto piove e io continuo a bagnarmi. Grondo acqua da tutte le parti. Le mie scarpe sono zuppe come i miei capelli, come il mio giaccone, come la mia cartella, come il mio tutto. A questo punto non vale la pena neppure cercare un riparo; vale la pena continuare a farmi la doccia, tanto è lo stesso. Certo, se avessi avuto una macchina come una di quelle che hai tu, un autista e un segretario servizievole con l’ombrello, sai chi se ne sarebbe fregato della pioggia, del treno, del parcheggio, eccetera. Va be’!

Dopo un quarto d’ora di doccia davanti la porta d’ingresso della banca, mi convinco che devo telefonare per cercare di rintracciarti, per capire cosa possa essere accaduto e quanto pregiudizievole possa essere stato il mio non colpevole ritardo. Non ho gran simpatia per i cellulari, però mi accorgo di quanto sarebbe comodo possederne uno in un momento come questo. Ma è del tutto inutile che io ci pensi. Cerco una cabina telefonica ma quando ne cerchi una, specie a Roma, non la trovi facilmente o almeno non la trovi funzionante. Poi, con la mia dichiarata fortuna! Quando rintraccio, dopo vari tentativi, la cabina funzionante ecco che all’interno c’è un uomo che parla, parla, parla. Tanto, tanto da non volersi acquietare mai. E a nulla serve che io mi affanni a sventolare la mia carta telefonica col preciso intento di farmi vedere, per dichiarare insofferente fretta e disappunto verso quell’atteggiamento a dir poco maleducato e menefreghista. Finalmente il tizio esce, si badi bene, senza neppure scusarsi dell’attesa che mi ha causato, per giunta sotto la pioggia. Entro in cabina, introduco la scheda nel telefono e, porca miseria!, ci sono solo quattrocento lire di autonomia. Non saprei proprio quanto dista il rivenditore più vicino. Come faccio a chiamare un cellulare con quattrocento lire? Ok, messaggio lampo: io sono qui, sono arrivato, ecco tutto. Tu sei in ritardo, questo ora sono riuscito a capirlo. Ti aspetto e quando, finalmente, arrivi ben asciutto con la tua Maserati (a me l’acqua piovana ha lavato perfino l’anima), ore tredici, entriamo in banca. Se non altro la pioggia ha dato sollievo al mio bernoccolo.

A questo punto, ridere o piangere? La banca non permette operazioni, non c’è corrente. Un guasto, questo è il problema. Ma è un guasto che riguarda soltanto il palazzo dell’agenzia. Dunque servirà più tempo per la riparazione. Se si fosse trattato dell’intero quartiere, i tecnici sarebbero arrivati in tempi più rapidi. Così invece, toccherà aspettare. E quanto? Una buona cosa: dal momento in cui ho messo piede in banca, non piove più. Attendiamo mezz’ora fino alla chiusura del mattino, ma l’elettricità non è ancora in funzione. E’ tempo di uscire. Le porte stanno per essere chiuse e bisognerà tornare all’apertura pomeridiana, ossia alle quindici.

Ironia della sorte, nel mettere piede fuori, ritorna insidiosa la pioggia. E’ come se ci fosse una nuvola nera che mi perseguita, proprio qui, piantata sulla mia testa. E a che è valso, poco prima, essermi asciugato, o meglio tamponato dell’eccesso – si fa per dire – d’acqua, con dei pacchi interi di fazzoletti di carta che sono finiti a colmare i porta-rifiuti dell’agenzia? Va be’, tanto ormai sono assuefatto a quest’insidia. Devo vagare fino alle quindici e poi, dopo essermi assicurato che l’energia elettrica sia tornata attiva, dovrò avvisarti telefonicamente: questi sono gli accordi a me poco favorevoli, naturalmente. L’indifferenza dei potenti richiede anche la servitù. E’ una specie di regola. Ma il tempo è galantuomo e, un giorno o l’altro, mi prenderò una rivincita a mio modo (che illusione!).

Intanto, i miei ricoveri sono tettoie, aggetti di abitazioni, cornici e ingressi di palazzi, qua e la, posti lungo il mio disordinato tragitto. Non mi pesa, ci sono abituato. Poi, oggi sono nervoso e non ci penso!

Ore quindici: sono di nuovo in banca. La corrente elettrica è attiva, il guasto è stato riparato. Ora però manchi tu che, come d’accordo, aspetti che io ti avvisi. Ricomincio. Ritorno in cabina telefonica: quella di prima. Dalle tredici alle quindici i negozi sono chiusi e io sono senza carta telefonica. Bisogna avere la mente lucida per ricordarsi tutto e oggi non è proprio uno di quei giorni. Utilizzo gli spiccioli che mi trovo in tasca e lancio un nuovo messaggio lampo. Ritorno in banca e aspetto. Poco dopo, tu arrivi più asciutto che mai. Facciamo la nostra operazione, che mi ha scorticato l’anima per il tempo che mi ha sottratto, e ci salutiamo. Non è andata come speravo, naturalmente.

Guarda, guarda, non piove. Esco e mi dirigo verso la metropolitana. Non faccio che quattro passi e un tuono feroce annuncia una nuova scarica d’acqua. Non ho certo dovuto attendere per questo. Puntuale, l’unica cosa veramente puntuale della giornata è la pioggia. Altra doccia.

Non so cosa fare. Non ho un accompagnatore con l’ombrello e, in questo momento, non ho neppure un ombrello. Non ho un’auto con l’autista e non ho neppure un’auto che mi permetta di percorrere tranquillamente duecentocinquanta chilometri senza il rischio di perdere un’intera giornata o di essere lasciato a piedi sull’autostrada. Non ho un autista. Non ho un segretario con quattro cellulari – come il tuo – per avvisare dei ritardi (mai premeditati) o per comunicare il mio arrivo. E probabilmente se l’avessi, avrei anche la tua buona dose d’indifferenza che mi porterebbe ad attendere che siano gli altri – quelli che fanno la doccia gratis – a chiamare! In più, le cabine telefoniche, merce per gente di strada, non funzionano quasi mai.

Ho solo buoni piedi, tanta pioggia che mi bagna (non si capisce se piovo più io oppure il cielo) e una testa nella quale si addensano le mie idee, le mie conoscenze e le mie competenze. Perfino le mie aspirazioni. E sai che ti dico? Non ho nulla, è vero; ma non sono meno intelligente di te. Al diavolo, non mi sento assolutamente meno intelligente di te. In ogni caso, non stare lì a preoccuparti di quello che sto dicendo, considerato che ho una certa stima della mia intelligenza. E’ come dire che stimo anche te, non ti pare? Non dimenticare che le differenze tra due individui si misurano evitando le uguaglianze.

Sai qual è la vera differenza tra noi due, al di la dei valori? E’ che, maledetta sorte, sul mio capo piove, piove sempre, inesorabilmente piove. Sul tuo, invece, c’è il sereno e, all’occorrenza, un bel tetto che ti ripara. E non sempre queste cose si conquistano. Altrimenti, cosa sarebbe la sorte?

Ah, dimenticavo: è sera, ormai. Il risultato di questa giornata? Brividi di freddo, un termometro sotto la lingua, un gran mal di gola e un deciso mal di testa che si sommano ai dolori di schiena e di pancia>.

Ora chiudo gli occhi e dormo. Domani è un altro giorno e VEDREMO.

DELIRIO DA UN TRENO (RACCONTO BREVE)

Set
04

E’ da un treno che ti scrivo, questa volta.

Corre veloce. Corre verso te.

Stai attenta, non è come le altre volte. Non farti illusioni. Stavolta andrò via.

Maledetta!

Avere un rapporto con te è quanto di più difficile possa capitare ad un essere umano. Sei volgare, a volte. A volte sei spietata. Irraggiungibile. Incomprensibile. Fuorviante. Deviante. Sfrontata. Quanti volti hai? Mille o uno soltanto? Dipende da come ti si guarda. Già, non c’è dubbio: il tuo lato migliore è quello meno evidente. Non perché sia davvero migliore: solo perché con esso esprimi una sincerità distruttiva e dichiari la tua identità. Mostruosa.

Inquietante. Devastante.

Se ti si guarda in faccia, di fronte e senza indagare troppo, è vero, sei bellissima. Mio Dio, quanto sei bella! Incantevole, addirittura.

Straordinaria.

Nessuna, credimi, nessun’altra è come te. E chiunque t’ha vista, lo sa. Ogni centimetro quadrato del tuo corpo, della parte più evidente del tuo corpo, è un’invenzione sublime. Un tassello d’un mosaico praticamente perfetto.

Strega. Fata.

M’hai rapito. M’hai ammaliato. Potessi tornare indietro! Potessi tornare vent’anni indietro, no, non accadrebbe mai più. Non mi farei rapire dal tuo fascino. Non mi farei coinvolgere dalle tue ingannevoli apparenze. Non mi farei ammaliare da quella parte manifesta del tuo corpo scultoreo. Né dalla tua essenza. Starei attento, ti schiverei. Starei lontano da te. Neanche per un solo attimo mi farei coinvolgere. Perché ormai ho la certezza che un solo attimo basterebbe a rapirmi, a stregarmi, a uccidermi. Tu ci sai fare. E un attimo o vent’anni ti sono sufficienti a distruggere un’esistenza.

Il modo per evitare questo è uno soltanto: non conoscerti. Starti lontano. Beato chi non ha mai avuto la possibilità d’incontrarti.

Eppure c’è tanta di quella gente che ti ha vista sui giornali, in televisione, perfino di sfuggita e vorrebbe incontrarti. Tanta gente che ha saputo di te, pensa di conoscerti. Molti sono appassionati della tua vita, affascinati dalla tua bellezza. Non sanno che l’apparente limitazione del non essersi imbattuti in te è invece una grande fortuna, una salvezza. E questo concetto lo griderò al mondo, a tutti, d’ogni razza e provenienza. Belli e brutti, giovani e vecchi, grandi e bambini. Tanto per te non c’è differenza. Chiunque ti capita a segno, colpisci.

Demonio, sei un demonio.

Eccome se ho provato a starti lontano! Non mentire. Non puoi pensare, neppure per un istante, che non sia andata così. Purtroppo però, t’avevo già conosciuta e, dal primo momento, t’avevo amata.

Ma questa volta, vedrai, ce la farò.

La tua indole narcisista non vorrebbe accordare a nessuno di sfuggirti, una volta abilmente incantato. Ma posso farcela. Devo farcela.

Non ci sono mai riuscito finora, è vero. Ti odio per questo. Ma le cose cambiano e nella vita, presto o tardi, ci si può aspettare di tutto. Questo vale anche per te. Vedrai.

Ti odio e ti amo. E non so quale dei due sentimenti sia più forte. Per la verità, non so neppure se si tratta di amore o, semplicemente, di ossessione.

Se ripenso alle lunghe giornate passate insieme, agli anni vissuti insieme, alle passeggiate lungo il fiume, alle frenetiche e divertenti serate, alle atmosfere magiche di certi momenti, alle notti estive all’aperto, alla confusione della gente che incontravamo e che bramava al desiderio di conoscerti meglio, alle stravaganti cene in tante case di lusso, alle risate nelle spartane trattorie, ai caffè nei circoli, ai brindisi nelle vinerie, agli incontri con attori e registi sui set, ai concerti, ai confronti culturali e a tanto altro ancora, allora ti adoro. Ricordi quel tramonto di primavera che ornava le passeggiate lungo il fiume? Che colori, che riflessi sull’acqua, che piacevole temperatura. Sembrava un paesaggio irreale: io e te, apparentemente soli, fortemente legati da un sentimento straordinario, non umano. Sublime, direi divino.

Se poi ripenso al dolore che ho vissuto con te, alle umiliazioni per essere uno dei tanti, alla cattiveria che mi si è presentata davanti in tanti momenti, alla disperazione che ho visto negli occhi di molti, alla confusione che hai creato nella mia mente, allo straziante modo con cui ti prendi gioco degli altri, alle tue promesse mai mantenute, alla tua ostilità nascosta da quel volto fiabesco, allora ti disprezzo. Ricorderai, spero, quella sera quando dovevo tornare a casa. Era molto tardi. Tu mi lasciasti solo, su quella maledetta strada di periferia ad aspettare un autobus che non arrivava mai. C’era poca luce, il lampione più vicino era abbastanza distante da non permettermi di vedere neppure l’orologio. Non un taxi in giro. E nelle vicinanze, ti ricordi chi c’era? Mio Dio! Ceffi da fare paura. Mi hanno derubato. Me la sono cavata col portafoglio. E mi è andata bene, non c’erano molti soldi. Se si fossero accorti di cosa avevo nel taschino, sai che festa. D’altro canto, che potevo fare? Allontanarmi? Per andare dove? Quanto tempo sarà passato, prima che arrivasse l’autobus? Due ore? E tu, intanto, te la ridevi. Sdraiata, comoda, spettatrice indomabile.

E ti ricordi come mi trattasti quell’altra volta? Quella volta che sono fuggito lontano da te, trasferendomi, fortemente deciso a tanto. Si, quella volta che ebbi la forza di cercare un nuovo amore, un universo diverso, più sincero, per tentare di vivere. Vivere. T’è bastato un attimo, un solo attimo, per farmi tornare indietro.

Smettila! Non è vero, lo sai, che avrei potuto evitare d’incontrarti. Da te avevo ancora tutte le mie cose. Cose troppo personali perché qualcuno potesse passare a prenderle al posto mio. Così non ho potuto fare altro che tornare. Mi ero messo in testa di non guardarti in faccia. Ho provato a farlo. Te lo ricordi? Sono entrato col capo reclinato. Con gli occhi socchiusi. Cercavo di non guardare neppure i miei passi. Tu, perfida, ne hai approfittato. Ho sbattuto il muso davanti a un muro e, tanto inevitabilmente quanto irrazionalmente, ho dovuto spalancare gli occhi. E tu, pronta, eri lì ad aspettarmi. Maledetta. Non ebbi il coraggio di portare via nulla e ti adulai, ancora, più forte che mai. Percepii e toccai ogni centimetro di te e, ancora, m’innamorai.

Quanto dolore tra le tue braccia! Nessuno è crudele come te.

E quanto amore! Nessuno è bello e affascinante quanto te. Sei una morsa. Una morsa d’acciaio, dalla quale è quasi impossibile liberarsi.

Paradossalmente, l’unica consolazione è che non sono solo. Tu fai così con tutti. E tutti, inevitabilmente, ci cascano.

Però non credere che queste riflessioni mi stiano portando ad abbandonare l’idea di liberarmi di te. Almeno questa forma di rispetto me la devi. Sono deciso e capace. Sono caparbio e ci proverò ancora: è quello che sto facendo. Mai sono stato così determinato.

Non mi fai paura. Almeno credo. No, non mi fai paura.

Comunque non mi va di parlarti. Preferisco scriverti da lontano, usando prudenza, perché tu non abbia alcuna possibilità di coinvolgermi e distrarmi, incantevole assassina!

Vedrai, mia cara assassina, questa è la volta buona.

Corre il mio treno. Corre. Corre per abbreviare la mia sofferenza.

Un pomeriggio di sofferenza, di grande dolore, è questo. L’ho detto, purtroppo sono costretto a tornare. Come al solito, devo tornare. Come al solito, devo raccattare le mie cose. E lo devo fare, perché non ho intenzione di lasciarti un solo ricordo di me. Nulla deve più legarci. Porterò via tutto.

Fuggirò per sempre.

Vedrai, a nulla varrà che io dovrò guardarti. Perché ci sarai. So bene che ci sarai, pronta a tentare di sconfiggermi ancora. Ma non ti osserverò, per nulla al mondo ti osserverò. Ti guarderò appena, forse, ma non ti osserverò. E c’è una grande differenza tra guardare e osservare. Ho meditato a lungo e adesso so come sconfiggere il tuo fascino.

No, mia cara, non credere che i ricordi mi mangeranno il cuore. Non pensarlo neppure per un istante. Non mi vedrai più, dopo questo ultimo viaggio, mai più.

Infida! Traditrice.

Quanta gente hai distrutto? Quanti come me hai stregato? O credi che non sappia quanti rapporti hai? In questi vent’anni, dimmi, in questi vent’anni durante i quali il mio cuore ha palpitato per te, quanti rapporti hai avuto? E quante vittime hai mietuto? Vittime, questo sono, vittime come me. Strano a dirsi: non sento per loro rincrescimento o amarezza, né disprezzo da gelosia. Sento dolore, compassione, solidarietà.

Tu confondi. A volte sembri avere la saggezza di Seneca. A volte, la cattiveria di Caligola. Altre volte, ahimè!, sei perfino scellerata. Ma sei bella. Straordinariamente bella. Maledettamente bella!

A dirla tutta e ad un’analisi approfondita, non superficiale, per certi versi sei anche apparenza. Ci sono delle parti strazianti di te: in particolare le estremità, quelle che tenti di nascondere a chi non ti conosce bene e rimane affascinato dal tuo lustro, dallo splendore che manifesti nel tuo insieme. Bisognerebbe riflettere, molto. Bisognerebbe avere il coraggio di guardarti bene, in ogni angolo del tuo corpo. Così soltanto emerge la tua immensa dicotomia tra l’essere e l’apparire. Già essere o apparire? Quanto sei e quanto appari? Mia cara, come vedi so demolirti e adesso non mi inganni più. Io ti conosco davvero, tutta.

Sono quasi arrivato. Ci metterò poco. Non ho voglia di stare da te. Farò tutto in fretta, te l’ho già detto. Con tanta fretta, vedrai. Vedrai, non avrò neppure il tempo di parlarti. Perché ti ho sempre parlato, nei miei lunghi monologhi. E la tua presunzione non ti consente di dare risposte, in nessun modo. Pensi di stare al di sopra di tutti e non ti degni di offrire nulla: accoglienza, conforto, sicurezza. Mai nulla di tutto questo.

Mettitelo bene in testa dunque, questa volta non avrò tempo e voglia di guardarti. Sarò sfuggevole. Sarò senza pietà. Ti lascerò questa lettera in un angolo.

Non provare a confondermi con i tuoi infiniti volti, ambiziosa trasformista. Non m’inganni, non puoi più ingannarmi, ormai.

Farò tutto in fretta. Prenderò le mie cose e ti lascerò. Ti lascerò subito. Dopo sarà tutto più bello, lo so. Ritornerà la pace e l’ambizione di una vita serena diventerà realtà.

Devo superare questo momento, a tutti i costi. È questione di vivere o morire. È sempre stato difficile superare questo momento, impossibile finora. Del successivo non mi preoccupo. Non ci sarà nulla di difficile, dopo. Io lo so.

Sono davvero quasi arrivato. Corre questo treno. Corre.

Tu sei lì, ad aspettarmi, pronta. Ne sono certo.

Ma non cercare di… smettila. Lasciami stare, ti prego. Lasciami andare. Io voglio vivere. Ho bisogno di vivere! Ho bisogno di una storia nuova, di una realtà nuova, di una nuova vita.

(…………………)

La testa mi fa male. Ho un dolore acuto alle tempie. Mi confonde.

Stupido. Sono uno stupido. Come posso, anche per un solo attimo, pensare di chiedere aiuto a te? A te, che non me ne darai. Non vuoi. Forse, non puoi perfino. Tu sei nata così. Sei nata per essere così. Non cambi mai. Il tempo passa, inesorabile per molti, ma non per te. Non per quella parte di te che conforma la tua grande bellezza e, insieme, una smisurata apparenza.

Mio Dio! Già ti intravedo. L’importante è che non ti osservi. No, non devo osservarti. Adesso penso che non devo neppure guardarti, perché temo che questo possa aprire le porte all’osservazione. E io non posso farlo.

Non devo.

Ci sto provando. Ma c’è qualcosa, non capisco, qualcosa che mi ostacola. Intravederti, forse, è già abbastanza per rimanere intrappolato? Come si fa? Sei bella. Mio Dio, meravigliosa!

Un fascino che non capisco, non è di questo mondo. E’ drammaticamente forte e tragicamente surreale. Sarà anche per questo tuo inconfondibile odore. Inebriante. Al punto da non comprendere se rassomiglia a un puzzo. Un puzzo che inebria, confonde, rapisce. Come l’odore intenso di qualcosa che ti appartiene, a cui sei abituato fin da piccolo e la cui mancanza potrebbe significare l’apertura al disorientamento. Un odore inconfondibile. Tuo. Esclusivamente tuo.

Non riesco a non metterti gli occhi addosso. Non ci riesco!

Aiutami, non voglio caderci ancora.

Com’è possibile che la mia ostinata caparbietà, quella caparbietà che tutti mi rinfacciano, si sgretoli al tuo cospetto? Possibile che sia tu, soltanto tu, l’elemento di fragilità del mio essere?

Non farmi questo. Comprendimi, devo liberarmi di te. Abbi pietà, per una volta.

Cosa sarà mai per una come te fare a meno d’un essere piccolo, inutile, insignificante. Cosa sarà mai per te! Oppure proprio la mia testardaggine costituisce il motivo che ti spinge a tradirmi ancora? Mi sfidi, sei crudele e vuoi dimostrare la tua immensa potenza.

Dammi la mia libertà, ti prego!

Parlo, scrivo e tu non mi ascolti. Sei una dea di cristallo, impassibile.

Non mi ascolti, non ascolti le mie preghiere, non dai spazio alle mie aspirazioni, ai miei desideri, alla mia vita. Non confermi la mia capacità di ostinazione, quella che mi ha fatto sperare, ancora una volta, di potercela fare. Di poterti affrontare.

Altrimenti, perché fai questo?

Ho appena alzato gli occhi verso te, solo per capire se stavo arrivando, e non ho più la forza di chiuderli. Dio, sei bellissima! Anche così lontana, mi incanti.

Il cuore mi sale in gola. La mente mi si annebbia.

La verità, forse l’unica verità che trascende ogni possibile ragionevolezza, che supera ogni mia ostinazione, è che t’amo e non posso farne a meno. Non c’è niente da fare. Tu sei il mio tallone d’Achille. Sei la mia morte e la mia resurrezione.

Ti vedo adesso, ti vedo bene. Ormai sono da te. E non ho armi per poterti dire addio.

So che sono ridicolo, ma adesso non voglio più andare via. Percepisco quell’attrazione che mi fa lasciare alle spalle ogni giornata oscura e mi apre alla speranza d’una vita migliore, insieme a te. Restano vivi i ricordi soavi e, per quanto mi sforzi, ora nella mia mente non c’è altro.

Sai, vederti, odorarti … Oggi, poi, a quest’ora, sotto il sole scuro alle soglie del crepuscolo. I colori, che colori! I tuoi colori.

Non ti lascerò. Non ti lascerò mai. Magica. Incantevole strega.

Io ti desidero, mia Roma.

 

III – LE DIMENSIONI DELL’ARCHITETTURA

Giu
08

Non è facile, né immediato, esporre disquisizioni sulla N Dimensione dell’Architettura. Ragione che ci porta a lunghe pause, nel tentativo di raccogliere le singole riflessioni (ricordiamo che siamo in due a ragionare e scrivere su questo argomento: Salvo Cimino ed Elodia Rossi), discuterle e, solo dopo, proporle alla lettura.

Sappiamo che da lungo tempo maestri e studiosi si sono trovati dinanzi alla constatazione secondo cui le già note Quattro Dimensioni non sono sufficienti a soddisfare l’approccio percettivo di un’arte (l’architettura, appunto) che possiede troppe variabili e molteplici sfacciature.  Umilmente e prudentemente, cerchiamo di offrire il nostro contributo.

Nel precedente articolo (N.1 – Le dimensioni dell’Architettura) abbiamo posto una condizione: la N Dimensione dell’architettura, a differenza di altre discipline e correnti di pensiero, non può essere astratta. Deve potersi misurare, deve avere riferimenti concreti, come si conviene a una scienza che – sebbene esploda soltanto nei casi in cui la forma artistica si traduce in innovazione e singolarità – fonda le sue basi sulla metrica, sulla manipolazione spaziale, sull’articolazione volumetrica. L’approccio è nella scienza fisica.

Forse è il caso di sancire un concetto: quando si parla di architettura (e quindi, del cercare la N Dimensione) non ci si riferisce all’edilizia generalizzata. L’architettura è arte e le riflessioni in corso riguardano esclusivamente essa. A titolo esemplificativo basti pensare che è consuetudine incorrere in chi trova godimento nell’abitare un edificio brutto; altrettanto vero è che differenti individui, più consapevoli nei confronti dell’arte, non percepiscono il medesimo stato di benessere. Una delle prerogative dell’architettura è, dunque, trasmettere emozione positiva al fruitore. Ciò accade per gli storici edifici eterni, ciò accade per le opere indiscusse e indiscutibili di alcuni maestri contemporanei.

Questa considerazione, noi crediamo, aiuta anche nella ricerca di quella Dimensione tanto attesa e ancora, al di là del sentore di alcuni studiosi, non consacrata.

Forse, proprio per evitare distorsioni di pensiero, è necessario riflettere su base concreta, ossia attraverso riferimenti reali, fruibili, percorribili. Ricordiamo che, già in precedenza, abbiamo attestato (anche motivato) che la N Dimensione è strettamente connessa alla fruizione (esclusività dell’arte architettonica) e alla percezione.

Ed è vero che la percezione è generalmente individuale, dipendendo dal bagaglio di conoscenza e dalla singolarità di ognuno. Ma è altrettanto vero che deve esistere un filo conduttore comune, una base di partenza che accomuna la specie umana quand’ella è scevra dei tanti impulsi negativi derivati dalla quotidianità. Bisogna dunque andare all’origine, ricercare quegli elementi percettivi che sono patrimonio fisiologico dell’individuo. Per quanto complesso sia, una metodologia efficace potrebbe individuarsi proprio nel confrontare le sensazioni percettive di differenti individui nel fruire l’oggetto di architettura. La conferma viene dalla constatazione secondo cui, penetrando un’opera architettonica vera, è pressoché impossibile trovare soggetti che la percepiscano estranea. Ritornano i temi del dinamismo e dell’appartenenza.

Pensiamo a due opere magistrali, non di tipo residenziale ma collettivo, frutto di diverse epoche: il passato e la contemporaneità.

Uno di noi (Salvo Cimino) propone la Cappella Palatina di Palermo, straordinario esempio d’arte sacra del XII Secolo, capolavoro colmo di simbolismi.

L’altra (Elodia Rossi) propone il nuovo Centro Congressi (opera di Fuksas) a Roma, recentissima espressione architettonica innovativa.

Ognuno di noi è pronto a sperimentare le emozioni di visitatori, anche intervistandoli, per trarne elementi condivisibili e utili alla ricerca. Siamo convinti che, nonostante le differenze epocali, i risultati in termini di suggestione percettiva siano gli stessi.

Un esercizio necessario, evidentemente non risolutivo, ma che potrà restituire approfondimenti rispetto a quanto da noi affermato fin dal primo articolo: L’oggetto architettonico è fatto per essere vissuto e, passando dall’esterno all’interno, i riferimenti percettivi si moltiplicano, …inglobano l’essere … La memoria possiede sì un ruolo decisivo, ma tanto più efficace quanto più esercitata alla contrazione dei ricordi in un susseguirsi di istanti. È velocità percettiva all’interno dello spazio architettonico, in gioco tra vuoti e pieni, perfino istantaneamente modificata dalla presenza umana.

È qui che va ricercata la N Dimensione, quella dimensione percettiva che moltiplica n volte la tridimensionalità e richiama non solo il tempo (superando la Quarta Dimensione), ma anche spazio e velocità. Vedremo.

Una curiosità: l’Università di Southampton, in Inghilterra, ha realizzato una memoria digitale di grande portata. È stata chiamata 5D. Interessante osservare che la memoria sia stata posta in relazione con la Quinta Dimensione. La velocità di trasformazione con cui viaggia la tecnologia lascia supporre che, più avanti, potrà esserci la memoria di una macchina 6D, poi ancora 7D e via dicendo.

Valga dunque una precisazione: noi non parliamo di Quinta Dimensione in architettura. Noi sosteniamo un percorso conoscitivo verso la N Dimensione, nella consapevolezza che essa non potrà più essere superata. Tuttavia uno stimolo interessante deve ricercarsi nell’approccio conoscitivo: per la macchina si traduce in algoritmi, dunque su base matematica, derivazione indiscutibile di elementi misurabili.

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