Elodia Rossi

La voce della scienza

Nov
15

un incendio doloso

I temi dei cambiamenti climatici e del surriscaldamento globale vengono oggi frequentemente relazionati a quello dell’inquinamento, come fossero inscindibilmente correlati: comunemente gli uni vengono interpretati come derivazioni dell’altro.

E troppo spesso si emanano documenti ufficiali – tanto per citarne uno, l’Accordo di Parigi – che si pongono l’obiettivo di agire per determinare la riduzione del surriscaldamento con ipotetiche lotte (mai troppo chiare) per il governo del clima.

Già ho accennato alla posizione del Professore Emerito Antonino Zichichi, uomo che ha dedicato la vita alla creazione di funzioni matematiche in grado di interpretare la fisica delle particelle e i sistemi terrestri, anche seguendo la scia delle scoperte di Einstein e di Newton. Ciononostante è proprio il professor Zichichi a chiarire l’impossibilità di determinazione di un’equazione sul clima, date le infinite variabili in gioco. Come ho già detto (Rif. Art. Verità e Confusione): troppi parametri liberi, fino al punto che occorrerebbero ben tre equazioni differenziali non lineari accoppiate. Vale a dire che esiste un tale livello di improvvisazione (fattori esterni non governabili, come i raggi cosmici) che non permette la costruzione di alcuna formula matematica esatta. In altri termini, l’impossibilità di razionalizzazione matematica di un qualsiasi fattore, corrisponde all’impossibilità del relativo governo, ivi incluse le componenti di previsione a medio-lungo termine. È pur vero che numerosi altri studiosi  sostengono la tesi secondo cui la climatologia risponde a modellistiche multiple ma, per quanto abbia studiato e ricercato, non ho individuato alcun modello unico, complessivo, autosufficiente. In questa direzione, per dovere di analisi, cito un lavoro dell’IPPC (Intergovernmental Panel on Climate Change), contenuto nel Quinto Rapporto sul Clima e intitolato Climate Model Development and Tuning, che espone e articola parametri di numerose equazioni diverse che insieme concorrono a definire le varie componenti del sistema climatico. E se gli studiosi dell’IPPC sono in perenne disputa con Zichichi, resta viva la constatazione secondo cui si tratta di numerose componenti, ma non di un’equazione complessiva e risolutiva. Quanto possa offrire una modellistica multipla in termini di interpretazione dei fenomeni, non so dirlo: mi mancano sufficienti basi conoscitive. Non mi resta che limitarmi a rappresentare le differenti opinioni e commentare solo laddove le mie competenze riescono ad arrivare.

Posso invece esprimere qualche giudizio sul comportamento umano riguardo l’approccio ai temi scientifici e non. E difatti noto che quando ci si trova dinanzi a studi, ricerche, esamine di differente natura, generalmente la voce della scienza viene ascoltata. A questa si consegna la funzione di dirigere verso ogni tipo di approfondimento, finanche – lasciatemelo dire – quando ci si trova a trattare argomenti che, per loro essenza, non possono essere contratti all’interno dei campi scientifici. Con il termine scienza dovrebbe richiamarsi ogni disciplina che può essere incontestabilmente tradotta in linguaggio matematico (verità oggettiva, rigore metodologico), ossia riconducibile a formule esatte, e che si fondi su fattori inequivocabili, non su casistiche e percentuali (come avviene, per esempio, per la medicina occidentale, comunemente interpretata scienza suprema). Tant’è che quando si trattano temi medici si richiama erroneamente la scienza esatta e vi si dà credito assoluto, senza contare l’unicità di ogni individuo e le profonde differenze che governano la fisiologia e la vita di ogni essere. Né in questo modo le si consegna il giusto valore, visto che proprio per l’eterogeneità a cui si rivolge è una disciplina estremamente complessa. Consiglio la lettura del libro di Giorgio Cosmacini, La medicina non è una scienza esatta, il quale ha avuto finalmente il coraggio di esternare ciò che ognuno, con quella dose di critico buon senso, avrebbe potuto capire.

Al contrario, quando si trattano temi afferenti al contenitore supremo dell’irrefutabilità, sembrerebbe che la scienza sia messa da parte, mentre si assiste di fatto alla traduzione delle più svariate opinioni. Assurdità o strumentalizzazione?

Così accade per la climatologia, ad oggi considerata non scienza esatta dalla vera scienza (o perlomeno non definitivamente ricondotta all’ineccepibilità, essendo materia di approfondimento scientifico in corso), verso cui l’opinionismo diventa legge. Tanto (e come detto) da generare documenti programmatici che coinvolgono le più elevate sfere dei governi mondiali e, quel che è peggio, creano nuove e intoccabili poltrone di effimero potere. Tema vasto, al quale dedicherò numerosi articoli, analizzando – uno per volta – i 29 punti del magistralmente e strumentalmente elogiato Accordo di Parigi.

Ora torno qualche anno indietro. È il 2012 e Zichichi espone pubblicamente i concetti che riporto di seguito, utilizzando le testuali parole del professore, come tratte da un’intervista concessa al quotidiano Il Giornale.

Il motore climatico è in gran parte regolato dalla CO2 prodotta dalla natura, quella CO2 che nutre le piante ed evita che la Terra sia un luogo gelido e inospitale. Quella prodotta dagli esseri umani è una minima parte, eppure molti scienziati dicono che è quella minima parte a produrre gravi fenomeni perturbativi. Ma ogni volta che chiedo loro di esporre dei modelli matematici adeguati che sostengano la teoria (e comunque oltre ai modelli servirebbero degli esperimenti) non sono in grado di farlo. Serve un gruppo di matematici che controlli i modelli esistenti e dia dei responsi di attendibilità.

Tra l’altro molto spesso i teorici dell’ecologia, che criticano l’eccessiva produzione di CO2, sono gli stessi che si oppongono a testa bassa al nucleare.

Focalizzando il tema del surriscaldamento globale, voglio riportare anche le analisi del Premio Nobel Carlo Rubbia (esposte pubblicamente nell’anno 2014, in una conferenza al  Ministero dell’Ambiente). Egli afferma i concetti che seguono (tradotti in una sintesi non testuale).

<<Il clima della Terra è sempre cambiato. Oggi si pensa, probabilmente in maniera falsa, che controllando le emissioni di CO2 – Anidride Carbonica, il clima della Terra possa non subire variazioni. Non è vero.

Va esaminato il trend di variazioni che la Terra ha subito nel corso dell’ultimo milione di anni. In questo non banale lasso di tempo, la Terra è stata dominata da periodi di glaciazione con temperatura media pari a 10 gradi sotto lo zero, fatta eccezione per brevissimi periodi durante i quali si sono avute temperature del tutto simili a quelle di oggi. L’ultimo di questi contratti periodi si è verificato 10.000 anni fa, ossia quando si sono impostate le basi dell’odierna civilizzazione con l’uso agricolo dei suoli e lo sviluppo delle aree maggiormente urbanizzate.

Variazione nella variazione, nel corso degli ultimi due Millenni, la temperatura terrestre è mutata profondamente, generando notevoli oscillazioni. In epoca romana era decisamente più alta di adesso. Nel periodo basso-medievale si è verificata una modesta glaciazione, mentre intorno al calare del Primo Millennio d.C. si è assistito ad un aumento tale da ricondurre la temperatura ai valori dell’epoca romana. Poi, tra il 1.550 e il 1.600 è intervenuta una nuova mini-glaciazione.

Perfino nel corso degli ultimi cento anni si sono registrate variazioni notevoli delle temperature, intervenute ben prima delle rilevazioni a effetto serra (ad esempio, si ricorda la mutazione intervenuta nel corso degli anni ’40). Certamente l’intervento umano ha determinato alcuni recenti cambiamenti, dovuti anche alla moltiplicazione dei valori di popolamento dei territori e, di conseguenza, al consumo di energia esponenzialmente più alto (11 volte maggiore di 70 anni fa).

Dal 2000 al 2014, la temperatura della Terra non è aumentata, piuttosto è diminuita di 0,2 gradi. Negli ultimi 15 anni non c’è stato nessun cambiamento climatico dimensionalmente rilevante. Dunque non si è di fronte a un’esplosione della temperatura: questa è aumentata fino al 2000 e da quel momento risulta essere pressoché costante (con regressione, come detto, di 0,2 gradi). Non è banalizzabile, dunque, il comportamento apparentemente schizofrenico del Pianeta, né possono essere governate le variazioni climatiche>>.

Vado avanti negli anni e arrivo al 2017, quando Zichichi rilascia una nuova intervista al quotidiano Il Mattino. Queste le sue parole:

L’inquinamento esiste, è dannoso, e chiama in causa l’operato dell’uomo. Ma attribuire alla responsabilità umana il surriscaldamento globale è un’enormità senza alcun fondamento: puro inquinamento culturale.

L’azione dell’uomo incide sul clima per non più del dieci per cento. Al novanta per cento, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future.

In nome di quale ragione si pretende di descrivere i futuri scenari della Terra e le terapie per salvarla, se ancora i meccanismi che sorreggono il motore climatico sono inconoscibili? Divinazioni!

Perché molti scienziati concordano sul riscaldamento globale dovuto all’attività umana? Perché hanno costruito modelli matematici buoni alla bisogna. Ricorrono a troppi parametri liberi, arbitrari. Alterano i calcoli con delle supposizioni per fare in modo che i risultati diano loro ragione. Ma il metodo scientifico è un’altra cosa.

Da queste dichiarazioni della scienza io esco trafelata, anche inquieta, ma certamente più consapevole. Tanto che ripercorrerò ogni articolo precedentemente scritto per rettificarlo, evitando di appartenere, seppur finora inconsapevolmente, a quella coltre di distratti ambientalisti (come sempre, la massa fa danni) o teorici dell’ecologia (come dice Zichichi), le cui azioni spesso mi ripugnano. Perché voglio essere sì ambientalista al massimo grado, ma con consapevolezza e ragione, con coscienza e valori, cercando di apportare – con i mezzi culturali di cui dispongo – il miglior contributo che la Natura mi consente alla difesa dell’ambiente e degli ecosistemi. E voglio farlo concentrando ancora l’attenzione sui danni che l’uomo esercita contro la Natura, sulle azioni spudorate nella generazione di disastri inquinanti e nella perpetuazione delle devastazioni della vita animale. Perché questi generi di distruzioni non di certo posseggono minor valore se relativamente scissi dal surriscaldamento.

Con questo stesso spirito voglio affrontare la prima citata analisi del delirante Accordo di Parigi (divinazioni, come dice Zichichi), senza esclusione di richiami all’altrettanto illusorio Our Common Future.

verità e confusione

Feb
28

Dal Rapporto Brundtland all’Accordo di Parigi, dall’informazione (o disinformazione) massiccia alla scienza nascosta.

Ho parlato, in molti articoli, dei problemi planetari e dei danni ambientali. Ho cercato di analizzare eventi, fatti, situazioni, ma soprattutto dati ufficiali e poco noti. Ho messo del mio, ossia ho esaminato tutto con occhio critico e assolutamente imparziale.

Poi, per un certo tempo, sui temi ambientali sono stata in silenzio. Dal 16 ottobre dello scorso anno, direi, quando ho pubblicato l’articolo Erosione del suolo: cause e rimedi.

Ho riflettuto molto e volutamente. C’era da approfondire. C’era ancora da capire: cosa non tornava? Cosa non mi era chiara? Allora ho studiato, molto. Ho letto, molto. E soprattutto, ho letto le opinioni scientifiche di alcune menti eccelse: da quelle di Newton a quelle di Zichichi, da quelle di Rubbia a quelle della Hack e di altri ancora.

Esserne uscita sorpresa è dir poco.

Dunque è tempo di ricominciare a scrivere.

Di fronte a tante rivelazioni scientifiche, verrebbe da dire che la maggior parte delle informazioni stampate o via rete dovrebbero essere distrutte. Verrebbe da dire che la quasi totalità delle informazioni che partono dalle cattedre universitarie di geografia dovrebbero essere censurate e, con esse, i relativi portavoce.

E lo vedremo, viene sancita – ancora una volta, ben oltre quanto io stessa abbia affermato – l’illusorietà del Rapporto Brundtland. Una favola, utopica e ingannevole.

Ad esempio, dinanzi all’equazione matematica che sintetizza l’equilibrio del mondo e ne descrive l’evoluzione, crolla ogni possibilità di generare un’equazione riferita al clima. Troppi parametri liberi, fino al punto che occorrerebbero ben tre equazioni differenziali non lineari accoppiate. Vale a dire che esiste un tale livello di improvvisazione (fattori esterni non governabili, come i raggi cosmici) che non permette la costruzione di alcuna formula matematica esatta.

Invece, l’equazione del mondo – tradotta in grafica – ci dice perfino che tra un battito cardiaco e l’altro di ognuno di noi (come dice Zichichi) accade una tale infinità di cose da sbalordire. Cose che richiamano le forze universali, i movimenti planetari, gli equilibri delle galassie e altro ancora. Cose che determinano grandi modificazioni derivate perfino da minuscoli cambiamenti orbitali. Dinanzi a tanto, con coscienza e umiltà, dovremmo capire di essere nulla singolarmente. E dovremmo capire l’inganno della proclamazione di uno sviluppo sostenibile … che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri, la favola dell’Our common future.

Il tema poi del riscaldamento globale assume sfaccettature evolutive che lo discostano essenzialmente dai problemi ambientali e – probabilmente – perfino l’evoluzione climatologica deve essere scissa dall’inquinamento. Il primo è dovuto a processi naturali, il secondo ai disastri umani. E anche qui si apre uno scenario scientifico che richiama molta prudenza nell’associare i fenomeni. Cosa che invece viene comunemente fatta. Anche io ho pensato spesso – e ho scritto a riguardo in alcuni precedenti articoli – che le forze inquinanti fossero strettamente legate al riscaldamento globale.

Ricercare significa anche riesaminare ed eventualmente rivedere la propria conoscenza. È quello che sto facendo.

Per quanto abbia finora approfondito, alcuni elementi restano però fermi e avvalorati dalla scienza. Tra questi: i danni ambientali da inquinamento (con l’enorme responsabilità degli allevamenti intensivi, della deforestazione, della crescita urbana, eccetera) e la truffa degli strumenti di cattura delle energie cosiddette alternative. Dedicherò altri articoli all’approfondimento di questi drammi, consegnandomi alle parole degli scienziati veri.

Come potrei, a questo punto e a gran voce, non ribadire l’infondatezza dell’Accordo di Parigi? Scriverò anche su questo, più approfonditamente di quanto già fatto e supportata dagli studi delle grandi menti.

L’equazione “clima” non esiste. Il riscaldamento della crosta terrestre ha avuto oscillazioni continue nel corso dei Secoli. Potenti della Terra, credete di saper fronteggiare l’Universo?

Un progetto per la vita

Feb
23

La nostra vita, la vita di ogni essere, dipende dal sistema ambientale complessivo e dagli ecosistemi locali. Dunque la nostra vita, la vita di ogni essere è legata anche a quella di ogni altro individuo e di ogni specie, animale e vegetale. Questa consapevolezza generalmente sfugge a chi, per diverse ragioni e senza colpa, non si è mai trovato ad approfondire il grande tema delle relazioni che governano la vita sul pianeta terra.

Siamo acqua ed energia, prima di essere materia (basti considerare la composizione degli atomi). E questa energia, governata dalle leggi dell’attrazione polare e molecolare, ci rende una sola cosa, un insieme la cui alterazione del singolo causa danni a ognuno.

Per noi uomini, generatori di un sistema complessivo ormai profondamente alterato, fare pace con la terra diventa oggi fondamentale per la sopravvivenza del pianeta. Fare pace con la terra significa molte cose. Significa evitare gli sprechi, significa guardare il mondo con occhio diverso e più consapevole, significa mirare al giusto e non all’effimero, significa abbattere quel muro di diffidenza col la Natura, significa rispettare ogni specie e ogni individuo all’interno dell’affascinante diversità dell’Universo.

Da molti anni studio e analizzo queste relazioni, da molti anni cerco di circostanziare le cause di maggiore devastazione.

Parallelamente e umilmente, cerco di essere attiva su diversi fronti. Tra questi, inserito a pieno titolo nell’ambito della tutela ambientale, vi è il rispetto degli animali. E così – ecco il punto – mi sono trovata, tra l’altro, ad approfondire la situazione di vita di animali rinchiusi, innocenti prigionieri: nei circhi, nei canili, nei gattili, nelle voliere, e via dicendo fino al dramma planetario degli allevamenti intensivi.

Sono luoghi di sofferenza, di tormento, di alterazione delle relazioni naturali, di profonda violazione delle leggi che governano gli ecosistemi. Sono luoghi di trasformazione irrazionale degli equilibri energetici globali e il danno si ripercuote sull’intero sistema naturale, del quale noi uomini siamo parte attiva.

Da molti anni desidero fare qualcosa in più, oltre scrivere, cercare di informare (mi farebbe piacere se leggeste alcuni miei altri articoli sui temi ambientali, alla pagina Urbanistica), muovermi sui diversi fronti con la consapevolezza, purtroppo, di rappresentare niente di più che una delle – seppur tante, ma microscopiche – gocce ribelli all’interno di un oceano ormai in delirio.

Un vecchio contadino, col volto segnato dal tempo e dal sole, indicandomi una distesa di terra, amareggiato mi ha detto: vedi questo terreno? Vedi com’è ridotto? Quando io ero giovane, era pieno di conigli selvatici ed era bellissimo, pulito. Era un prato meraviglioso. Oggi i conigli liberi non si trovano più.

Una dolorosa realtà che mi ha portata a lunghe riflessioni.

E così, vorrei creare un microcosmo di felicità: un luogo dove raccogliere animali in difficoltà estrema e donarli a una vita migliore. Un microcosmo che rifletta il più possibile un’atmosfera di vita naturale, di pace con la terra, dove le energie complessive siano armoniche. Vorrei c he qui, la natura verde e quella animale trovassero quel punto d’incontro ormai smarrito a causa dell’incosciente azione umana. Vorrei che fosse un luogo di formazione alla vita, dove bambini, adolescenti, persone di varia natura (in particolare le disagiate), potessero trovare quegli stimoli utili a guardare il mondo con maggiore coscienza e consapevolezza.

Lo so. È un progetto non facile. E so anche che la sua realizzazione salverebbe un numero limitato di vite. Ma aspiro che diventi un prototipo, un piccolo esempio per tendere verso un mondo migliore. Un esempio a disposizione di tutti, da replicare, da copiare, da migliorare nel tempo.

Vorrei creare un’associazione indipendente di volontariato per la gestione del micro sistema ambientale. Ho già individuato le persone giuste. Gente consapevole, convinta. Avremo bisogno anche di gente necessaria e attiva nel volontariato: un veterinario, un agronomo, un esperto di comportamento animale, volontari che si applichino anche in eventuali pratiche di adozione. Desidererei che questo sistema potesse perfino, nel tempo, garantire lavoro a persone indigenti.

Il microcosmo a cui penso è un ambiente vario, dove la natura verde costituisca il luogo dell’ospitalità per esseri viventi sfortunati, selezionandoli tra i più bisognosi e recuperandoli da strutture dell’orrore (gli allevamenti intensivi, i canili, la strada). Un ambiente autonomo, anche dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico (attraverso la creazione di un capiente pozzo). Non credo nelle modalità di captazione delle energie cosiddette alternative (Rif. Articolo: http://www.elodiarossi.it/architettura-e-ambiente-energie-rinnovabili/), quindi desidero ridurre al minimo il consumo energetico (per emergenze e limitate operazioni): il giorno sarà giorno, la notte sarà notte, come la natura insegna.

Gli spazi dovranno essere organizzati in modo da garantire una felice convivenza, senza prevaricazioni.

Sto elaborando gli aspetti architettonici, ormai a buon punto. Il sito c’è, è mio. Sto esaminando gli aspetti burocratici e quelli finanziari, per non trovarmi impreparata.

Insomma, ci sto provando.

E se mai ci riuscirò, attiverò una campagna pubblicitaria mirata soprattutto alle scuole, affinché bambini e adolescenti possano avere contatti con quella Natura e quell’armonia che il mondo contemporaneo ha sottratto alla loro conoscenza.

Perché la pace con la terra disegni la strada del futuro.

Città, effetto serra e allevamenti intensivi

Lug
19

La città, l’ho detto e ripetuto, assorbe il 75% delle risorse planetarie (p.e. Rif. artt. L’inganno della Sostenibilità e L’immenso dramma urbano). Il mostro urbano, in inarrestabile crescita, sta avvicinando la terra alla sesta estinzione di massa: è un dato scientifico. Ed è un dato scientifico che questo inquietante traguardo sia dovuto a una sola delle specie: l’uomo.

In questo momento, ore 16.51 del 19 luglio 2017, nel mondo ben 1.645.284.850 persone sono in forte sovrappeso, altre 628.797.889 sono obese (Fonte WHO – World Health Organization, programma Obesity and overweight), mentre 637.337.162 sono denutrite (Fonte FAO, programma The state of food insecurity in the world). I primi due dati sono in forte aumento, l’ultimo è in lieve decremento.

Sono fenomeni rintracciabili quasi esclusivamente in ambienti urbani, a differenza di aree meno urbanizzate dove la forbice tra miseria e opulenza va a ridursi.

Le esigenze largamente effimere delle aree urbane richiamano sprechi devastanti di risorse. Tra questi, il consumo smodato di carne che, secondo la FAO è destinato a crescere del 73% entro il 2050, nonostante i moniti dell’OMS sul pericolo derivato e sulle relazioni accertate tra consumo di carne e sviluppo del cancro. Di pari passo viaggia ovviamente l’incremento degli allevamenti intensivi che, già oggi, occupano il 25% della superficie terrestre. Dati allarmanti, questi. Come allarmante è la consapevolezza che l’uomo non si renda conto dell’insostenibilità della strada che percorre il proprio avanzare verso la distruzione.

Pressappoco alla stessa ora di oggi, ben 6.023.305.990 milioni di litri di acqua sono stati consumati dall’inizio dell’anno (Fonti: Global Water Outlook to 2025 – International Food Policy Research Institute – IFPRI e International Water Management Institute – IWMI), mentre 602.563.607 persone non hanno accesso all’acqua potabile (Fonte: World Health Organization – WHO, programma Water Sanitation and Health -WSH).

Per la produzione di un kg di carne bovina, negli allevamenti intensivi, sono necessari 15.000 litri di acqua (un kg di vegetali richiede l’impiego medio di 1.000 litri). Un terzo delle risorse idriche planetarie viene impiegato per gli allevamenti intensivi e il 70% dei cereali prodotti è destinato a questo drammatico e dannoso meccanismo alimentare, con ripercussioni enormi sui più deboli e poveri.

La FAO informa che la principale causa del riscaldamento globale proviene dagli allevamenti intensivi cui si deve almeno il 51% dei gas serra (in particolare: anidrite carbonica, metano e protossido d’azoto), oltre che dalla produzione di ammoniaca delle deiezioni liquide derivate che inquinano le falde acquifere e dai vaccini, dagli ormoni e dagli antibiotici che, utilizzati massicciamente per garantire la seppur breve sopravvivenza agli animali in condizioni di stress insopportabile, si riversano nel ciclo ambientale, organico e dei rifiuti. Gas che provocano anche il continuo innalzamento della temperatura terrestre, con imprevedibili ripercussioni sugli ecosistemi naturali.

Quali conseguenze? Eccone alcune: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, massiccia deforestazione per fini di pascolo con conseguenze anche sulla capacità del pianeta di ridurre le emissioni di CO2 tramite la trasformazione in ossigeno per fotosintesi, insano consumo del suolo, desertificazione di vaste aree (il 20% della superficie terrestre è desertificata in conseguenza degli allevamenti), straripamenti e inondazioni, dissesti ambientali, acidificazione degli oceani, alterati fenomeni di piovosità e siccità.

Il metano deriva dalla fermentazione dovuta ai processi digestivi degli animali (il numero di capi artificialmente prodotto, con pesante alterazione delle nascite naturali, e la concentrazione in alcuni ambienti, generalmente insani per l’impossibilità di mantenimenti di igiene adeguata) e dall’evaporazione delle deiezioni, la trasformazione degli escrementi produce protossido di azoto, la filiera della carne richiede combustioni con alta formazione di anidrite carbonica. Gli allevamenti intensivi per la produzione di carne e latte sono dunque la principale causa dell’effetto serra. Vale a dire che l’atmosfera, ormai malata, non è più in grado di disperdere adeguatamente il calore dovuto all’irradiazione solare.

Il Dossier Livestock’s long shadow (per dirla in italiano: l’ombra oscura degli allevamenti intensivi) della FAO, risalente addirittura al 2006 riporta, tra l’altro, questo agghiacciante dato di confronto rilevato da calcoli scientifici: il 51% dell’anidride carbonica, del metano e dell’azoto insieme è emesso dagli allevamenti intensivi (come già accennato), mentre il 14% soltanto si deve ai trasporti via terra, cielo e mare. Qui la FAO afferma le emissioni di gas terra devono essere almeno dimezzate al più presto, con la drastica riduzione degli allevamenti intensivi e il consumo di prodotti di origine animale. Pena la fine del mondo.

E tutto questo senza aver neppure sfiorato il tema della sofferenza di esseri sensienti, sulla qual cosa pure ci sarebbe da dire. Anzi, ci sarebbe da dire molto, molto di più.

Basterebbe un po’ di buon senso, una presa di coscienza verso la consapevolezza di cui ho spesso accennato: la vita sul Pianeta è regolata da leggi naturali che non possono essere trascurate. La città chiede troppo, l’effimero governa e il danno è incontenibile.

Mi sono sempre detta: qualcuno, qualche collega progetterà pure questi luoghi di distruzione e sofferenza. Varrebbe la pena rifletterci su’, evitando di contribuire al massacro.

N. 7 – CITYMOTOR

Mag
06

Verde e arancio in facciata principale, verde uniforme per la facciata posteriore: sono i colori che contraddistinguono la Tipologia Residenziale di CITYMOTOR.

Quando le pubbliche amministrazioni generano ostacoli incomprensibili allo sviluppo organico di un progetto, chi ne paga le conseguenze è – al di là dei proponenti, non escluso il progettista – il territorio. E questo è un caso. L’area destinata a residenze, all’interno della città dei motori, era inizialmente pensata per soddisfare le esigenze di un potenziale pubblico interessato al tema di fondo del programma, sia che si trattasse di personale a servizio dell’area, sia di turisti. In sede di discussione del progetto, i referenti comunali avanzavano motivazioni francamente inadeguate e tese all’esclusione dei turisti dagli obiettivi dell’accoglienza interna all’Outlet. In sintesi, lo sviluppo di CITYMOTOR avrebbe potuto – a loro dire – sottrarre turismo all’area più ampia. Innanzi tutto – cosa che il Presidente Cocomello e io abbiamo rappresentato – il turismo interno non avrebbe potuto che afferire prevalentemente agli appassionati della motoristica; in secondo luogo e dato lo stato di abbandono ambientale (in senso lato) del territorio circostante l’Autodromo, non si ravvisava il senso di una tale opposizione. Né è valso spiegare quale maggiore indotto avrebbe potuto generare un sistema più completo, in termini di economia locale e di attrattività dei potenziali finanziatori.

Purtroppo – come generalmente accade tra proponenti e pubbliche amministrazioni – abbiamo dovuto assecondare le pretese e contrarre dimensionalmente i volumi destinati alla ricettività, relegandone le funzioni esclusivamente al personale a servizio dell’Outlet. Ma non è detta l’ultima parola.

La Tipologia Ricettivo/Residenziale si compone, in armonia con le scelte tipologiche complessive dei volumi interni all’area, di Blocchi ripetitivi di cinque unità (mini alloggi). Ogni unità conta un solo piano e la diversificazione in facciata corrisponde alle differenti altezze interne. Il solaio piano di copertura di ogni unità è, in questo caso, inclinato, generando maggiore altezza verso il fronte principale.

 

Posti oltre i Blocchi tipologici del Commerciale, con un volume complessivo di mc 4.158 distribuito su sette corpi lievemente distanziati tra essi, questi edifici risultano praticamente allineati alla strada di servizio che circonda il lotto.

Ogni mini alloggio contiene un ambiente polifunzionale, una camera e un bagno.

Tra un Blocco e l’altro sono previsti camminamenti che permettono, tra l’altro, l’immediato accesso dalla strada posteriore, ai margini della quale sono posizionati i parcheggi dedicati.

N. 3 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Apr
06

Eccomi al terzo articolo su Spazi e Luoghi dell’Architettura.

I nefasti dati riportati nell’articolo precedente – sui temi della deforestazione, del consumo del suolo agricolo e dell’inquinamento – lasciano facilmente capire quale situazione di disagio sta vivendo l’intero Pianeta. Una situazione che è diretta derivazione dal modo con cui l’abitare umano si sta sviluppando.

Il correlato tema dell’ingigantimento esponenziale delle aree più urbanizzate ne è sì la causa, ma soltanto in relazione al modo con cui questo fenomeno sta dilagando. I fabbisogni delle conurbazioni sono enormi e si stima che in esse venga eroso il 75% delle risorse del Pianeta.

Certamente, secondo un’ipotesi ormai non più percorribile, la distribuzione razionale e pressoché equa dei luoghi delle funzioni umane sulle terre emerse, sarebbe la soluzione migliore, capace di generare un privilegiato rapporto tra edificato e ambiente naturale, con derivazioni efficaci in termini di abbattimento dei tassi di inquinamento. Il verde, ricordiamolo, è il polmone dell’Universo.

Tuttavia, le megalopoli aumentano di dimensione e si moltiplicano. Qualsiasi città cresce velocemente, mentre si spopolano sempre più le campagne. Ma perché? Facile dirlo. Nel contesto di una società decisamente mutata (da quella agricola a quella dell’ICT, fino alla globalizzazione con le relative incidenze), la concentrazione delle funzioni vitali – sedi lavorative, sedi abitative, sedi ludiche, sedi commerciali, sedi sanitarie, eccetera – avrebbe dovuto permettere vantaggi in termini di riduzione dei tempi e miglioramento della vita. E questo, senza contare il contributo enorme che avrebbe dovuto giungere dalla rete. Dato l’orientamento della contemporaneità però, anche questa ambizione si contrae e subentrano elementi di frattura, come disservizi e disfunzioni, che determinano dilatazioni temporali inadeguate e insopportabili.

Insomma, se la vita nelle grandi città dovrebbe consentire perlomeno alcune facilitazioni, le effettive relazioni spazio/funzionali assumono complessità ingovernabili. L’enorme disparità tra risultati e aspettative, ha tradotto la città contemporanea in luogo dell’invivibilità.

Ciò che comunemente viene chiamato progresso, secondo logiche prevalentemente economiche che spesso e opportunisticamente non esaminano gli scompensi ambientali, ha dunque imposto mutazioni impattanti e, per certi versi, inattese. Come accennato, le necessità umane sono drasticamente cambiate nel corso di soli due Secoli di storia e la grande società contadina ha lasciato il passo prima alla società tecnologica, poi anche a quella dell’informazione avanzata. La speranza che, in tempi abbastanza recenti, si affidava alla diffusione via cavo (poi via etere), consistente nell’abbattimento delle distanze (il cosiddetto km 0), non ha dato i frutti attesi. E così, benché gli intervalli della comunicazione siano ormai inesistenti, ben altri fattori (soprattutto di consumistico mercato) hanno inciso negativamente sul complesso della gestione delle funzioni umane, imponendo comunque la necessità – per alcuni versi, l’aumento – degli spostamenti fisici.

L’architettura ne è risultata disorientata. Quest’alternanza di aspettative umane ha compromesso studi e ricerche nel campo del costruire globale. La risposta scientifico/architettonica non si è rivelata adeguata. Ora siamo al bivio, pur nell’incertezza del domani, di quali sviluppi ancora ci siano riservati, di quali cambiamenti dovremo ancora occuparci.

Ma siamo al bivio. O l’architettura sceglie la corretta strada, oppure non ci sarà ritorno.

L’architettura sta tentando rimedi, sbaglia e riprova ciclicamente, confusa dalle mille trasformazioni. Ma, forse, un punto fermo su cui lavorare c’è. Ovviamente riguarda la gestione formale dello spazio urbano e funzionale. Ci arriveremo e capiremo i vantaggi della verticalizzazione. Nulla potrà essere più incisivo dello studio di alcune importanti città mondiali.

 

NOTA: Suggerirei, per approfondimenti sul tema della crisi urbana, di leggere alcune pubblicazioni edite da Giannini Editore e curate dal prof. Corrado Beguinot (Presidente della Fondazione di Studi Urbanistici Aldo Della Rocca), cui ho anch’io partecipato, derivate da una ricerca pluridecennale e sottoposta al vaglio delle Nazioni Unite. Successivamente, in un articolo dedicato, ne illustrerò il percorso.

N. 2 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Apr
04

Sono al secondo articolo di una serie che sto numerando. Si tratta di una specie di sintetica rivista sul tema degli spazi e dei luoghi dell’architettura globale, con attenzione particolare all’Italia.

È mia intenzione individuare quali orientamenti dovrebbe avere l’architettura dell’oggi e del domani, in relazione alle tematiche spazio/ambientali.

Nell’articolo precedente (N. 1- Spazi e Luoghi dell’Architettura), dopo una sommaria ma – a mio parere – indicativa analisi dei dati su popolazione, territorio e densità abitativa, ho posto alcune domande. In questo articolo e in quelli che seguiranno proverò a darvi risposta.

I quesiti:

Quali sono le logiche con cui interpretare i dati emersi, apparentemente sorprendenti? Una densità abitativa alta è segno di degrado o di progresso? I dati decontestualizzati possono aver senso? Cosa ci aspetta domani?

Inizio.

Quando affermo che i dati emersi appaiono sorprendenti, mi riferisco alle oscillazioni che vengono determinate, rispetto al dato medio di densità abitativa mondiale, dalle aree urbanizzate. Difatti la media di 50 abitanti/kmq relativa alle terre emerse viene a ridursi considerevolmente nelle aree esterne alle grandi e medie città.

Più della metà delle persone del mondo vive in aree altamente urbanizzate (circa 4 miliardi), seguendo un andamento esponenziale. Secondo l’ONU, che dal 1988 elabora uno specifico rapporto annuale sul tema, la popolazione urbana mondiale dovrebbe aumentare all’84 per cento entro il 2050, raggiungendo i 6,3 miliardi di persone.

La superficie del globo occupata da insediamenti umani è pari a 1/10 della complessiva superficie delle terre emerse. Qui vive il 95% della popolazione mondiale.

Detto fatto. Sul 10% della superficie terrestre (pari a 14.900 migliaia di kmq) vivono oggi 7,125 miliardi di persone. Ciò significa che sul restante 90%, pari a 134.100 migliaia di kmq, ne vivono 0,375.

Passiamo alla densità abitativa media. Rispetto al dato complessivo (50 ab/kmq), sul 90% (aree non urbanizzate) la densità è pari a 2,8 ab/kmq, mentre sul 10% di aree urbanizzate (di qualsiasi specie) la densità abitativa sale a 478,19 ab/kmq. Quest’ultimo dato è ulteriormente scorporabile se si osserva quello medio relativo alle megalopoli, pari a circa 12-15.000 ab/kmq. E siamo nel terreno dei valori medi, dunque soggetti a variazioni – anche sostanziali – interne ad ogni conurbazione.

La quota di 1/20 della popolazione complessiva vive nelle 21 megalopoli (con almeno 10 milioni di abitanti) del mondo. L’ONU stimava che le megalopoli sarebbero salite a 29 nel 2025. Riporto il relativo schema geografico proiettivo. Valore che si è rivelato, in breve tempo, sottostimato.

Fonte: Nazioni Unite

Ma quali effettive relazioni esistono tra questi dati e il disturbo ambientale? Da una lettura superficiale potrebbe sembrare che l’attuale tendenza alla concentrazione in aree altamente urbanizzate sia vantaggiosa per gli ecosistemi naturali. Non è così. O meglio, non è esattamente così, visto che il ruolo chiave spetta all’architettura, al modo con cui viene concepito l’abitare. Ma ci arriveremo.

A questo punto entra in campo il diffuso consumo ambientale che deriva dai bisogni delle grandi urbanizzazioni. E tutto ciò va ben oltre il solo consumo di suolo che compete le stesse aree sovraffollate, all’interno delle quali i tassi di inquinamento e di alterazione degli ecosistemi hanno raggiunto soglie insopportabili (i cui parametri specifici d’inquinamento superano quelli che sto enunciando).

Si pensi, ad esempio, che nel mondo 1.333.351 ha di foreste sono state distrutte (Fonte: FAO – Global Forest Resources Assessment) solo nel corso di questo anno (ossia in tre mesi) e 1.795.065 ha di terra coltivabile è stata erosa (Fonte: FAO – Dimension of need: Restoring the land). La desertificazione, sempre in questi tre mesi, ha raggiunto la soglia di 3.076.707 ha (Fonte: United Nations Convention to Combat Desertification). Di conseguenza, cresce vertiginosamente l’emissione di CO2, attestandosi a poco meno di 10 miliardi di tonnellate (Fonte: IEA – International Energy Agency). Infine, le sostanze tossiche rilasciate nell’ambiente corrispondono a 2.510.793 tonnellate (Fonte: United Nations Environment Program). Dati rilevabili in tempo reale, che si riferiscono all’anno e all’istante in cui sto scrivendo: ore 15,00 del 4 aprile 2017. Tra qualche minuto saranno già aumentati.

Valori che fanno rabbrividire e che devono sollevare la coscienza collettiva. E devono richiamare l’analisi collaborativa di noi architetti, operatori privilegiati per il conseguimento di un domani migliore.

Architettura e Ambiente: riduzione dei consumi

Mar
21

Si parla molto di economia verde, si parla molto di energie rinnovabili, si parla molto di riciclaggio dei rifiuti. Sì che se ne parla, ma in che termini? Nei precedenti articoli ho cercato di accendere una lampadina sulle contraddizioni concettuali e reali che sottostanno questi scottanti argomenti. Resto sorpresa nel constatare che i cittadini non si soffermino a riflettere e abbraccino ogni apparentemente risolutiva proposta come rientrasse nella sfera della fede. Di qui e per esempio, andrebbe attentamente analizzata la demonizzazione del nucleare, le rivolte popolari, i luoghi comuni che ne sono derivati: tutto senza la corretta conoscenza. Ma è tema lungo e complesso.

Non si parla molto, devo constatare, di riduzione dei consumi, benché sia il terzo caposaldo dell’economia verde. Il perché io l’ho in mente. Basta riflettere un po’. In un contesto internazionale fondato sul consumismo sfrenato, quale contributo verrebbe dalla riduzione dei consumi ai colossi delle produzioni?

Mentre gli altri due temi – energie rinnovabili e riciclaggio dei rifiuti – contengono le fondamenta per nuovi e più importanti affari, non è così per la riduzione dei consumi. Qui ci sarebbe un’inversione di rotta e, naturalmente, non conviene.

L’ambiente, divenuto anch’esso una fonte affaristica, non riesce ad affermare il ruolo prioritario che sta nel suo stesso significato. Sorpassato dal talento del denaro, direi ormai incluso in questo, paga a caro prezzo la sua sopravvivenza.

Dunque mi è difficile trattare un tema così importante, quello della riduzione dei consumi, in un contesto talmente squalificante. Cosa potrei dire, oltre il suggerire di contrarre i consumi a ciò che realmente appartiene ai bisogni, senza sprechi, con quella coscienza che dovrebbe stimolare l’uomo al rispetto della sua casa comune?

Il concetto di Sir Charles Bell, secondo cui siamo tutti interdipendentemente intrappolati, uomini, animali e piante, nella magnificenza e nella tragedia della nostra terra, verrebbe forse in aiuto?

Come sempre, confido nella buona architettura (priva di sprechi derivanti da lavorazioni e impieghi superflui e inadeguati), affinché la sua magica mano possa intervenire a vantaggio di un mondo migliore.

Architettura e Ambiente: Riciclaggio dei Rifiuti

Mar
19

L’Architettura è ambiente, l’ho già detto. Ma quale relazione ha l’architettura con il tema del riciclaggio dei rifiuti?

A prescindere da considerazioni riguardanti la buona progettazione degli ambienti in cui si effettua la cernita dei materiali e il riciclaggio, sono convinta che la salvaguardia ambientale in senso lato sia di giovamento all’architettura. Ambienti puliti che accolgono i risultati delle buone pratiche progettuali.

Esiste un’altra componente da tener presente, ossia quella riguardante i derivati del riciclaggio: vetro, carta, alluminio, eccetera. Questi derivati sono materie prime anche per l’architettura e la buona conoscenza di essi, il relativo corretto impiego, determinano maggiore equilibrio tra edificazione e ambiente.

Tornando specificamente al riciclaggio dei rifiuti, solo per dovere di analisi, esamino alcune questioni di carattere generale.

Tutti sappiamo quanto enorme sia l’affare che sottostà il riciclaggio. E sappiamo quali interessi (e quali poteri) vi girano intorno. Siamo perfino consapevoli dell’amara verità secondo cui – a prescindere dalle strumentali campagne pubblicitarie – solo una parte dei rifiuti selezionati viene reimpiegata.

Nuovi e innovativi macchinari per la trasformazione si stanno facendo faticosamente strada in un mercato difficile da penetrare. E potrebbero essere una speranza, in ragione delle effettive potenzialità che posseggono. Ma quanto sono interessanti per chi presiede il settore? Potrebbero esserlo solo se transitassero attraverso il loro stesso governo.

Il punto che voglio trattare, il nodo vero di questa questione, è in una domanda che pongo alla discussione di tutti voi che mi leggete. Crediamo davvero che la soluzione al problema dei rifiuti sia esclusivamente dipendente da buoni sistemi di raccolta e di riciclaggio?

Quello che penso è che il primo e più importante elemento di buon governo risieda nella necessità di produrre meno rifiuti. La quantità di materiali di scarto – riciclabili o meno – che oggi produce l’umanità è sproporzionata. Se – dopo aver acquistato prodotti, ad esempio, in un supermercato – si suddivide la reale materia desiderata da tutto ciò che è confezionamento, ci si rende conto di aver pagato per portare a casa soprattutto immondizia. E riflettendoci un po’ sopra, ci si rende conto di quali affari miliardari vi girano intorno. Chiedo: c’è la volontà reale di risolvere un problema che sta devastando l’intero Pianeta?

Economia, economia verde, economia a sostegno dell’ambiente, oppure interessi, potenti gruppi capaci di influenzare l’attività del legislatore e le decisioni dei governi? Perché il legislatore non si preoccupa di contrarre la smodata commercializzazione di rifiuti?

Quale contributo potrebbe dare l’architettura a questo sistema malato? In maniera diretta, nessuno: è evidente. In via trasversale, certamente producendo edifici con capacità di gestione autonoma di alcuni dei materiali di rifiuto. Qualche buona pratica è facilmente rintracciabile nel web.

Architettura e Ambiente: Energie Rinnovabili

Mar
17

Architettura e Ambiente: sembrerebbe un binomio, caratterizzato da due distinte entità benché interagenti. Non è così perché l’architettura è, essa stessa, ambiente.

Ciò che oggi passa per Economia Verde (in anglosassone, Green Economy) include tutti quei provvedimenti destinati alla contrazione dell’impatto ambientale, tramite azioni a favore della sostenibilità. Si parla di energie rinnovabili, di riciclaggio dei rifiuti, di riduzione dei consumi.

Non mi soffermo sul concetto di sviluppo sostenibile, a mio parere avulso dalla realtà e da me criticato in alcuni studi e pubblicazioni, ritenendo più utile parlare di sviluppo meno insostenibile.

Desidero, invece, analizzare i tre capisaldi dell’Economia Verde, partendo – tramite questo articolo – con quello relativo alle energie rinnovabili.

Bisogna prima rimettere al loro posto i concetti. Le energie rinnovabili sono il sole, il vento, l’acqua. Pannelli solari, eolico, termodinamico, altro non sono che strumenti di cattura delle energie.

Emergono alcune contraddizioni tra la tutela dell’ambiente e l’impiego di alcuni di questi strumenti, che possono ricondursi a due grandi temi: l’estetica e la salvaguardia naturale.

Il tema estetico

I pannelli solari, ad esempio, sono antiestetici e l’impatto che generano sul paesaggio è davvero notevole. Un impatto negativo che si deve soprattutto all’usuale modalità di applicazione di questi strumenti: cineree distese pannellate su tetti e coperture d’ogni tipo, con frequente alterazione visiva della sagoma d’origine. Ne derivano paesaggi snaturati e stilisticamente squalificati (laddove è apprezzabile qualche stile). Qui dovrebbe correre in soccorso il buon architetto, ricercando modalità applicative in grado di annientare (o, perlomeno, contrarre) il danno estetico. Qualche studio interessante è emerso nel corso dei recenti anni, come quello della creazione di un finto albero portante le pannellature. Non male, ma bisognerebbe approfondire, migliorare e produrre nuove idee. Un buon aiuto viene soprattutto dall’introduzione di nuovi strumenti di cattura, come le tegole solari, il cui impatto visivo si riduce drasticamente, spesso fino all’annientamento.

Personalmente non trovo altrettanto antiestetiche le pale eoliche. Talvolta producono suggestioni piacevoli su alcuni paesaggi. Ma qui, problemi di altra natura sono davvero insostenibili.

Il tema della salvaguardia naturale

Oltre la questione estetica, già di grande rilevanza e parte attiva nella salvaguardia paesaggistica, mi permetto di porre qualche circostanziato dubbio sul tema della tutela naturale in senso ampio, vale a dire sull’effettiva capacità di contrazione dell’impatto ambientale funzionale. Mi sono sempre chiesta: quando il ciclo di vita dei pannelli solari si esaurisce (mediamente 15-25 anni), dove e come sono smaltiti questi strumenti, visto che si tratta di rifiuti assimilati agli elettronici? Né, come spesso strumentalmente affermano le aziende di settore, viene in soccorso il D.Leg. n. 49/2014, visto che il tanto richiamato art.40 pone l’accento più sui meccanismi di incentivazione che su altro. Senza contare che l’intero Capo II (Deposito preliminare alla raccolta, raccolta, trattamento adeguato e recupero) appare più orientato all’organizzazione degli smaltimenti e meno alle relative modalità. Qualche cenno si rinviene nell’art. 18, ma è poca cosa surrogata da molti rimandi a futuri Decreti, Accordi di Programma, e altro ancora. La verità è che la quantità potenziale di materiale da smaltire preoccupa e non poco. Bisognerà confidare sulle ricerche mirate alla rigenerazione dei pannelli. Ma converrà al mercato?

E tutto questo, senza aver fatto cenno alla più consistente delle contraddizioni: qualche esperto mi dice che la produzione di un pannello solare richiede più energia di quanta esso ne possa produrre lungo il suo ciclo di vita. Insopportabile.

Per le pale eoliche, il problema dello smaltimento è ancora più gravoso. Il ciclo di vita delle turbine si aggira intorno ai 25 anni e le pale raggiungono perfino dimensioni di 90 mt in lunghezza. Come smaltirle, visto che oggi – nonostante contengano elementi tossici – finiscono in discarica? E poi è stato accertato, tra le numerose componenti negative, che questi strumenti di cattura hanno il potere di deviare le rotte degli uccelli migratori (talvolta addirittura di sterminare intere popolazioni in migrazione), generando un danno enorme agli ecosistemi di cui l’uomo, non si dimentichi, è parte attiva. Qualche buon auspicio giunge dal settore, ancora acerbo, del micro-eolico. Speriamo bene.

La dolorosa verità è che siamo negli ambiti sfacciati dei grandi affari. Sono nate e nascono come funghi aziende di produzione di strumenti per la cattura delle energie rinnovabili e, di pari passo, aziende per i relativi smaltimenti. Piogge di incentivi pubblici, dunque, a sostegno di uno scenario che manca di efficaci normative e cozza contro alcuni principi della tutela ambientale. Se per economia verde s’intende anche il buon riciclaggio dei rifiuti, non è forse una contraddizione in termini?

Quali soluzioni? Ce ne potrebbero essere e ne parlerò.

Amici architetti, anche qui è necessario il nostro contributo e, prima ancora, la conoscenza e l’analisi dei fatti.

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