Elodia Rossi

V – LE DIMENSIONI DELL’ARCHITETTURA

Apr
12

V – LE DIMENSIONI DELL’ARCHITETTURA

Il SUONO: riferimento percettivo misurabile (l’hertz –Hz per la misura della frequenza, il decibel per la misura dell’intensità), capace di offrire differenti percezioni dell’oggetto d‘architettura in relazione alla sensorialità del fruitore. È la Sesta dimensione.

Parto col Suono. Parto con la Sesta Dimensione. Com’è mio solito, disubbidisco a me stessa. Inverto i tempi e tratterò della Quinta Dimensione, la Luce, nel prossimo articolo.

Si, parto col suono perché è esso che mi ha offerto il primo spunto di riflessione, quando pesavo e ripensavo (e penso ancora) ai comuni denominatori dell’Architettura. Architettura, ovviamente con la lettera maiuscola, così da distinguerla – come ho sempre detto – dalla consueta e diffusa operazione dell’edificare fine a sé stessa.

Avevo progettato e stavo dirigendo i lavori di riqualificazione di due spazi pubblici, pressoché contigui. È proprio nel corso di questa attività che ho avuto la prima delle intuizioni.

Uno dei due spazi, piuttosto ampio, possiede una complessa struttura pregressa, essendo impostato su un imponente impianto pilastrato. Di difficile approccio, ovviamente, ne derivavano alcune questioni. Tra queste, l’inserimento del verde, convinta che l’eventuale assenza avrebbe ricondotto a un’organizzazione meno efficace, piatta, meno suggestiva. Né avrei potuto ricalcare le scelte pregresse (e da me demolite) che vedevano un’aberrante distribuzione di grosse aiuole all’interno dello spazio, ostacolanti la fruizione e problematiche per la struttura di sostegno (che stava subendo grosse ripercussioni). E così decisi di utilizzare il verde posizionandolo lungo il limite interno della piazza, laddove la struttura è ancorata al grosso muro di sostegno della via limitrofa, oltre che in prossimità del margine inferiore, dove l’impianto pilastrato possiede un’altezza minore (e, di conseguenza, una maggiore resistenza). Il verde, si sa, offre una percezione di vita, interrompe la staticità visiva. Parlerò, presto o tardi, di quest’attività – corredando il tutto con foto del prima e del dopo – nella sezione Percorsi di questo blog.

Nel corso delle lavorazioni, ma ancor prima, durante la progettazione, riflettevo attentamente sul risultato finale. Lo visualizzavo nella mia mente, abituata – ovviamente – a tale esercizio del pensiero. Caspita: pur soddisfacendomi la scelta complessiva (pavimentazioni, organizzazione generale, posizionamento del verde, eccetera), percepivo l’assenza di qualcosa che potesse restituire all’insieme una maggiore suggestività. Pensai a lungo. Nel bel mezzo di una notte insonne, capii che avevo bisogno di acqua. Acqua corrente. Movimento, ecco. Movimento.

Fu così che introdussi un ampio muro d’acqua, posto in corrispondenza di quel margine inferiore di cui ho fatto cenno, avente maggiore stabilità. Di lì il passo fu breve. Edificato, strutturato nei dettagli anche riguardo il funzionamento (non acquistato dal primo rivenditore, ma studiato e realizzato in opera), la piazza restituiva finalmente quello che avevo desiderato. Nel silenzio del centro storico di un paese collinare, ecco che un pomeriggio mi soffermai sul delicato suono che quest’acqua corrente consegnava alla percezione dell’insieme. Fu allora che aprii le porte della mia mente agli inattesi scenari delle Dimensioni dell’Architettura.

Suono: parte integrante dell’Architettura, elemento sostanziale nella sensazione individuale e collettiva di un ambiente edificato o urbanizzato che sia.

Capii perfino perché, per esempio, non avevo mai apprezzato il MAXXI di Roma, opera del ben noto architetto Zaha Hadid. Al di là delle scelte formali – che non sono di mio gusto, pur riconoscendovi una non usuale genialità – non c’è acqua, neppure nell’ampio spazio esterno. Non c’è acqua. E il suono che ne deriva è ampiamente compromesso dal frastuono urbano. Ancor più ne avrebbe avuto bisogno.

Il quadro percettivo si ampliava nella mia mente. Si ampliavano gli orizzonti, le analisi e le restituzioni relative, riflettendo sul valore del suono nell’Architettura, ben oltre il risultato che deriva dal fruscio dolce dell’acqua.

Il suono può divenire rumore e consegnare non piacevolezza, ma fastidio. Tutto sta a come viene impiegato, alle variabili in gioco non sempre positive (come la posizione, per esempio) e alla capacità di mitigarle tramite altro suono, ma anche attraverso la composizione formale laddove si tratta di un edificio.

Il suono è misurabile, l’ho detto (rif. http://www.elodiarossi.it/iv-le-dimensioni-dellarchitettura/). Il suono ha la capacità di modificare la percezione di un manufatto architettonico perfino istantaneamente, superando una delle prerogative della IV Dimensione, il Tempo.

Mi vengono alla mente le parole del grande filosofo Aldo Masullo, di cui ho già accennato. E mi viene in mente l’esempio che egli faceva sulla differente percezione di una stazione ferroviaria tra le ore diurne, in cui irrompe frastuono della folla, e quelle notturne, caratterizzate invece da ampio silenzio. L’assenza di frastuono apre altri orizzonti e sollecita altri sensi.

Il suono possiede una relazione strettissima con l’opera architettonica, incidendo perfino sulle modalità costruttive. Quando si progetta una sala di registrazione musicale, bisogna contenere il suono dello spazio chiuso, assorbendo gli eccessi tramite precise tecniche e tecnologie. È l’insonorizzazione.

Perfino negli spazi aperti, a volte emerge la necessità di contenere il suono per garantire la riduzione della sua propagazione. Basti pensare alle barriere insonorizzanti poste ai margini di grandi arterie, quando queste sono prossime a edifici, soprattutto residenziali.

Il suono segue le regole della propagazione, della riflessione, della rifrazione e della diffrazione, secondo principi strettamente correlati ai decibel con cui viene diffuso. Ma anche in derivazione delle forme architettoniche e dei materiali impiegati.

Il legno ha una capacità di assorbimento del suono decisamente più ampia dell’acciaio. L’acciaio, dal canto suo, possiede una capacità di riflessione del suono ben più alta del legno. Insomma, se si deve progettare una discoteca in ambito urbano, è bene utilizzare materiali che siano riflettenti, combinati a quelli fono assorbenti, evitando l’utilizzo di materiali rifrangenti e disperdenti.

Pensando agli spazi aperti destinati alla collettività, ma anche a quelli privati, è per esempio facile immaginare la differenza percettiva tra le giornate di calma e quelle ventose. Ci si addentra i questo modo, nell’ambito variegato e affascinate dei suoni della Natura. Non sarebbe forse diversa, ditemi, la percezione che oggi – in questo periodo di clausura per via della cosiddetta emergenza sanitaria – si potrebbe avere nel percorrere il tanto famigerato e acusticamente inquinato grande raccordo anulare? Si avrebbe di certo il modo e la voglia di osservare i grandi spazi che esso attraversa: dalla verdeggiante campagna romana, alla suggestione della sterminata apertura dell’urbanizzazione capitolina. E tutto questo, senza l’assordante rumore (suono) del traffico che distoglie e confonde.

Immaginiamo il suono dell’eco che riverbera all’interno degli edifici, sempre, ma non sempre in maniera percepibile per l’orecchio umano. E ciò avviene anche per gli spazi aperti. Dal punto di vista fisico, ma anche acustico, l’eco deriva dalla riflessione del suono (più esattamente, delle onde sonore, con richiamo agli hertz della frequenza) nell’incontrare un ostacolo (elemento riflettente), nel corso della sua propagazione. Il ritorno delle onde sonore viene percepito con un ritardo più o meno lungo (tuttavia mai inferiore a 1/10 di secondo) rispetto al suono diretto. Qui è ritrovabile una stretta relazione tra Suono (Sesta Dimensione) e Tempo (Quarta Dimensione) e spazio (edificio o luogo aperto che sia). La propagazione del suono produce, tra gli altri e come accennato, il fenomeno della riflessione. È l’elemento riflettente, l’ostacolo, che determina il tempo di ritorno del suono propagato o di parte di esso: ossia, dipende dalla capacità di assorbimento dell’ostacolo.

Interessante è il tema dell’ascolto del suono, della capacità umana di elaborarlo più o meno istantaneamente: questo è il punto su cui s’incentra il tema proprio della percezione dell’Architettura. D’altro canto, tale percezione avviene impiegando, separatamente o meno, quattro dei cinque sensi: la vista, il tatto, l’udito e l’odorato. Ovviamente, non il gusto fin quando non mangeremo mattoni. Tralasciando gli altri, è evidente che il suono richiama innanzi tutto l’udito. Sovrastante esso, ma anche gli altri tre sensi, vi è la capacità individuale di elaborazione. Tema lungo, interessante, affascinate. Ne parlerò. Per adesso, mi fermo qui.

IV – LE DIMENSIONI DELL’ARCHITETTURA

Gen
22

Sono in ritardo, forse. Oppure no, viste l’ampiezza e la delicatezza della riflessione su cui è imperniata questa serie di articoli. Certo, ne è passato del tempo dal giugno 2017, data dell’articolo III – Le Dimensioni Dell’Architettura. Sarei soddisfatta se il collega Salvo Cimino, che mi ha accompagnata sinora (nei precedenti tre articoli della serie), mi comunicasse il suo giudizio su quanto sto per dire.

la potenza della luce

L’ambito è quello della ricerca della N Dimensione dell’architettura.

Ecco. Già su questo punto crederei di aver sbagliato. Mi riferisco a quando, con una convinzione un tantino superba partita più da me che da Salvo, affermavo che la N Dimensione … non sarà superabile perché includerà l’insieme delle componenti che entrano in gioco nello spazio costruito e di vita. Credo che non sia così.

Ho riflettuto a lungo, molto a lungo, ma è servito.

Ho preso appunti, moltissimi.

E sono convinta di aver trovato quello che cercavo, tuttavia in valore raddoppiato. Difatti credo di aver individuato altre due componenti dell’architettura che possono, anzi devono, considerarsi Dimensioni essenziali della Regina delle arti. Se non mi sto sbagliando, la N Dimensione, che avrebbe dovuto coincidere con la Quinta, è già superata.

In questo periodo di astensione dalla pubblica riflessione, ho percorso spazi architettonici (ovviamente mi riferisco a oggetti di architettura e non a banalizzazioni e mortificazioni di cui è colmo il mondo) aperti e chiusi, con l’attenzione dell’esploratore. Ho esaminato, ragionato, valutato: dalla linearità alla bidimensionalità, alla tridimensionalità, contando i passi, gl’istanti, per poi ripercorrere e ripensare più volte, più volte e ancora di più, facendo della Dimensione Tempo – l’oramai consacrata Quarta Dimensione – lo stimolo alla mia ricerca.

Adesso vorrei mettere in ordine, sinteticamente, i principi individuati nei precedenti tre articoli di questa serie e da me tenuti in considerazione nel corso della mia lunga riflessione.

Principio 1. Le Quattro note dimensioni dell’Architettura: la lineare, la bidimensionale, la tridimensionale, il tempo (che oltrepassa i canoni della realtà e richiama, a pieno titolo, la memoria) non restituiscono la compiutezza di un’opera. – Rif. http://www.elodiarossi.it/i-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 2. L’intuizione di Bruno Zevi secondo cui le quattro dimensioni non sono sufficienti a contenere lo spazio internodell’architettura, quello spazio che non può essere rappresentato compiutamente in nessuna forma, che non può essere appreso e vissuto se non per esperienza diretta. Rif. Rif. http://www.elodiarossi.it/ii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 3. L’oggetto architettonico è fatto per essere vissuto e, passando dall’esterno all’interno, i riferimenti percettivi si moltiplicano, cambiano, avvolgono, inglobano l’essere e restituiscono sensazioni proporzionali alla capacità sensoriale individuale. Rif. http://www.elodiarossi.it/ii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 4. Il dinamismo potrebbe essere un importante punto di partenza per la ricerca: spazio/tempo/velocità, accelerazione/gravitazione, mutazione/memoria. La nuova Dimensione deve fare i conti con l’insieme dei fattori fisici che possono determinare variazioni percettive all’oggetto di architettura. Rif. http://www.elodiarossi.it/iii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Principio 5. La nuova Dimensione (potrei ora dire, le nuove Dimensioni) dell’architettura non può essere astratta. Deve potersi misurare, deve avere riferimenti concreti, come si conviene a una scienza che – sebbene esploda soltanto nei casi in cui la forma artistica si traduce in innovazione e singolarità – fonda le sue basi sulla metrica, sulla manipolazione spaziale, sull’articolazione volumetrica. L’approccio è nella scienza fisica. Rif. http://www.elodiarossi.it/iii-le-dimensioni-dellarchitettura/

Durante questa esplorazione, che più volte andava richiamando la mia memoria verso le percezioni avute nei riguardi di edifici e spazi conosciuti, già percorsi, mi sono imbattuta in uno spazio nuovo, trasformato – meglio, in trasformazione – da me stessa.

È qui – e ne parlerò attentamente in un futuro articolo – che ho avuto la prima delle intuizioni. È qui che ho capito quale potesse essere una nuova Dimensione, la Quinta. Da questa – come per deduzione – è derivata l’altra, la Sesta.

Non me ne capacitavo. Perché non pensarci prima? Eppure si tratta di elementi, rispondenti a tutti i principi prima elencati (individuati nel percorso di analisi descritto nei precedenti tre articoli), con cui gli architetti si confrontano ogni volta che affrontano un progetto e ogni volta che osservano e penetrano un’opera realizzata.

La LUCE: riferimento percettivo misurabile (il lux per la misura dell’illuminazione di un oggetto, il lumen per la misura di illuminazione, la candela per la misura dell’intensità luminosa), capace di restituire immagini differenti dell’oggetto architettonico nel corso delle diverse ore, delle differenti stagioni, dei molteplici luoghi. È la Quinta dimensione.

Il SUONO: riferimento percettivo misurabile (l’hertz –Hz per la misura della frequenza, il decibel per la misura dell’intensità), capace di offrire differenti percezioni dell’oggetto d‘architettura in relazione alla sensorialità del fruitore. È la Sesta dimensione.

Mi fermo qui. Il prossimo articolo sarà dedicato alla Quinta Dimensione: la LUCE. Il successivo, alla Sesta: Il SUONO.

A seguire spiegherò, in un diverso articolo, come sono giunta a queste determinazioni.

Il mio profilo professionale

Gen
03

Architetto e urbanista dal 1984, titolare di Studio Professionale dal 1985. Scrittrice dal 1990.

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IN SINTESI

Già titolare di numerosi contratti di ricerca e vincitrice di Premio Scientifico sull’architettura innovativa (Università degli Studi di Napoli Federico II, anno 1993).

Ho coordinato gruppi di lavoro anche numerosi e posseggo propensione al lavoro in team.

Dal 2012 al 2014 ho ricoperto il ruolo di Coordinamento dell’Ufficio Tecnico di un Commissario Straordinario di Governo per la mitigazione del dissesto idrogeologico nella Regione Abruzzo (dettagli in seguito).

Ho collaborato e collaboro alla ricerca mondiale pluridisciplinare sulla “Crisi della città interetnica” per conto della Fondazione Aldo della Rocca e del Ministero degli Affari Esteri, partecipata dalle Nazioni Unite, United Nation Alliance of Civilation, United Nations Human Settlements Programme (UN-Habitat), sostenuta dalla Rappresentanza Permanente dell’Italia e della Cina presso l’ONU e dall’Istituto Americano degli Architetti (AIA).

Ho ampia esperienza nella gestione di progetti e programmi afferenti ai Fondi Strutturali dell’UE e riguardo la concessione di contributi pubblici. Ho elaborato molte proposte con ottimi risultati, ne ho anche gestito le fasi attuative, per conto di differenti committenti.

Sono autore di numerose pubblicazioni scientifiche.

Scrittrice anche di narrativa e saggistica, ha all’attivo alcuni romanzi e molte pubblicazioni di racconti in antologie letterarie e in giornali.

Ha curato lo storytelling per numerosi titoli multimediali (committenti: Class Editori, Istituto Geografico De Agostini).

Ha scritto alcuni trattamenti e due sceneggiatura per il cinema, oltre alcuni testi teatrali.

Nel ruolo di architetto-scenografo, ha lavorato con nomi di spicco (registi) del teatro e del cinema italiano.

Autore del presente blog di architettura, urbanistica e ambiente (www.elodiarossi.it).

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ALCUNE ESPERIENZE LAVORATIVE

Periodo    Dal 30/10/1985 ad oggi

Inquadramento contrattuale:     AUTONOMO

Posizione ricoperta:    LIBERO PROFESSIONISTA

Principali mansioni e responsabilità:  esercizio libero professionale sui temi dell’architettura, dell’urbanistica e dell’ambiente. Titolare di Studio Tecnico Professionale (Con ampia conoscenza delle normative di settore, ho eseguito numerose pianificazioni urbanistiche, progettazioni e direzioni dei lavori, con contabilizzazione di cantieri. Di seguito, se ne citano alcuni)

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Periodo    23/09/2017 – 16/09/2019

Inquadramento contrattuale    AUTONOMO

Datore di lavoro    Comune di Santi Cosma e Damiano     

Posizione ricoperta    DIRETTORE DEI LAVORI

Principali mansioni e responsabilità    Direzione dei Lavori e contabilità di cantiere per l’esecuzione dell’intervento di valorizzazione e recupero del Centro Storico: Piazza Pensile, Largo Savoia, Piazza M. d’Argento

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Periodo     01/01/2008 – in corso

Inquadramento contrattuale    AUTONOMO

Datore di lavoro    Fondazione di Studi Urbanistici “Aldo Della Rocca” 

Posizione ricoperta    RICERCATORE/PIANIFICATORE

Principali mansioni e responsabilità:     Collaborazione  alla ricerca mondiale pluridisciplinare  sulla Crisi della città interetnica per conto della Fondazione Aldo della Rocca e del Ministero degli Affari Esteri, partecipata  dalla Nazioni Unite, United Nation Alliance of Civilation, United Nations Human  Settlements Programme (UN•Habitat), sostenuta dalla Rappresentanza  Permanente  dell’Italia e della Cina presso l’ONU e dall’Istituto  Americano  degli Architetti (AIA). Partecipazione  a grandi Eventi, tra cui: Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York nel 2009, Conferenza Mondiale al Campidoglio nel 2010, World Urban Forum a Napoli nel 2012, 1st World Cities Day presso la sede dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York nel 2014. Elaborazione di grandi programmi internazionali su: l’Urbanizzazione massiccia in Cina e la governance urbana, i problemi di governance urbana e intermedia in India, ruoli rinnovati per Musei e Biblioteche  del XXI Secolo, un Manifesto/Concorso per la città interetnica governata per un movimento internazionale d’opinione. Creazione di una rete scientifica internazionale con Università e Istituzioni Governative per affrontare i citati temi. Membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dal 2018.

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Periodo    01/02/2014 – 06/11/2015

Inquadramento contrattuale    AUTONOMO

Datore di lavoro      Arcidiocesi di Gaeta     Curia di Gaeta (LT)  – Conferenza Episcopale Italiana

Posizione ricoperta   PROGETTISTA

Principali mansioni e responsabilità:    Progettazione  architettonica  preliminare, definitiva  ed esecutiva  della nuova Chiesa di Sant’Antonio in Campomaggiore  di Santi Cosma e Damiano e annessa Casa Canonica – incarico condiviso con l’architetto Franco Lombardi

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Periodo    07/08/2013 – 06/03/2014

Inquadramento contrattuale    AUTONOMO

Datore di lavoro      Presidenza del Consiglio dei Ministri – Commissario Straordinario  per l’attuazione degli Interventi Urgenti e Prioritari di Mitigazione del Dissesto  Idrogeologico   nella Regione Abruzzo

Posizione ricoperta    PROGETTISTA

Principali mansioni e responsabilità:    Servizi di progettazione preliminare e definitiva, ai sensi dell’art. 125 del D.leg. n. 163 del 2006 e s.m.i., per gli interventi  di “Messa in sicurezza e consolidamento  abitati Via per Vittorito”, nel Comune di Raiano AQ).

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Periodo    07/08/2013 – 06/03/2014

Inquadramento contrattuale    AUTONOMO

Datore di lavoro     Presidenza del Consiglio dei Ministri – Commissario Straordinario  per l’attuazione degli Interventi Urgenti e Prioritari di Mitigazione del Dissesto  Idrogeologico   nella Regione Abruzzo

Posizione ricoperta:    PROGETTISTA

Principali mansioni e responsabilità    Servizi di progettazione preliminare e definitiva, ai sensi dell’art. 125 del D.leg. n. 163 del 2006  e  s.m.i.,  per  gli interventi  di  “Sistemazione  dei  Versanti  del  Centro  Storico  di Roccacasale”, nel Comune di Roccacasale (AQ).

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Periodo    02/02/2012 – 07/07/2014

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro       Presidenza del Consiglio dei Ministri – Commissario Straordinario  per l’attuazione degli Interventi Urgenti e Prioritari di Mitigazione del Dissesto  Idrogeologico   nella Regione Abruzzo

Posizione ricoperta     Coordinamento Ufficio Tecnico Commissariale

Principali mansioni e responsabilità:     Attività relative all’Attuazione del Cronoprogramma  degli interventi di mitigazione del dissesto idrogeologico nella Regione Abruzzo – Analisi dei dissesti e delle priorità, mappatura situazione edilizia e ambientale, schedatura sistematica dei fabbisogni territoriali, rapporti settimanali, mensili e annuali, gestione delle fasi per la cantierizzazione – Coordinamento personale

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Periodo    01/12/2010 – 30/11/2011

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Università degli  Studi  di Roma “Tor Vergata”    

Posizione ricoperta    RICERCATORE

Principali mansioni e responsabilità:    Titolare della ricerca su “Indicatori e parametri di contesto nella produzione e gestione dei rifiuti solidi urbani: trasformazioni  e criticità nell’area metropolitana  di Roma”

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Periodo    03/11/2009 – 12/12/2009

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro Società Geografica Italiana

Posizione ricoperta Consulente

Principali mansioni e responsabilità:    Progettazione e redazione di un Programma di interventi a sostegno delle aree colpite dal sisma de L’Aquila del 6 aprile 2009 e ricadenti nel Cratere

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Periodo    03/11/2009 – 12/12/2009

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro Società Geografica Italiana

Posizione ricoperta Consulente

Principali mansioni e responsabilità:    Progettazione e redazione di testi, con contenuti di carattere creativo, relativi ai pannelli della Mostra “La via Francigena”

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Periodo    19/05/2009 • 02/05/2010

Inquadramento contrattuale     COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società  Geografica  Italiana    

Posizione ricoperta     PIANIFICATORE

Principali mansioni e responsabilità:      Mappatura e sistemazione cartografica del verde urbano comunale di Roma, in relazione alla convenzione con il Comune di Roma dal titolo “Utilizzazione delle aree marginali e degradate di proprietà comunale”

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Periodo     08/12/2008 • 16/12/2008

Inquadramento contrattuale     COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società  Geografica  Italiana    

Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:     collaborazione alla realizzazione della Mostra “I luoghi della Verbalità Italiana. La rappresentazione della Piazza nei Centri Storici Minori”, in occasione della Settimana della Lingua Italiana nel mondo, in collaborazione col Ministero degli Affari Esteri

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Periodo     08/12/2008 • 16/12/2008

Inquadramento contrattuale     COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società  Geografica  Italiana    

Posizione ricoperta    FORMATORE

Principali mansioni e responsabilità:    Formazione alla PP.AA. sui temi della qualità ambientale, nei Progetti PSSE e SGA del Parco Reg. dei Monti Picentini

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Periodo     30/05/2008 • 04/03/2009

Inquadramento contrattuale     COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società  Geografica  Italiana    

Posizione ricoperta   RICERCATORE

Principali mansioni e responsabilità: Contributo  per  la realizzazione  del  “Progetto  di  ricerca  volto  all’analisi  comparativa  del significativo patrimonio cartografico che restituisce l’Imago Siciliae nel corso del tempo” • progettazione  e allestimento Forum

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Periodo    26/05/2008 • 15/06/2008 (progettazione)

Inquadramento contrattuale    AUTONOMO

Datore di lavoro    Comune di Santi Cosma e Damiano

Posizione ricoperta    PROGETTISTA

Principali mansioni e responsabilità:     Redazione del  Progetto Preliminare,  Definitivo • Esecutivo relativo ai lavori di valorizzazione e recupero del Centro Storico

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Periodo    12/11/2007 • 20/02/2008

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società Geografica  Italiana

Posizione ricoperta    RICERCATORE

Principali mansioni e responsabilità:     Ricerca propedeutica e redazione dello studio “Prevenzione, monitoraggio e gestione degli eventi franosi: tecniche, tecnologie e strumenti utili”

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Periodo    12/06/2007 • 30/04/2008

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    FORMEZ

Posizione ricoperta    FORMATORE

Principali mansioni e responsabilità:    Sviluppo di attività formative finalizzate alla formazione e selezione del personale da impegnare nelle attività di Task force di cui al paragrafo 6.2.2. del QCS • Mis. II.2 Azione 5.3

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Periodo    05/04/2007 • 20/10/2007

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società Geografica  Italiana – (per) Soprintendenza ai Beni Storici e Artistici della Regione Abruzzo, Pro-Ges (Progettazione e Gestione dei Beni Culturali)

Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:    Redazione dello studio di fattibilità sulla riqualificazione e ampliamento  del Polo Museale e Archeologico Marsicano: Museo della Preistoria, Paludi di Celano (L’Aquila)

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Periodo    anni 2007/2008

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Pro-Ges (Progettazione e Gestione dei Beni Culturali), (per) ALES (Arte, Lavoro e Servizi), L’Aquila, Abruzzo

Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:    Elaborazione di uno Studio per la riqualificazione del Territorio Archeologico Vestino (la via dei Vestini – Museo territoriale) – Provincie di L’Aquila e Pescara

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Periodo    20/02/2007 • 24/04/2008

Inquadramento contrattuale     COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società  Geografica  Italiana

Posizione ricoperta    RICERCATORE

Principali mansioni e responsabilità:    Realizzazione dello Studio Socio•Economico in relazione al Piano di Utilizzazione degli Arenili (P.U.A.) del Comune di Fiumicino

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Periodo     02/01/2007 • in corso

Inquadramento contrattuale    AUTONOMO

Datore di lavoro    COPI Srl (Gruppo  TRE BIT)

Posizione ricoperta    PIANIFICATORE e PROGETTISTA

Principali mansioni e responsabilità:    (Progettazione Generale   e Determinazioni   Urbanistiche) •  Redattore   del   Progetto Integrato “CityMotors Vallelunga Outlet, verso il Villaggio Globale della Motoristica”. Il progetto, a piccola scala urbanistica, completo di elementi architettonici, è relativo all’organizzazione di un’area di 27 ettari, fiancheggiante pressappoco l’Autodromo Nazionale di Vallelunga, tramite la pianificazione integrata di servizi e funzioni strettamente collegate all’Autodromo e alla motoristica. Nasce come riscontro ad una proposta di Provincia Attiva (Ente della Provincia di Roma). Sostenuto dall’Officina Rambaldi, il progetto/programma è visibile al sito http://www.citymotorvallelungaoutlet.it e su questo sito alla sezione architettura, percorsi

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Periodo    15/06/2006 • 20/03/2008

Inquadramento contrattuale     COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società  Geografica  Italiana       

Posizione ricoperta    PIANIFICATORE

Principali mansioni e responsabilità:    Redazione del Progetto “Il Marchio di Qualità Ambientale (MQA) per l’area costiera che va da Castel Porziano ad Ostia” • relazione alla Convenzione con l’Ente Regionale per la Gestione delle Aree Naturali Protette del Comune di Roma • Roma Natura

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Periodo    28/07/2005 • 28/08/2005

Inquadramento contrattuale     COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società  Geografica  Italiana

Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:    Redazione di testi e selezione di immagini per la realizzazione di cd•rom e opuscolo sul tema “Prodotti agroalimentari  della Provincia di Roma”

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Periodo    10/03/2005 • 10/10/2005

Inquadramento contrattuale     COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società Geografica  Italiana (per) Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici d’Abruzzo

Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:    Redazione del Piano di Gestione della Badia di Santo Spirito al Morrone, a Sulmona (Abruzzo),  con ipotesi progettuali  per un’ala  dell’immobile da destinare a esposizione/museo,  secondo  le richieste  della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici per l’Abruzzo

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Periodo    10/11/2004 • 03/10/2005

Inquadramento contrattuale     COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Università  degli Studi Roma 2, Tor Vergata,  Società  Geografica  Italiana    

Roma Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:    Collaborazione all’interno del Gruppo del Progetto Transnazionale per il Progetto ESPON 3.3 riguardante la dimensione territoriale del processo Lisbona e Goteborg nel Progetto ESPON 2006, affidato dal CEIS Tor Vergata

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Periodo    01/10/2004 • 31/12/2004

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    FORMAMBIENTE      

Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:    Collaborazione alla stesura della Sezione I • Programmazione Strategica • del Manuale di Programmazione Strategica Ambientale

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Periodo    anno 2001

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro   Università degli Studi di Roma Tor Vergata  (per)  Ente Parco Nazionale del Circeo

Posizione ricoperta    CONSULENTE, PIANIFICATORE

Principali mansioni e responsabilità:    Redazione delle Carte di Piano del Parco Nazionale del Circeo: Carta dell’Edificato, Carta delle Infrastrutture e dei Servizi, Carta dell’Unità di Paesaggio Antropizzato

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Periodo    anno 2002

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro   Provincia di Roma – Università degli Studi di Roma Tor Vergata  –   Società Geografica  Italiana

Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:    Collaborazione alla redazione del Sistema Informativo territoriale della Provincia di Roma, Settore Ambiente Naturale”

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Periodo    09/06/2000 • 31/07/2000

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    FORMEZ

Posizione ricoperta    FORMATORE

Principali mansioni e responsabilità:    Prestazione per espletamento attività relative al Progetto Integrato di Intervento per lo Sviluppo Sostenibile, convenzione FORMEZ• Ministero dell’Ambiente R.A. 99178 Na 62

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Periodo    28/12/1998 • 27/08/1999

Inquadramento contrattuale     COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Società Geografica  Italiana (per) Provincia  di Napoli

Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:     Consulenza professionale nell’ambito della Commessa CEE, Programma Terra, Progetto Posidonia, Convenzione del 28.12.1998 (con la Provincia di Napoli) e relativa allo studio della mobilità terrestre, ai nodi intermodali e al complesso sistema della mobilità all’interno del territorio costiero e delle isole del Golfo di Napoli

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Periodo    01/01/1992 • 30/06/1993

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    I.R.I. • CONSORZIO MIXER (STET/ITALSTAT•IRITECNA)

Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:    Definizione  degli aspetti tecnico/scientifici e applicativi di specifiche problematiche  di ricerca nei seguenti ambiti: • progetti di ricerca CNR • progetti di ricerca CEE

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Periodo    30/10/1989 • 30/10/1990

Inquadramento contrattuale    COLLABORAZIONE

Datore di lavoro    Università degli Studi di Napoli, Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio, Napoli, Piazzale Tecchio

Posizione ricoperta    CONSULENTE

Principali mansioni e responsabilità:     Ricerca ( con ipotesi progettuali)  sui contenitori  edilizi funzionali intesi come edifici o gruppi di edifici, utilizzati per svolgere le principali funzioni urbane: Musei, Stazioni Ferroviarie, Nodi di Interscambio, Biblioteche, Ospedali, Poli Tecnologici, eccetera

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Periodo    anni 1989 – 1995

Inquadramento contrattuale    TITOLARE DI CONTRATTI DI RICERCA

Datore di lavoro    CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) – GRUPPO IRI (ITALSTAT/IRITECNA)  –   Università degli Studi di Napoli

Anno 1989: N° 2 Contratti di Ricerca afferente al Progetto Finalizzato Beni Culturali del CNR

Anno 1990: Contratto di Ricerca afferente al Progetto Finalizzato Innovazione Tecnologica e Trasformazioni Territoriali del CNR

Anno 1991: Borsa di Studio ITALSTAT per Studi Finalizzati sui Parchi Scientifici e Tecnologici

Anno 1993: Contratto di Ricerca afferente al Progetto Finalizzato Innovazione Tecnologica e Trasformazioni Territoriali del CNR

Anno 1994: Contratto di Ricerca afferente al Progetto Finalizzato Trasporti del CNR

Anno 1995: Contratto di Ricerca afferente al Progetto Finalizzato Trasporti del CNR

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PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE    

Dal 1990, autore di molte pubblicazioni scientifiche, curate da diversi editori: Istituto Geografico De Agostini, CNR – I.Pi.Ge.T – Università degli Studi di Napoli Federico II,  Università degli Studi di Roma La Sapienza,
Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Università degli Studi di Roma  Tre, Consiglio Regionale del Lazio, e alcuni altri. Cito:

1992
La Biblioteca (in Per il XXI Secolo: un’enciclopedia. Città cablata e nuova architettura) – a cura di C. Beguinot e U. Cardarelli – Vol. III, Cap. III, edito da CNR – IpiGeT, Napoli

1993
La Biblioteca: il Teleporto della conoscenza (in Progettare e Costruire per il 2000. Architettura e Tecnologia) – AA.VV. , Pagg. 107-114, edito da CNR – IpiGeT, Napoli

2000
Il ruolo dei tracciati per la mobilità nei processi di sviluppo delle centralità urbane (in Atti del Congresso geografico italiano) – Quaderni di Geografia, edito da Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Roma

2002
I tracciati della mobilità nell’evoluzione storica di Roma: la lettura cartografica (in I territori di Roma – storie, popolazioni, geografie) – Pagg. 551-559, edito da Università degli Studi di Roma La Sapienza, Tor Vergata, Roma Tre, Roma

2002
La cartografia per la montagna italiana (in Montagne d’Italia) – Pagg. 276-285, edito da Istituto geografico De Agostini, Novara

2002
Il territorio come bene culturale (in Processi di territorializzazione e regionalizzazione dell’economia italiana) – edito da Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Roma

2002
Note sul processo di allargamento dell’Unione Europea – Quaderni di Geografia, edito da Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Roma

2004
GIS, cartografia e geografia per il governo dei territori (in Public-A, rivista per dirigenti della PP.AA.) – Articolo introduttivo del numero di giugno 2004, Milano

2010
Metodologie e strumenti scientifici per la riqualificazione delle Borgate Marittime nel contesto territoriale integrato della fascia costiera del Lazio (in Le Borgate Marittime del litorale laziale) – edito da Consiglio Regionale del Lazio, Roma

2011
L’emblematico caso di Roma – la complessità (in The City Crisis – the priority of the XXI Century – For a UN World Conference, for a UN Resolution,
a cura di C. Beguinot) – Aldo Della Rocca Foundation, Series of Urban Studies, pagg. 336-343 e 844-859, Giannini Editore, Napoli

2011
Vademecum per un futuro urbano (di C. Beguinot ed E. Rossi) – edito da Fondazione Aldo Della Rocca, Roma

2012
Per il Manifesto/Concorso: un piano di lavoro (in For an Urban Future in World Urban Forum, a cura di C. Beguinot) – Aldo Della Rocca Foundation, Series of Urban Studies, Giannini Editore, Napoli

2014
Un Manifesto, un Concorso. The Right to the city for all (co-redazione, AA.VV., a cura di C. Beguinot) – Aldo Della Rocca Foundation, Series of Urban Studies, Giannini Editore, Napoli

2019
Corrado Beguinot. Ricordi. (a cura di Elodia Rossi) – Collana Ricerca e Documentazione della Fondazione Aldo Della Rocca, Aracne Editrice, Roma

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Nota: le pubblicazioni di narrativa/saggistica, i lavori di sceneggiature per il cinema, le scritture di testi teatrali e i lavori di scenografia sono riportati nella pagina ALTRO di questo blog.

Il Reflecting Absence

Dic
02

Non bastò un incendio (anno 1975), non l’esplosione di una potente bomba (anno 1993) a far crollare le Twin Towers. Ci volle l’efferato attentato terroristico dell’11 settembre 2001 per assistere all’amaro sgretolamento di due degli edifici più alti e affascinanti del mondo.

Orgoglio indiscusso del World Trade Center, con 110 piani e oltre 400 mt di altezza ognuna, a simboleggiare sì il luogo privilegiato della finanza mondiale, ma anche della potenza dell’architettura. Nel derivato Ground Zero si è respirato e si respira ancora aria di dolore.

Tuttavia in quel luogo oggi, più che mai, impera l’architettura che non dimentica, che evoca, che celebra, che si oppone con sdegno al terrore. E lo fa con un senso di pacatezza impalpabile, nobile contrasto al frastuono dei crolli.

In quel luogo oggi si distingue il ricordo, si percepisce il dolore nel momento stesso in cui si avverte l’affermazione della rivincita. È l’architettura che parla: superbo ponte che collega ciò che è stato con ciò che è e che sarà.

Daniel Libeskind è l’autore del progetto di ricostruzione dell’intero complesso, inclusa la torre One World Trade Center (o Freedom Tower), alta 1776 piedi ad evocazione dell’anno della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti.

Internamente – opera nell’opera – s’apre il Memorial Plaza, un giardino piantumato di querce bianche, progettato dagli architetti Peter Walker e Michael Arad. È qui dentro che sono contenute due enormi vasche in granito (il Reflecting Absence), scavate in profondità, a ricalcare esattamente i perimetri che contenevano le fondamenta delle Twin Towers.

Lungo i bordi sono incisi, scolpiti, tutti i nomi delle vittime dell’attentato, mentre sulle pareti interne scorrono cascate d’acqua silenziose. I liquidi si riversano sui fondi per poi scomparire all’interno di impluvium centrali di forma quadrata.

Il Reflecting Absence è un luogo in cui è esaltata la geometria pura, quale segno – a mio avviso – della compostezza che si deve a un memoriale. Avvolto in un silenzio magico, spinto verso la sacralità, lontano dal frastuono urbano, non infranto da alcun rumore dei visitatori che, rapiti dalla bellezza evocativa, osservano estasiati.

Aperto al pubblico esattamente 10 anni dopo l’attentato, nel settembre 2011, ha vantato una cerimonia d’inaugurazione senza precedenti. Il mondo ha tremato.

E pensare che una malconcia massa di newyorchesi ha protestato nel corso della costruzione, tra l’altro adducendo che le vasche avrebbero dovuto essere interamente fuori terra. Incomprensibile ambizione, per la verità. Ma la storia si ripete, sempre.

Come disse Ben Jonson agli albori del Seicento, l’arte ha un nemico chiamato ignoranza. E Johann Wolfgang Von Goethe nell’inoltrato Settecento, nulla è più terribile dell’ignoranza attiva. Bisogna non curarsene.

E difatti il Reflecting Absence è una delle opere più belle ed evocative del mondo. Meta di turismo d’ogni tipo, luogo di intima meditazione, di fascino, di sublimazione dell’essere e dell’essere stato. Omaggio esemplare e sentito ai morti e ai sopravvissuti – assenza e presenza – di quella tragedia.

Stando lì dentro, respirando quell’architettura, sembra di comprendere senza sforzo l’equazione del mondo.

Le foto sono state scattate da me nel 2014, ma nessuna immagine potrà mai trasmettere l’emozione, le sensazioni, le evocazioni che si provano visitando quel luogo.

PIAZZAFORTE DI GAETA

Mag
23

Dal punto di vista urbanistico/architettonico, l’antica Piazzaforte di Gaeta corrisponde al tronco urbano più interno che si prolunga suggestivamente sul mare. La Prima Porta è il varco di accesso principale. Più avanti si trova la Seconda Porta, altrimenti detta Porta di Carlo V o Porta della Cittadella, che per molto tempo ha costituito l’unico accesso alla città fortificata. È qui che esplodono le emergenze più importanti dello stratificato tessuto.

Credo che sia sbagliato parlare – come spesso mi capita di leggere – della Piazzaforte di Gaeta quale ambito territoriale semplicemente prossimo ad alcune emergenze che, nelle epoche belliche, hanno avuto ruoli difensivi primari (come il Castello e l’ex struttura carceraria): ruoli mai scissi da quelli esercitati dagli altri beni di attacco o di difesa. È mia convinzione invece che sia corretto considerare la Piazzaforte inclusiva di questi magnifici elementi storico-architettonici.

Perché la Piazzaforte non è soltanto fatta delle polveriere poste sul Monte Orando e dei resti di cadaveri e dei rinvenimenti minori che nel tempo sono emersi: L’intera Cittadella di Gaeta, col Castello e l’ex struttura carceraria e altro ancora, fanno parte di diritto dell’insieme della città fortificata. E perché – se sui Borboni voglio soffermarmi – ognuno di questi beni ha avuto ruoli determinanti fino alla tragica caduta del Regno di Napoli (o Regnum Siciliae citra Pharum).

Gaeta ha una storia densa e complessa che parte dall’VIII Secolo a.C. e il risultato che oggi si osserva (in termini di aspetto urbano) è decisamente eterogeneo. Dunque, inseriti in un contesto vario e ricco di testimonianze monumentali di differenti epoche, al di là dell’imponenza del Kastrum, i beni che narrano l’affascinante storia dei Borboni spesso appaiono nascosti, non facili da individuare.

Vado per ordine.

Già l’Impero d’Oriente aveva strutturato una prima fortificazione (600 d.C), ma il Medioevo aveva consegnato alla città una vera e propria fortezza: il Kastrum Gaetani, probabilmente risalente al 900. Questo diveniva poi un Castello compiuto nelle forme, per opera dell’Imperatore Federico II di Svevia che, nella prima metà del XIII Secolo, aveva intuito l’enorme valore strategico della città. Gaeta si trasformava così nella porta d’ingresso al Regno delle due Sicilie e Alfonso d’Aragona, nella metà del ‘400, dotava la città di un nuovo Castello. È stato poi Carl V, nel Secolo successivo, a collegare e inglobare i due Castelli in fortificazioni bastionate che divenivano quindi la vera prima Piazzaforte del Regno di Napoli e una delle più dotate d’Europa. Questo genere di impianto, non di certo consueto, peraltro trovava una maggiore consapevolezza artistico-formale proprio nel periodo borbonico, quando Federico II di Borbone faceva impiantare la Cappella Reale all’interno della cupola della Torre più alta del Castello (oggi detta Torre di Gaeta). Era il 1849.

Con i suoi 14.000 mq e oltre, imperante all’interno del Centro Storico e dell’antica città fortificata, il Castello è dunque oggi la fusione di due strutture difensive: angioina e aragonese, con perfezionamenti borbonici.

Ed era ancora la metà dell’800 quando veniva innalzato il ben noto Ex Carcere: inserito in un impianto viario ed edilizio d’impronta medievale, nato come Padiglione di Città, voluto da Ferdinando II di Borbone, è stato edificato negli anni appena precedenti all’assedio al fine di incrementare Gaeta della dotazione di strutture militari. Assolutamente in linea con lo scopo primario degli interventi borbonici avvenuti tra il 1850 e il 1853, tramite sventramenti interni al tessuto urbano pregresso, c’era quello di edificare un’imponente rampa per l’accesso dei cannoni nella città fortificata.

Esternamente il Padiglione di Città è oggi, come allora, un edificio di grandi dimensioni in muratura tufacea, a pianta rettangolare con fronte circolare. Conta due piani, possiede un ingresso a cui è anteposta una scalinata; a nord l’edificio si apre al termine di un forte pendio.

Non molto tempo dopo il nefasto evento dell’assedio di Gaeta, nella seconda metà dell’800, la struttura veniva trasformata in carcere. Tra il ’70 e l’80 dello scorso Secolo l’edificio è stato assoggettato a un imponente intervento di recupero prevalentemente strutturale, nel corso del quale alcuni elementi caratterizzanti la sua fattezza stilistica (come le pavimentazioni) sono stati mortificati e impropriamente sostituiti. Ne è stata nuovamente mutata la funzione in uffici comunali, per poi tradursi – attuale utilizzo – in alloggi per famiglie indigenti, nonostante sia soggetto alla legge di tutela 1089/39. Gli esterni sono a disposizione di chiunque voglia ammirarli. Per gli interni, niente da fare: bisogna spulciare le antiche mappe. Eppure, la conoscenza di questo monumento è fondamentale per la comprensione dell’intero nucleo difensivo di Gaeta.

Le emergenze borboniche raccontano, si sa, una storia forte e dolorosa che riguarda l’intero territorio italiano e la sua trasformazione fisico-amministrativa. L’assedio di Gaeta del 1861 (ultimo dei quattordici assedi della città, a partire dalla sconfitta del Ducato), promosso dai Piemontesi, oltre a mietere troppe vittime, trasformava un territorio abbattendo – a colpi di cannone a retrocarica (sperimentati per l’occasione) – monumenti e beni d’ogni natura. Era la fine del Regno dei Borboni e l’avvio del percorso di unificazione dell’Italia. Ciò che ha resistito tuttavia non è poco e l’attuale immagine dell’area che ha ospitato il sistema difensivo borbonico è ancora altamente suggestiva.

La storia qui si mescola con quella del Ponte Real Ferdinando. Da quest’ultimo – come ho raccontato (http://www.elodiarossi.it/ponte-real-ferdinando/) – salivano le già provate truppe del Regno, in fuga da Napoli, per giungere a Gaeta e impiantare la difesa nella città fortificata, fino alla vetta di Monte Orlando, luogo privilegiato di avvistamento.

Dunque, un ambito monumentale caratterizzato da espressioni di molti Secoli, tradotto in un processo di integrazione fisica lungo e sofferto che vede nel passaggio borbonico il momento che consacra – seppur dolorosamente – la sua compiutezza formale e risponde compatto a un’esigenza di difesa: è la Piazzaforte. Il passaggio borbonico è quindi un collante che trasforma, richiamando una specifica funzione, l’eterogeneità in insieme.

Le recenti trasformazioni nell’utilizzo dei numerosi beni monumentali della Piazzaforte hanno forse offuscato il ricordo, tradotto in percezione, del tragico ultimo assedio e la sensazione del passaggio borbonico non è immediata.

Spero di aver consegnato – seppur sinteticamente – un credito al tema funzionale, tramite questa mia breve lettura delle testimonianze fisiche che hanno attivamente partecipato all’ultima eroica azione di difesa dei Borboni.

Ponte Real Ferdinando

Mag
09

Le forme dell’architettura monumentale di tutti i tempi hanno relazioni inscindibili con i processi storico-culturali che le hanno generate. E la concreta comprensione di un manufatto si avvera soltanto quando è viva la consapevolezza degli avvenimenti che esso rappresenta.

Il basso Lazio ha avuto un ruolo importantissimo nell’evoluzione della storia italiana, sia dal punto di vista ambientale che monumentale che politico. Anche da una superficiale analisi è facile comprenderne la portata. Si pensi, ad esempio e con ampio respiro, all’incidenza secolare per la definizione amministrativa dell’attuale Repubblica. Si pensi, più circostanziatamente, alla Roccaforte di Gaeta, dove Re Francesco II di Borbone nel 1860, lasciando Napoli e attraversando il ponte sospeso di Minturnae, installò l’ultima base operativa per la difesa del Regno dalle truppe di Vittorio Emanuele II di Savoia. Del massacro che ne è derivato – infame affronto privo finanche di dichiarazione di guerra – sono state rinvenute testimonianze inequivocabili, perfino recentemente.

 

Dedicato al Re di Napoli Ferdinando II di Borbone, il Real Ponte è stato edificato nella prima metà dell’Ottocento e terminato nell’anno 1832. Collega la sponda laziale con quella campana del fiume Garigliano. Affascinante struttura a catenaria ferrea, s’erse a privilegiato esempio di architettura industriale nel corso del Regno delle Due Sicilie.

Nato su idea del geologo Carminantonio Lippi, compiuto su progetto dell’ingegnere Luigi Giura (a seguito di incarico diretto di Francesco I di Borbone), è stato il primo ponte sospeso mai realizzato in Italia. Al tempo, qualche esempio era presente in Austria, in Inghilterra e in Francia. Quando iniziarono i lavori di edificazione, nel 1828, la stampa inglese non mancò di esprimere perplessità sulla capacità dei napoletani di realizzazione di un’opera così complessa (in particolare, in riferimento alla gestione delle oscillazioni dovute all’impiego della lega ferrosa). Invece e proprio nel 1828 – quasi come una punizione – i ponti inglese, austriaco e francese ebbero problemi (il parigino, addirittura, crollò) e vennero chiusi. Il Real Ferdinando, al contrario, rivelò una perfezione tecnica e tecnologica al tempo ineguagliabile e ancora oggi sorprendente. L’ingegnere Giura, per aumentare la robustezza del ferro destinato all’opera, fece addirittura produrre appositamente una lega al nichel. Ideò peraltro un irrigidimento meccanico delle travi tramite trafilamento, consegnando al manufatto un’inaspettata resistenza alla corrosione. I materiali giungevano tutti, rigorosamente, dal Regno delle Due Sicilie.

Grande testimonianza in cui ingegneria e architettura si fondono magistralmente. Le forme del Real Ponte sono spettacolari: marmorei e artistici piloni (le quattro torri di sostegno), quattro blocchi parallelepipedi (gli ammarri, due in partenza e due in arrivo) a cui sono ancorate le grandi catenarie di bilanciamento e sovrastati ognuno da una sfinge in pietra grigia.

Spinta innovazione ingegneristica e architettonica del tempo. Ma Giura, prima di iniziare la progettazione del Ponte, aveva affrontato un viaggio per vedere da vicino le opere similari già edificate. E probabilmente fu proprio quel viaggio, in particolare nella Francia ancora fortemente intrisa dell’Impero di Napoleone, a orientarlo nelle forme.

D’altro canto, il neoclassicismo dello stile imperiale aveva già preso piede in molti Paesi e non poco si sentiva l’impulso formale che lo stesso Napoleone aveva consegnato dopo la campagna d’Egitto.

L’armonico mescolamento di configurazioni e materiali antichi e nuovi, l’integrazione tra questi, oltre la stupefacente scelta ingegneristica, fanno del Real Ferdinando un’opera di grande fascino e superba riuscita.

Le torri marmoree sono alte 7 metri e hanno un diametro di base di 2,5 metri. Al pari delle sfingi, anche i capitelli delle torri evocano le architetture egizie. Le doppie catene, passanti all’interno delle torri, misurano 129,50 metri ognuna, l’impalcato sospeso è largo 5,50 e lungo 80,40 metri.

Con orgoglio si può dire che il Real Ferdinando, pur non essendo stato il primo esempio in Europa di ponte sospeso, di certo è stato il primo ad aver funzionato senza cedimenti.

Praticamente inglobato nella Linea Gustav, purtroppo nel 1943 la campata unica è stata assoggettata a bombardamenti e minata in due differenti punti, dopo il transito dei tedeschi in fuga.

Ciononostante le torri e gli ammarri con sfingi ne uscirono quasi illesi. E ciononostante, la struttura ferrea diede manifestazione della sua potente qualità.

Dovettero passare molti anni e finalmente, nella seconda metà degli anni ’90, s’intervenne con un progetto di restauro archeologico industriale (su finanziamento comunitario). L’inaugurazione e l’apertura al pubblico avvenne nell’anno 2001.

È un’opera bellissima, unica, testimone privilegiato tanto dell’epoca borbonica quanto di quella bellica più recente.

Magistrale perfino l’integrazione della composizione architettonica nel contesto, l’espressività che la visuale dona dall’una all’altra sponda, attraverso l’alternarsi dei basolati di confine alle corpose assi lignee di passaggio interno.

Questo breve articolo vuole rappresentare un piccolo omaggio alla mia terra, bella e addormentata.

Il dolore delle Vele di Scampia

Mar
21

È un urlo di dolore quello che lanciano le Vele di Scampia. Un urlo che segue una lunga sofferenza, fatta di abbandono, tradimento, incomprensione, trascuratezza, incuranza. Oggi non hanno colore, sono giganti addolorati che piangono e chiedono aiuto. Eppure sono lì, ancora in piedi, nonostante tutto. Non tutte però, visto che ormai se ne contano soltanto quattro sulle sette iniziali. Tre sono state abbattute tra il 1997 e il 2003, già in condizione di forte degrado a soli vent’anni o poco più dalla loro solenne nascita.

Opere maestose, studiate abilmente per accogliere residenze sociali, diventate immediatamente un simbolo per gli architetti e per tutti coloro che hanno il senso dell’estetica. Francesco Di Salvo, il progettista, aveva saputo guardare ben oltre la produzione architettonica che aveva caratterizzato gli anni sessanta (momento in cui iniziò l’edificazione), offrendo un contributo straordinario di innovazione – perfino futuristica – al decennio successivo: gli anni settanta, quando le vele s’ersero in tutto il loro splendore. Di Salvo ebbe appena il tempo di vederle compiute (nel 1975), per donarle all’universo delle forme magistrali e poi morire nel 1977, poco più che sessantenne.

Mai avrebbe pensato che si sarebbero susseguiti anni di incuria amministrativa, lunghi periodi di trascuratezza, che sarebbe sopraggiunto l’impeto degli occupanti abusivi ai tempi del dopo terremoto, che l’incapacità dei deputati al governo urbano non avrebbe consentito di vedere oltre e riconoscere in quelle opere il grande merito di essere state progressiste, di aver largamente anticipato un orientamento architettonico che, destinato a durare, emana ancora la sua espressività.

Le vele di Scampia sono state emulate (talvolta perfino copiate, permettetemi il termine), nella loro essenza formale, da numerosi progettisti di lì a venire e non soltanto italiani. Ho in mente molti di questi casi e, senza voler manifestare apertamente quelli che considero usurpazioni evidenti, faccio timido cenno ad alcune manifestazioni recentissime di edifici-giardino, opere di grandi studi di architettura, i cui impianti sembrano ricalcare non poco quelli delle Vele.

Hanno ispirato film, libri e perfino poesie. Ora il Comune di Napoli ha deciso di procedere all’abbattimento di altre tre. Ne rimarrebbe una soltanto, da destinare a uso pubblico/sociale (centro di accoglienza).

Ventisette milioni di euro (così si dice) stanziati per l’abbattimento e via, dunque, a un programma di riqualificazione con mutazione della destinazione d’uso per la sola Vela che resterà in piedi. Perché?

Perché non consegnare i ventisette milioni all’avvio di un programma di riqualificazione complessiva delle Vele e del quartiere che le ospita? Saranno pur pochi, ma potrebbero bastare per la messa in sicurezza e per le prime operazioni di completamento. Potrebbero bastare, se si lavorasse con criterio, magari affidando appalti per settori (e non l’appalto complessivo) a ditte locali di modeste dimensioni, favorendo l’economia e salvando l’architettura. Perché è di architettura che si sta trattando: architettura lucida, esemplare, tronfia di criteri progettuali incontestabili.

Perché lo stesso Ente che non ha avuto la capacità di evitare il degrado, senza scrupolo oggi s’erge a giudice supremo che ne sentenzia la morte?

Dov’è il Ministero dei Beni Culturali? Come può consentire un tale scempio e non sostenere, al contrario, un programma intelligente di valorizzazione di un bene che, come pochi, ha positivamente influenzato gli anni a venire.

L’architetto Luigi De Falco ha lanciato una petizione attraverso Change.org: Salviamo le Vele di Scampia dalla demolizione. Io ho firmato. Salviamole.

The big Urban Trouble

Dic
01

Questo articolo in lingua inglese è una sintesi dei concetti e dei dati che ho riportato nei miei recenti scritti sul più grande dei temi ambientali: le sorti del Pianeta e le responsabilità degli ambienti urbani. Desidero pubblicarlo allo scopo di permettere, a tutti coloro che non parlano l’italiano, di entrare concretamente (e senza l’utilizzo del traduttore automatico) nel tema. Credo fermamente nell’importanza di una presa di coscienza collettiva.

The world city reflects the deception of sustainability. Urban areas consume 75% of the planet’s resources, while occupying an area of less than 5% of emerged land (149,000,000 km). More than 7.516 billion people live here. This value is in exponential growth, since this year – so far – there are more than 72 million children born and less than 30 million people died. The overall world population is distributed over 10% of the emerged lands, ie 14,900,000 km.

By crossing and joining several data, it is reasonable to assert that:

Less than 1% of emerged lands (a quota attributable to highly urbanized areas) is home to 4 billion individuals, with a dramatic and oscillating population density depending on the type of area. Here, among other things, is where slums develop, hosting 1 billion people.

Approximately 4% of emerged lands (the share attributable to the urbanized areas) accommodates 2 billion people,

On the remaining 5% (less-urbanized areas) are hosted 1.5 billion individuals.

The megalopoles, dizzyingly increasing in number (in 2014 the UN estimated that they would be 29 by 2025, but nowadays they are already 37) even exceeded the concept Gottmann had given them. The polynuclear structure seems to no longer exist and agricultural areas – interconnection bearings – are now disappeared in most cases.

These monsters – constantly monitored by the UN Habitat Global Urban Observatory Network (GUO Net) – almost never offer acceptable living conditions. Beyond cases where urban rationalization – derived from effective planning (as in New York) – produces a more fluid form of living, these places attract and generate problems of all kinds.

In short, the city grows to a standstill and the urban needs – both real and ephemeral – follow the pace. Our inability to cope with such demand raises delirium and the outcomes are enormous environmental damage, low standards of life quality (which calls for insecurity, abandonment, traffic, widespread overload, criminality, misery, etc.) to war and early death.

More and more the city is becoming a place of dying living instead of living.

The glitter of night lights, the availability of entertainment venues, the spread of supply services, and all the other apparent benefits are straw fires, and too often they are the cause of great discomfort.

The city is not ready for the change that today’s society has quickly imposed, defining a devastating trajectory. The architectures are inadequate and the political/administrative absurd presumption to internationalize all urban areas is like a knife in the back of global equilibrium. Meanwhile, China is pushing further and, by following a political imperialist thought, launches a plan to build the world’s largest megalopolis: Jing-Jin-Ji, designed to accommodate more than 130 million people. A world domination plan.

Which message? Which answer? What future? What actions to take?

The failure of the Brundtland Report that in 1987 through the WCED (World Commission on Environment and Development) coordinated by Gro Harlem Brundtland proclaimed a concept of sustainability in which “sustainable development is the kind of development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs” is indisputable despite the good intentions of their premises.

The process of change in which resource exploitation, investment orientation, technology development and institutional changes are made consistent with future needs as well as with the current, as imagined in the Report, has no foundation at all. Suffice to reflect on the limits of some resources. Since 1987, pollutant sources have increased dramatically, as well as intensive breeding (the main cause of the greenhouse effect) has multiplied, and PM10 (and other weeds) emissions have grown. And then land erosion, desertification and the consequent extinction of animal species (one should consider the fundamental importance of the ecosystem balance), and more. And then the exponential growth of conurbations that, as said, absorb 75% of planetary resources. And more, the iniquitous breakdown of wealth that, given the values now reached, seems to slap on the face of the same Brundtland Report, where it expects that by adopting some measures, a more consistent distribution would be achieved, even at national levels.

In short, Our common future: even so the Report is known. But the disasters in which Earth is immersed do not even allow us to glimpse a long-term future, let alone how provocative and lying it may be to talk about a “common” expectation.

However, one point of the Report must be praised: having introduced the importance of everyone’s participation in the processes of change. For this reason, the true propulsion to mitigate the total damage is to be sought in the generation of a collective consciousness that can only be derived from a proper knowledge.

Grazie all’amico e professionista Fabio Autore per la traduzione.

III – LE DIMENSIONI DELL’ARCHITETTURA

Giu
08

Non è facile, né immediato, esporre disquisizioni sulla N Dimensione dell’Architettura. Ragione che ci porta a lunghe pause, nel tentativo di raccogliere le singole riflessioni (ricordiamo che siamo in due a ragionare e scrivere su questo argomento: Salvo Cimino ed Elodia Rossi), discuterle e, solo dopo, proporle alla lettura.

Sappiamo che da lungo tempo maestri e studiosi si sono trovati dinanzi alla constatazione secondo cui le già note Quattro Dimensioni non sono sufficienti a soddisfare l’approccio percettivo di un’arte (l’architettura, appunto) che possiede troppe variabili e molteplici sfacciature.  Umilmente e prudentemente, cerchiamo di offrire il nostro contributo.

Nel precedente articolo (N.1 – Le dimensioni dell’Architettura) abbiamo posto una condizione: la N Dimensione dell’architettura, a differenza di altre discipline e correnti di pensiero, non può essere astratta. Deve potersi misurare, deve avere riferimenti concreti, come si conviene a una scienza che – sebbene esploda soltanto nei casi in cui la forma artistica si traduce in innovazione e singolarità – fonda le sue basi sulla metrica, sulla manipolazione spaziale, sull’articolazione volumetrica. L’approccio è nella scienza fisica.

Forse è il caso di sancire un concetto: quando si parla di architettura (e quindi, del cercare la N Dimensione) non ci si riferisce all’edilizia generalizzata. L’architettura è arte e le riflessioni in corso riguardano esclusivamente essa. A titolo esemplificativo basti pensare che è consuetudine incorrere in chi trova godimento nell’abitare un edificio brutto; altrettanto vero è che differenti individui, più consapevoli nei confronti dell’arte, non percepiscono il medesimo stato di benessere. Una delle prerogative dell’architettura è, dunque, trasmettere emozione positiva al fruitore. Ciò accade per gli storici edifici eterni, ciò accade per le opere indiscusse e indiscutibili di alcuni maestri contemporanei.

Questa considerazione, noi crediamo, aiuta anche nella ricerca di quella Dimensione tanto attesa e ancora, al di là del sentore di alcuni studiosi, non consacrata.

Forse, proprio per evitare distorsioni di pensiero, è necessario riflettere su base concreta, ossia attraverso riferimenti reali, fruibili, percorribili. Ricordiamo che, già in precedenza, abbiamo attestato (anche motivato) che la N Dimensione è strettamente connessa alla fruizione (esclusività dell’arte architettonica) e alla percezione.

Ed è vero che la percezione è generalmente individuale, dipendendo dal bagaglio di conoscenza e dalla singolarità di ognuno. Ma è altrettanto vero che deve esistere un filo conduttore comune, una base di partenza che accomuna la specie umana quand’ella è scevra dei tanti impulsi negativi derivati dalla quotidianità. Bisogna dunque andare all’origine, ricercare quegli elementi percettivi che sono patrimonio fisiologico dell’individuo. Per quanto complesso sia, una metodologia efficace potrebbe individuarsi proprio nel confrontare le sensazioni percettive di differenti individui nel fruire l’oggetto di architettura. La conferma viene dalla constatazione secondo cui, penetrando un’opera architettonica vera, è pressoché impossibile trovare soggetti che la percepiscano estranea. Ritornano i temi del dinamismo e dell’appartenenza.

Pensiamo a due opere magistrali, non di tipo residenziale ma collettivo, frutto di diverse epoche: il passato e la contemporaneità.

Uno di noi (Salvo Cimino) propone la Cappella Palatina di Palermo, straordinario esempio d’arte sacra del XII Secolo, capolavoro colmo di simbolismi.

L’altra (Elodia Rossi) propone il nuovo Centro Congressi (opera di Fuksas) a Roma, recentissima espressione architettonica innovativa.

Ognuno di noi è pronto a sperimentare le emozioni di visitatori, anche intervistandoli, per trarne elementi condivisibili e utili alla ricerca. Siamo convinti che, nonostante le differenze epocali, i risultati in termini di suggestione percettiva siano gli stessi.

Un esercizio necessario, evidentemente non risolutivo, ma che potrà restituire approfondimenti rispetto a quanto da noi affermato fin dal primo articolo: L’oggetto architettonico è fatto per essere vissuto e, passando dall’esterno all’interno, i riferimenti percettivi si moltiplicano, …inglobano l’essere … La memoria possiede sì un ruolo decisivo, ma tanto più efficace quanto più esercitata alla contrazione dei ricordi in un susseguirsi di istanti. È velocità percettiva all’interno dello spazio architettonico, in gioco tra vuoti e pieni, perfino istantaneamente modificata dalla presenza umana.

È qui che va ricercata la N Dimensione, quella dimensione percettiva che moltiplica n volte la tridimensionalità e richiama non solo il tempo (superando la Quarta Dimensione), ma anche spazio e velocità. Vedremo.

Una curiosità: l’Università di Southampton, in Inghilterra, ha realizzato una memoria digitale di grande portata. È stata chiamata 5D. Interessante osservare che la memoria sia stata posta in relazione con la Quinta Dimensione. La velocità di trasformazione con cui viaggia la tecnologia lascia supporre che, più avanti, potrà esserci la memoria di una macchina 6D, poi ancora 7D e via dicendo.

Valga dunque una precisazione: noi non parliamo di Quinta Dimensione in architettura. Noi sosteniamo un percorso conoscitivo verso la N Dimensione, nella consapevolezza che essa non potrà più essere superata. Tuttavia uno stimolo interessante deve ricercarsi nell’approccio conoscitivo: per la macchina si traduce in algoritmi, dunque su base matematica, derivazione indiscutibile di elementi misurabili.

II – LE DIMENSIONI DELL’ARCHITETTURA

Apr
24

La comune riflessione sui temi delle Dimensioni dell’Architettura è in evoluzione. L’architetto Salvo Cimino e io, tramite articoli in sequenza, vogliamo raccontarne i risultati.

 

Siamo alla ricerca, come annunciato nel precedente articolo, della N Dimensione dell’architettura. Meta ambita, non di facile conseguimento, tuttavia decisamente stimolante.

Per un certo verso siamo partiti dall’intuizione di Zevi, secondo cui le quattro dimensioni non sono sufficienti a contenere lo spazio interno. Per altri versi, la nostra stessa percezione di una mancanza nel poter comprendere esaustivamente l’architettura ci sta portando lontano, verso quel mondo tanto fisico quanto sensoriale che deve dare una risposta lucida e mirata alla più profonda interpretazione dello spazio architettonico.

Quasi istintivamente, nel precedente articolo (I – Le Dimensioni dell’Architettura) abbiamo pensato alla N Dimensione come al risultato della capacità percettiva che moltiplica n volte la tridimensionalità e richiama tempo, spazio e velocità. E abbiamo messo in gioco la capacità sensoriale individuale, perché da essa dipende la sintesi dell’azione di lettura interpretativa dell’architettura. D’altro canto la capacità sensoriale individuale (connessa anche alla memoria) entra pienamente in gioco già dalla Quarta Dimensione.

Qual è dunque il vero elemento che supera le Dimensioni ormai note e introduce in un nuovo Universo percettivo? A nostro parere bisogna pensare analiticamente al concetto di velocità e, con esso, a quelli di accelerazione (la spinta in avanti) e di gravitazione (la spinta di arresto). Complessivamente, per racchiudere le varie componenti in un insieme, bisognerebbe riferirsi al dinamismo. Parrebbe quindi che la N Dimensione debba fare i conti con l’insieme dei fattori fisici che possono determinare variazioni percettive all’oggetto di architettura.

È evidente che la percezione deriva dalla capacità individuale di conservare informazioni, ossia dalla memoria (sia a lungo termine, comprensiva del background cognitivo, che a breve termine). Non bisognerebbe stupirsi, quindi, se la N Dimensione producesse risultati interpretativi differenti. Ma non è forse così anche per la Quarta e, addirittura, per le prime tre?

È interessante fare riferimento anche alla memoria dell’oggetto architettonico: una memoria oggettiva che racchiude la storia originaria del manufatto, la sua evoluzione (trasformazione naturale), la sua eventuale trasformazione indotta. Ritorna in campo il fattore tempo. Ma c’è un dinamismo maggiore in tutto questo. E perfino una componente relazionale tra memoria dell’oggetto e memoria del soggetto (colui che lo fruisce).

Ci pare necessario precisare che la nostra ricerca riguarda l’architettura e solo essa. Alcune altre discipline o correnti di pensiero hanno cercato di individuare dimensioni superiori alla Quarta (l’esoterismo è arrivato alla Settima). Tuttavia il terreno di analisi è differente e differente ne è l’obiettivo. Qui non si tratta di una dimensione astratta, al di là delle individuali capacità percettive, ma di una dimensione concreta, all’interno della quale incontestabili componenti fisiche giocano il ruolo dominante. E difatti continueremo la nostra comune ricerca analizzando ognuna di esse, sia singolarmente che complessivamente. Sarà materia dei prossimi articoli.

Ci viene in mente che l’architettura, benché inconsapevolmente, si sta muovendo verso la ricerca della N Dimensione, quella che non sarà superabile perché includerà l’insieme delle componenti che entrano in gioco nello spazio costruito e di vita. Per esempio, il tanto discusso decostruttivismo non è forse il segno concreto della volontà di introdurre il tema del dinamismo nelle forme architettoniche? Linee oblique, linee alterate, volumi razionalmente scomposti per accelerare lo sguardo e produrre movimento.

Siamo dunque convinti che il punto di forza, il contenitore privilegiato dei fattori fisici da esaminare, sia il dinamismo. Su questo, noi crediamo, deve fondarsi la Nuova (o N) Dimensione dell’architettura. Su questo indagheremo fino a essere soddisfatti.

Bisogna riconoscere il grande contributo che ci viene dal Futurismo, dall’intelligenza con cui questa corrente di pensiero ha rivoluzionato il saper vedere e introdotto il movimento (addirittura, l’accelerazione) in arte. Ne parleremo. E bisogna riconoscere il contributo, indiscutibile e lucido, che giunge dal Razionalismo. Questa volta un merito tutto italiano.

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