Elodia Rossi

N. 5 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Apr
15

Quinto articolo su Spazi e Luoghi dell’Architettura.

Le baraccopoli, di cui ho parlato nel precedente articolo, rappresentano la più nefasta delle espressioni della città orizzontale.

Il consumo del suolo, la prima delle problematiche che investono gli orientamenti dello sviluppo progressivo orizzontale delle aree urbane, sta determinando ripercussioni abnormi. D’altro canto, i dati riportati nei precedenti articoli, se ragionati e mirati alle dimensioni delle città, sono inequivocabili.

Si corre ai ripari, in qualche modo e in alcune realtà urbane decisamente orientate al futuro. Roma è perdente. L’ho detto più volte e ne ho chiarito alcune delle motivazioni. E non finirò mai di contrappormi allo sconcertante coro di voci che, troppo spesso, s’alza a inneggiare la vocazione della Capitale all’orizzontalità. L’intenzione di approfondire questo argomento, mi porterà ad analizzare Roma come ultima città del mio percorso riflessivo.

Londra, diciamolo, non è nata come una città orizzontale? Ma guarda al futuro, è internazionale, intelligentemente articolata verso un cambio di rotta che non significa rinnegamento della sua storia, piuttosto crescita organica e sapiente. Londra osserva i dati, cerca di superare il degrado, muove nella direzione della contrazione dell’uso del suolo. In termini diversi, viaggia verso la verticalizzazione. E forse non è bella? Non è più bella di prima? Più articolata, più affascinante, innovativa e coerente. Dai fumi, simili a quelli di New York, al superamento percettivo di essi verso l’alto, come New York. Oggi Londra, come Chicago e Berlino e Singapore e Vancouver, fa un ulteriore passo in avanti, avvicinandosi anche ai temi delle fattorie verticali, luoghi del vivere e del produrre autonomamente.

Ma è proprio Londra (più estesamente, l’Inghilterra) la sede privilegiata di una corrente di pensiero che intravedeva, già dal XIX Secolo, la necessità di un cambio di rotta. Che dire delle significative intuizioni di Owen e di Howard, che hanno determinato una rivoluzione nel pensare l’architettura e l’urbanistica di lì a venire? Le ottocentesche e novecentesche sperimentazioni e gli studi sulle città ideali fondavano prevalentemente sul concetto di abitare nella natura, superando la quota della superficie terrestre. Le città giardino, in contrapposizione alle periferie giardino (introdotte, direi, per distorsione delle intenzioni dei padri fondatori, le cui realizzazioni erano prevalentemente destinate a classi sociali privilegiate), già allora nascevano dalla volontà di liberare la città dalla crescente congestione e dotare i cittadini del rapporto continuo con il verde, pur restando in ambito urbanizzato. L’approccio di partenza, per la verità inizialmente tradotto in satelliti urbani (come nel 1907 Hampstead alla periferia di Londra, oppure nel 1921 Floreal e Logis nella periferia di Bruxelles), ha però rappresentato una pedana di lancio importante per una ricerca di grande fascino.

Da allora si è fatta tanta strada, anche se l’inaspettata mutazione della società mondiale ha talvolta prodotto mostri, spesso distogliendo da un percorso probabilmente vincente se affrontato razionalmente e metodicamente. Tant’è vero che oggi, dopo quasi due Secoli di storia, finalmente l’idea di città giardino torna a trionfare con sperimentazioni e proposte di elevato approccio architettonico ed estensioni funzionali.

Così, mentre Chicago già vanta la sua fattoria verticale, la FarmedHere a Bedford Park, altre città muovono verso la nuova idea di città giardino. È il caso, ad esempio, della Green8 nel centro di Alexanderplatz a Berlino, progettata da Architects Agnieszka Preibisz e Peter Sandhaus. Ma è anche il caso del progetto pensato dallo studio Japa Architects per rispondere al fabbisogno alimentare delle città asiatiche: affascinanti torri a elementi circolari non concentrici e mobili, ossia in grado di cambiare direzione per favorire l’illuminazione delle aree verdi.

Londra si distingue ancora, con la proposta per Shoreditch della Endless Vertical City: alta 300 metri, questa torre è progettata dallo studio SURE Architecture per racchiudere un ecosistema e costituire, da sola, una città. Destinata a contenere l’insieme delle funzioni urbane essenziali, continuamente rapportate a spazi verdi dimensionalmente ragguardevoli, è una fabbrica d’impronta vagamente decostruttivista, con soluzioni che ammorbidiscono e disorientano piacevolmente, rappresentativa dunque di una nuova concezione formale dell’architettura. Consiglio di visitare il sito ufficiale della SURE Architecture (http://www.sure-architecture.com), dove si trovano immagini bellissime di questo edificio.

L’impianto strutturale (pensato in tubolari d’acciaio) è progettato per reggere su una superficie di base di mq 3.318 e produrre, in verticale, ben 165.855 mq di aree a verde. Una città verde nella città storica.

Per quanto il concetto di ecosistema introdotto come uno degli obiettivi progettuali, a mio parere potrebbe destare alcune obiezioni, è pur vero che l’approccio fonda su basi ecologiche anche nella scelta dei materiali costruttivi e di finitura. In ogni caso, dal mio punto di vista è stupefacente.

L’obiettivo della riduzione del consumo di suolo è affrontato sia in termini orizzontali, ossia con la contrazione della superficie terrestre impiegata per la realizzazione della costruzione, sia in termini di amplificazione delle aree verdi ai vari piani, con la dotazione di veri e propri giardini privati e collettivi.

Si tratta di una decisa e coerente risposta all’orientamento odierno della ricerca urbanistico/architettonica su scala planetaria.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Translate »