Elodia Rossi

Città, effetto serra e allevamenti intensivi

Lug
19

La città, l’ho detto e ripetuto, assorbe il 75% delle risorse planetarie (p.e. Rif. artt. L’inganno della Sostenibilità e L’immenso dramma urbano). Il mostro urbano, in inarrestabile crescita, sta avvicinando la terra alla sesta estinzione di massa: è un dato scientifico. Ed è un dato scientifico che questo inquietante traguardo sia dovuto a una sola delle specie: l’uomo.

In questo momento, ore 16.51 del 19 luglio 2017, nel mondo ben 1.645.284.850 persone sono in forte sovrappeso, altre 628.797.889 sono obese (Fonte WHO – World Health Organization, programma Obesity and overweight), mentre 637.337.162 sono denutrite (Fonte FAO, programma The state of food insecurity in the world). I primi due dati sono in forte aumento, l’ultimo è in lieve decremento.

Sono fenomeni rintracciabili quasi esclusivamente in ambienti urbani, a differenza di aree meno urbanizzate dove la forbice tra miseria e opulenza va a ridursi.

Le esigenze largamente effimere delle aree urbane richiamano sprechi devastanti di risorse. Tra questi, il consumo smodato di carne che, secondo la FAO è destinato a crescere del 73% entro il 2050, nonostante i moniti dell’OMS sul pericolo derivato e sulle relazioni accertate tra consumo di carne e sviluppo del cancro. Di pari passo viaggia ovviamente l’incremento degli allevamenti intensivi che, già oggi, occupano il 25% della superficie terrestre. Dati allarmanti, questi. Come allarmante è la consapevolezza che l’uomo non si renda conto dell’insostenibilità della strada che percorre il proprio avanzare verso la distruzione.

Pressappoco alla stessa ora di oggi, ben 6.023.305.990 milioni di litri di acqua sono stati consumati dall’inizio dell’anno (Fonti: Global Water Outlook to 2025 – International Food Policy Research Institute – IFPRI e International Water Management Institute – IWMI), mentre 602.563.607 persone non hanno accesso all’acqua potabile (Fonte: World Health Organization – WHO, programma Water Sanitation and Health -WSH).

Per la produzione di un kg di carne bovina, negli allevamenti intensivi, sono necessari 15.000 litri di acqua (un kg di vegetali richiede l’impiego medio di 1.000 litri). Un terzo delle risorse idriche planetarie viene impiegato per gli allevamenti intensivi e il 70% dei cereali prodotti è destinato a questo drammatico e dannoso meccanismo alimentare, con ripercussioni enormi sui più deboli e poveri.

La FAO informa che la principale causa del riscaldamento globale proviene dagli allevamenti intensivi cui si deve almeno il 51% dei gas serra (in particolare: anidrite carbonica, metano e protossido d’azoto), oltre che dalla produzione di ammoniaca delle deiezioni liquide derivate che inquinano le falde acquifere e dai vaccini, dagli ormoni e dagli antibiotici che, utilizzati massicciamente per garantire la seppur breve sopravvivenza agli animali in condizioni di stress insopportabile, si riversano nel ciclo ambientale, organico e dei rifiuti. Gas che provocano anche il continuo innalzamento della temperatura terrestre, con imprevedibili ripercussioni sugli ecosistemi naturali.

Quali conseguenze? Eccone alcune: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, massiccia deforestazione per fini di pascolo con conseguenze anche sulla capacità del pianeta di ridurre le emissioni di CO2 tramite la trasformazione in ossigeno per fotosintesi, insano consumo del suolo, desertificazione di vaste aree (il 20% della superficie terrestre è desertificata in conseguenza degli allevamenti), straripamenti e inondazioni, dissesti ambientali, acidificazione degli oceani, alterati fenomeni di piovosità e siccità.

Il metano deriva dalla fermentazione dovuta ai processi digestivi degli animali (il numero di capi artificialmente prodotto, con pesante alterazione delle nascite naturali, e la concentrazione in alcuni ambienti, generalmente insani per l’impossibilità di mantenimenti di igiene adeguata) e dall’evaporazione delle deiezioni, la trasformazione degli escrementi produce protossido di azoto, la filiera della carne richiede combustioni con alta formazione di anidrite carbonica. Gli allevamenti intensivi per la produzione di carne e latte sono dunque la principale causa dell’effetto serra. Vale a dire che l’atmosfera, ormai malata, non è più in grado di disperdere adeguatamente il calore dovuto all’irradiazione solare.

Il Dossier Livestock’s long shadow (per dirla in italiano: l’ombra oscura degli allevamenti intensivi) della FAO, risalente addirittura al 2006 riporta, tra l’altro, questo agghiacciante dato di confronto rilevato da calcoli scientifici: il 51% dell’anidride carbonica, del metano e dell’azoto insieme è emesso dagli allevamenti intensivi (come già accennato), mentre il 14% soltanto si deve ai trasporti via terra, cielo e mare. Qui la FAO afferma le emissioni di gas terra devono essere almeno dimezzate al più presto, con la drastica riduzione degli allevamenti intensivi e il consumo di prodotti di origine animale. Pena la fine del mondo.

E tutto questo senza aver neppure sfiorato il tema della sofferenza di esseri sensienti, sulla qual cosa pure ci sarebbe da dire. Anzi, ci sarebbe da dire molto, molto di più.

Basterebbe un po’ di buon senso, una presa di coscienza verso la consapevolezza di cui ho spesso accennato: la vita sul Pianeta è regolata da leggi naturali che non possono essere trascurate. La città chiede troppo, l’effimero governa e il danno è incontenibile.

Mi sono sempre detta: qualcuno, qualche collega progetterà pure questi luoghi di distruzione e sofferenza. Varrebbe la pena rifletterci su’, evitando di contribuire al massacro.

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