Elodia Rossi

Un progetto per la vita

Feb
23

La nostra vita, la vita di ogni essere, dipende dal sistema ambientale complessivo e dagli ecosistemi locali. Dunque la nostra vita, la vita di ogni essere è legata anche a quella di ogni altro individuo e di ogni specie, animale e vegetale. Questa consapevolezza generalmente sfugge a chi, per diverse ragioni e senza colpa, non si è mai trovato ad approfondire il grande tema delle relazioni che governano la vita sul pianeta terra.

Siamo acqua ed energia, prima di essere materia (basti considerare la composizione degli atomi). E questa energia, governata dalle leggi dell’attrazione polare e molecolare, ci rende una sola cosa, un insieme la cui alterazione del singolo causa danni a ognuno.

Per noi uomini, generatori di un sistema complessivo ormai profondamente alterato, fare pace con la terra diventa oggi fondamentale per la sopravvivenza del pianeta. Fare pace con la terra significa molte cose. Significa evitare gli sprechi, significa guardare il mondo con occhio diverso e più consapevole, significa mirare al giusto e non all’effimero, significa abbattere quel muro di diffidenza col la Natura, significa rispettare ogni specie e ogni individuo all’interno dell’affascinante diversità dell’Universo.

Da molti anni studio e analizzo queste relazioni, da molti anni cerco di circostanziare le cause di maggiore devastazione.

Parallelamente e umilmente, cerco di essere attiva su diversi fronti. Tra questi, inserito a pieno titolo nell’ambito della tutela ambientale, vi è il rispetto degli animali. E così – ecco il punto – mi sono trovata, tra l’altro, ad approfondire la situazione di vita di animali rinchiusi, innocenti prigionieri: nei circhi, nei canili, nei gattili, nelle voliere, e via dicendo fino al dramma planetario degli allevamenti intensivi.

Sono luoghi di sofferenza, di tormento, di alterazione delle relazioni naturali, di profonda violazione delle leggi che governano gli ecosistemi. Sono luoghi di trasformazione irrazionale degli equilibri energetici globali e il danno si ripercuote sull’intero sistema naturale, del quale noi uomini siamo parte attiva.

Da molti anni desidero fare qualcosa in più, oltre scrivere, cercare di informare (mi farebbe piacere se leggeste alcuni miei altri articoli sui temi ambientali, alla pagina Urbanistica), muovermi sui diversi fronti con la consapevolezza, purtroppo, di rappresentare niente di più che una delle – seppur tante, ma microscopiche – gocce ribelli all’interno di un oceano ormai in delirio.

Un vecchio contadino, col volto segnato dal tempo e dal sole, indicandomi una distesa di terra, amareggiato mi ha detto: vedi questo terreno? Vedi com’è ridotto? Quando io ero giovane, era pieno di conigli selvatici ed era bellissimo, pulito. Era un prato meraviglioso. Oggi i conigli liberi non si trovano più.

Una dolorosa realtà che mi ha portata a lunghe riflessioni.

E così, vorrei creare un microcosmo di felicità: un luogo dove raccogliere animali in difficoltà estrema e donarli a una vita migliore. Un microcosmo che rifletta il più possibile un’atmosfera di vita naturale, di pace con la terra, dove le energie complessive siano armoniche. Vorrei c he qui, la natura verde e quella animale trovassero quel punto d’incontro ormai smarrito a causa dell’incosciente azione umana. Vorrei che fosse un luogo di formazione alla vita, dove bambini, adolescenti, persone di varia natura (in particolare le disagiate), potessero trovare quegli stimoli utili a guardare il mondo con maggiore coscienza e consapevolezza.

Lo so. È un progetto non facile. E so anche che la sua realizzazione salverebbe un numero limitato di vite. Ma aspiro che diventi un prototipo, un piccolo esempio per tendere verso un mondo migliore. Un esempio a disposizione di tutti, da replicare, da copiare, da migliorare nel tempo.

Vorrei creare un’associazione indipendente di volontariato per la gestione del micro sistema ambientale. Ho già individuato le persone giuste. Gente consapevole, convinta. Avremo bisogno anche di gente necessaria e attiva nel volontariato: un veterinario, un agronomo, un esperto di comportamento animale, volontari che si applichino anche in eventuali pratiche di adozione. Desidererei che questo sistema potesse perfino, nel tempo, garantire lavoro a persone indigenti.

Il microcosmo a cui penso è un ambiente vario, dove la natura verde costituisca il luogo dell’ospitalità per esseri viventi sfortunati, selezionandoli tra i più bisognosi e recuperandoli da strutture dell’orrore (gli allevamenti intensivi, i canili, la strada). Un ambiente autonomo, anche dal punto di vista dell’approvvigionamento idrico (attraverso la creazione di un capiente pozzo). Non credo nelle modalità di captazione delle energie cosiddette alternative (Rif. Articolo: http://www.elodiarossi.it/architettura-e-ambiente-energie-rinnovabili/), quindi desidero ridurre al minimo il consumo energetico (per emergenze e limitate operazioni): il giorno sarà giorno, la notte sarà notte, come la natura insegna.

Gli spazi dovranno essere organizzati in modo da garantire una felice convivenza, senza prevaricazioni.

Sto elaborando gli aspetti architettonici, ormai a buon punto. Il sito c’è, è mio. Sto esaminando gli aspetti burocratici e quelli finanziari, per non trovarmi impreparata.

Insomma, ci sto provando.

E se mai ci riuscirò, attiverò una campagna pubblicitaria mirata soprattutto alle scuole, affinché bambini e adolescenti possano avere contatti con quella Natura e quell’armonia che il mondo contemporaneo ha sottratto alla loro conoscenza.

Perché la pace con la terra disegni la strada del futuro.

L’altra faccia dell’Accordo di Parigi

Set
18

Qualche giorno fa, per strada, un uomo mi ha proposto l’acquisto di una copia di un giornale d’impronta religioso-profetica. Mi ha detto: Trump non ha firmato l’Accordo di Parigi, dunque il mondo sta per finire. Gli ho risposto: Ha letto l’Accordo? Mi ha detto di sì, ma quando gli ho chiesto quali erano, a suo vedere, i punti fondamentali in grado di salvare il mondo, non ha saputo dirmi nulla.

Ecco.

Ho letto e riletto molte volte l’Accordo di Parigi (o Accordo sul clima). Con molta franchezza, al di là delle posizioni di Trump – la cui politica non rientra nelle mie capacità di valutazione, se fossi stata un decisore, non so se l’avrei siglato.

foto di Gerd Altmann (pixbay)

Senza girarci troppo intorno, lo trovo carente, incompleto, più mirato a generare (come al solito) spazi e posizioni d’onore nel contesto internazionale che a definire linee chiare di impegno concreto degli Stati rispetto al più grande e preoccupante tema della contemporaneità: la sopravvivenza del Pianeta.

Nato il 12 dicembre del 2015 a Parigi, segue il Protocollo di Kyoto del 1997 al quale, nonostante tutte le possibili critiche, bisogna riconoscere una dose di maggiore concretezza nel definire obiettivi, metodi e metodologie d’azione.

Si compone di una premessa (o preambolo) e 29 articoli, la gran parte dei quali mirati a stabilire un ordine di rapporto tra i Paesi aderenti, con priorità sostanzialmente di tipo istituzionale, di controllo, di programmazione degli incontri, eccetera (è il caso degli Articoli 1, 14 – 29 e, per alcuni versi, il 3 e il 13).

L’Accordo distingue tra Paesi più avanzati, generatori di maggiori problemi, e Paesi meno avanzati o in via di sviluppo, maggiormente minacciati. Tutto ciò evitando di dire che i Paesi in via di sviluppo non sono solo minacciati, ma sono spesso generatori di altrettanti problemi ambientali: al di là delle responsabilità indigene, basti considerare le recenti deforestazioni in Africa.

Nel preambolo riprende il concetto di equità tra generazioni in tema di sostenibilità. Concetto che ritengo menzognero e strumentale, come ho già disquisito nell’articolo L’inganno della Sostenibilità (http://www.elodiarossi.it/linganno-della-sostenibilita/).

L’Art. 2 sembra avere un accento tanto imperativo quanto superficiale nel sostenere la necessità di mantenimento della temperatura media globale al di sotto dei 2 gradi centigradi. Intanto bisognerebbe capire cosa s’intende per temperatura media, visto che possibili sostanziali variazioni tra luoghi avrebbero gravissime ripercussioni sul pianeta e, quindi, su quella che lo stesso Accordo definisce resilienza climatica.

L’Art. 4 cade nell’onirico: bisogna ridurre le emissioni nel più breve tempo possibile, così da raggiungere un equilibrio entro il 2050. Bene, e come? Ogni Stato deve sviluppare le proprie strategie, linee comuni argomentate non ve ne sono (incredibile) se non per pochi sommari cenni in successivi articoli. Ciò che si ritiene invece importante è la comunicazione istituzionale dei dati (quali?), la raccolta di essi da parte della cosiddetta COP (Conferenza delle Parti) alla quale è demandato anche il compito di fare il punto della situazione a partire dal 2023 e con cadenza quinquennale (art. 14 e seguenti). Mi preme fare riferimento, a questo punto, al mio articolo Città, effetto serra e allevamenti intensivi (http://www.elodiarossi.it/effetto-serra-allevamenti-intensivi-e-bisogni-effimeri-urbani/), tanto per non tornare sull’increscioso e preoccupante tema dei tempi ormai a disposizione.

L’Art. 5 incita gli Stati al potenziamento dei pozzi di carbonio e delle riserve di gas serra. Qui, finalmente, si tratta l’importanza della salvaguardia delle foreste, anche se incredibilmente si dispongono incentivi economici di risultato (come se si dovesse raggiungere un traguardo attraverso un premio monetario e non per necessità di sopravvivenza globale). Non un solo cenno alle cause della deforestazione: non un cenno al dramma degli allevamenti intensivi, non uno alla spasmodica conurbazione. Eppure sono queste le vere cause.

Ma è l’Art. 7 che stabilisce l’obiettivo globale dell’Accordo: incrementare la capacità adattativa e rafforzare le resilienza per ridurre la vulnerabilità al cambiamento climatico, richiamando ancora una volta il concetto di Sviluppo Sostenibile (ancora inganno) e quello della cooperazione tra Paesi. Confesso che questo obiettivo mi fa venire i brividi. Difatti parrebbe ribaltare il problema: non più sradicare le cause del disagio planetario, piuttosto rafforzare la capacità di adattamento. Mi rifiuto di commentare.

L’Art. 8 esorta i Paesi sviluppati a fornire risorse finanziarie a quelli meno sviluppati, ai fini dell’applicazione dell’accordo. La gestione, in brevi linee, delle risorse finanziarie è materia dell’’Art. 9.

Eccoci all’Art. 10, uno dei più sorprendenti. Qui viene incoraggiata fortemente la gestione dello sviluppo tecnologico, come fosse la soluzione per la riduzione dei gas inquinanti (senza alcun riferimento al come). Mi concedo il richiamo a un altro mio articolo Architettura e ambiente: energie rinnovabili (http://www.elodiarossi.it/architettura-e-ambiente-energie-rinnovabili/), tanto per approfondire il tema di alcuni disastri ambientali dovuti alle tecnologie. Perché non affrontare questo argomento chiarendo (concretamente e non astrattamente) quale contributo potrebbe giungere da una corretta applicazione dei traguardi della tecnologia, se scissi dai troppi interessi economici anche a livello statale?

Finalmente – e ripeto, finalmente – l’Art. 11 e il 12 annunciano la necessità dell’educazione, della formazione e della consapevolezza pubblica. L’annuncio è breve, però, visto che gli articoli si dilungano sulla costruzione di competenze organizzate (dunque specialisti). Eppure qui è il vero nodo della questione: sollevare le coscienza di tutti, attraverso la conoscenza, perché tutti possano contribuire – lontani dal consumismo sfrenato, lontani dalle menzogne di un mercato distruttivo, lontani dall’idea di prevaricazione sulle altre specie, lontani dal concetto di un mondo fondato sull’egemonia dell’economia monetaria – alla salvezza del Pianeta.

Nell’Art. 12 si fa cenno anche al tema dell’accesso pubblico alle informazioni. Non si indica però alcun metodo affinché questo miraggio si trasformi in realtà. Né a che genere di informazioni ci si riferisca. Anche questo argomento mi indigna. Per reperire informazioni sulle condizioni ambientali della Terra, personalmente ho dovuto fare lunghe e attente ricerche, ho dovuto impiegare molto tempo (e continuerò a farlo). Eppure si tratta di dati che provengono proprio da fonti istituzionali (in primo luogo le Nazioni Unite), da me utilizzati in molti articoli di questo blog. Perché le Istituzioni che sviluppano questi generi di dati senza attivare campagne di comunicazione e informazione diffusa, poi sottoscrivono un tale accordo? E perché, dopo la sottoscrizione, non si impegnano nella diffusione?

Mi chiedo quali siano le effettive volontà dei redattori. Mi chiedo come mai non vengano citati dati e argomenti che farebbero la differenza. Mi chiedo come mai non si parla dei veri grandi problemi (un esempio prioritario è quello degli allevamenti intensivi, un altro è la spasmodica crescita urbana: ma l’ho già detto) e non si diano indicazioni concrete, realistiche, convincenti, per fronteggiarli. Mi chiedo come mai non si ponga l’accento soprattutto e diffusamente (determinando le giuste strategie) sul primo strumento di salvezza che è la conoscenza, l’informazione di massa, il coinvolgimento massiccio delle popolazioni a qualsiasi livello d’istruzione: perché qui è il vero nodo. Mi chiedo infine quali interessi ci siano da salvaguardare.

Insomma, perché io cittadina – che ormai assisto al progressivo scioglimento dei ghiacciai, all’esplosione inarrestabile di incendi, che vivo torride estati e gelidi inverni come mai prima d’ora, e via dicendo – dovrei sentirmi rincuorata da questo genere di Accordo?

Città, effetto serra e allevamenti intensivi

Lug
19

La città, l’ho detto e ripetuto, assorbe il 75% delle risorse planetarie (p.e. Rif. artt. L’inganno della Sostenibilità e L’immenso dramma urbano). Il mostro urbano, in inarrestabile crescita, sta avvicinando la terra alla sesta estinzione di massa: è un dato scientifico. Ed è un dato scientifico che questo inquietante traguardo sia dovuto a una sola delle specie: l’uomo.

In questo momento, ore 16.51 del 19 luglio 2017, nel mondo ben 1.645.284.850 persone sono in forte sovrappeso, altre 628.797.889 sono obese (Fonte WHO – World Health Organization, programma Obesity and overweight), mentre 637.337.162 sono denutrite (Fonte FAO, programma The state of food insecurity in the world). I primi due dati sono in forte aumento, l’ultimo è in lieve decremento.

Sono fenomeni rintracciabili quasi esclusivamente in ambienti urbani, a differenza di aree meno urbanizzate dove la forbice tra miseria e opulenza va a ridursi.

Le esigenze largamente effimere delle aree urbane richiamano sprechi devastanti di risorse. Tra questi, il consumo smodato di carne che, secondo la FAO è destinato a crescere del 73% entro il 2050, nonostante i moniti dell’OMS sul pericolo derivato e sulle relazioni accertate tra consumo di carne e sviluppo del cancro. Di pari passo viaggia ovviamente l’incremento degli allevamenti intensivi che, già oggi, occupano il 25% della superficie terrestre. Dati allarmanti, questi. Come allarmante è la consapevolezza che l’uomo non si renda conto dell’insostenibilità della strada che percorre il proprio avanzare verso la distruzione.

Pressappoco alla stessa ora di oggi, ben 6.023.305.990 milioni di litri di acqua sono stati consumati dall’inizio dell’anno (Fonti: Global Water Outlook to 2025 – International Food Policy Research Institute – IFPRI e International Water Management Institute – IWMI), mentre 602.563.607 persone non hanno accesso all’acqua potabile (Fonte: World Health Organization – WHO, programma Water Sanitation and Health -WSH).

Per la produzione di un kg di carne bovina, negli allevamenti intensivi, sono necessari 15.000 litri di acqua (un kg di vegetali richiede l’impiego medio di 1.000 litri). Un terzo delle risorse idriche planetarie viene impiegato per gli allevamenti intensivi e il 70% dei cereali prodotti è destinato a questo drammatico e dannoso meccanismo alimentare, con ripercussioni enormi sui più deboli e poveri.

La FAO informa che la principale causa del riscaldamento globale proviene dagli allevamenti intensivi cui si deve almeno il 51% dei gas serra (in particolare: anidrite carbonica, metano e protossido d’azoto), oltre che dalla produzione di ammoniaca delle deiezioni liquide derivate che inquinano le falde acquifere e dai vaccini, dagli ormoni e dagli antibiotici che, utilizzati massicciamente per garantire la seppur breve sopravvivenza agli animali in condizioni di stress insopportabile, si riversano nel ciclo ambientale, organico e dei rifiuti. Gas che provocano anche il continuo innalzamento della temperatura terrestre, con imprevedibili ripercussioni sugli ecosistemi naturali.

Quali conseguenze? Eccone alcune: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, massiccia deforestazione per fini di pascolo con conseguenze anche sulla capacità del pianeta di ridurre le emissioni di CO2 tramite la trasformazione in ossigeno per fotosintesi, insano consumo del suolo, desertificazione di vaste aree (il 20% della superficie terrestre è desertificata in conseguenza degli allevamenti), straripamenti e inondazioni, dissesti ambientali, acidificazione degli oceani, alterati fenomeni di piovosità e siccità.

Il metano deriva dalla fermentazione dovuta ai processi digestivi degli animali (il numero di capi artificialmente prodotto, con pesante alterazione delle nascite naturali, e la concentrazione in alcuni ambienti, generalmente insani per l’impossibilità di mantenimenti di igiene adeguata) e dall’evaporazione delle deiezioni, la trasformazione degli escrementi produce protossido di azoto, la filiera della carne richiede combustioni con alta formazione di anidrite carbonica. Gli allevamenti intensivi per la produzione di carne e latte sono dunque la principale causa dell’effetto serra. Vale a dire che l’atmosfera, ormai malata, non è più in grado di disperdere adeguatamente il calore dovuto all’irradiazione solare.

Il Dossier Livestock’s long shadow (per dirla in italiano: l’ombra oscura degli allevamenti intensivi) della FAO, risalente addirittura al 2006 riporta, tra l’altro, questo agghiacciante dato di confronto rilevato da calcoli scientifici: il 51% dell’anidride carbonica, del metano e dell’azoto insieme è emesso dagli allevamenti intensivi (come già accennato), mentre il 14% soltanto si deve ai trasporti via terra, cielo e mare. Qui la FAO afferma le emissioni di gas terra devono essere almeno dimezzate al più presto, con la drastica riduzione degli allevamenti intensivi e il consumo di prodotti di origine animale. Pena la fine del mondo.

E tutto questo senza aver neppure sfiorato il tema della sofferenza di esseri sensienti, sulla qual cosa pure ci sarebbe da dire. Anzi, ci sarebbe da dire molto, molto di più.

Basterebbe un po’ di buon senso, una presa di coscienza verso la consapevolezza di cui ho spesso accennato: la vita sul Pianeta è regolata da leggi naturali che non possono essere trascurate. La città chiede troppo, l’effimero governa e il danno è incontenibile.

Mi sono sempre detta: qualcuno, qualche collega progetterà pure questi luoghi di distruzione e sofferenza. Varrebbe la pena rifletterci su’, evitando di contribuire al massacro.

Translate »