Elodia Rossi

N. 12 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Lug
03

Roma, dal lucido razionalismo all’incerto divenire.

Fiera d’un glorioso passato, composta in uno spazio vitale ancora modesto, Roma apre le porte ai sapienti processi logici della scienza e della tecnica. Siamo tra le due guerre e la purificazione della forma architettonica introduce una differente ma non meno intensa emozione nell’osservatore. È il grande Razionalismo Italiano.

Con già alle spalle il materialismo storico e il positivismo, l’eco degli innovativi insegnamenti del Bauhaus con Walter Gropius, la percezione del cambiamento che produce l’attività di Mies van der Rohe, i principi del Vers une Architecture di Le Corbusier e perfino il Costruttivismo russo giungono in Italia e s’insediano a Milano. Nasce il Gruppo 7 per poi trasformarsi nel Movimento Italiano per l’Architettura Razionale (MIAR).

Roma non sta a guardare e, nonostante il contraccolpo inferto dal regime all’esposizione del 1931 (che provoca, a distanza di un solo anno, lo scioglimento del MIAR), vive un momento di grande innovazione urbanistica e formale. Difatti, se è vero che la corrente internazionale viene adattata alle esigenze del potere politico, è altrettanto vero che il derivato stile littorio produce architetture monumentali intense e proiezioni urbanistiche magistrali.

Nasce il Raggruppamento Architetti Moderni Italiani che, proiettato verso una nuova espressività formale in continuità con la storia, esalta la supremazia dell’Architettura Italiana. Il neoclassicismo semplificato monumentale, la metafisica e il razionalismo sembrano fondersi e Piacentini propone uno schema di architettura che sintetizza cultura ufficiale e innovazione.

Piazzale della Farnesina – Foto di S. Cappitelli

Così, mentre giovani architetti – come Libera, De Renzi, Ridolfi, Samonà – disegnano edifici pubblici ispirati alle idee razionaliste e disseminati nel centro di Roma, altri architetti – Piacentini, Piccinato Pagano, Rossi e Vietta – strutturano il piano urbanistico dell’EUR.

Le opere si moltiplicano. Tra le altre, nasce il Foro Italico, vasto impianto sportivo ai piedi di Monte Mario – lo Stadio dei Marmi, lo Stadio dei Cipressi, l’Accademia di Educazione Fisica, eccetera, fino allo Stadio dei Centomila, oggi detto Olimpico – sul disegno urbanistico unitario di Enrico Del Debbio.

Scorcio del Foro Italico – Foto di S. Cappitelli

Roma dunque cresce, finalmente si sviluppa secondo un piano organico e geniale, procede verso il mare (verso Ostia) nell’intenzione di aprirsi al dominio geografico del Mediterraneo, già egemonia di Napoli. Ma non fa in tempo. Giunge il secondo conflitto, poi il dopoguerra, poi l’epoca dei palazzinari. Il razionalismo è prima piegato, poi annientato.

Seguono gli anni dello sviluppo urbano smodato, della nascita delle grandi e scomposte periferie. Poi il grande Giubileo del Millennio e Roma, eterna città storica, mal sopporta la massa di turisti e pellegrini. Reagisce con un atteggiamento vagamente internazionale – come nelle intenzioni del governo urbano – e si trasforma non assecondando le sue qualità, ma secondo un principio che non le appartiene. Poi giunge il fenomeno immigratorio e il relativo malgoverno (non interpretato come risorsa, ma come problema) e Roma soffre. È al collasso.

Oggi Roma è una città difficile, quasi ingovernabile, in perenne conflitto tra la gloria del passato e l’incertezza del futuro. La storia dei Piani Regolatori (di cui parlerò nel prossimo articolo), l’avvicendarsi di questi strumenti pianificatori puntualmente inadeguati, la mancanza di una coscienza collettiva formata a guardare lontano, la presunzione di conservare il ruolo di Caput Mundi solo attraverso ciò che è stato, hanno determinato un danno immenso a quella che avrebbe potuto essere la perla del mondo in eternità.

Purtroppo oggi non s’intravedono le forme del divenire urbano.

 

UNO STADIO PER ROMA

Mar
01

Francamente non capisco la squallida polemica, dell’Italia dei conservatori incalliti (purtroppo la maggior parte), sul progetto del nuovo stadio di Roma (o della Roma).

Senza entrare in sterili dibattiti, soprattutto quando giungono da voci altisonanti ma decisamente tangenti l’architettura, non inserite a vero titolo nel contesto degli studi urbani, voglio analizzare la questione di per sé, prima dal punto di vista urbanistico, poi architettonico.

Qualcuno sostiene che Roma sia una città orizzontale. Non è proprio così e lo dimostro.

Già il grande razionalismo italiano, intuitivo e concreto, lucido e geniale nella concezione formale e in quella urbanistica, aveva dato una sferzata decisa all’idea dell’orizzontalità della Capitale. Prova ne è il quartiere EUR, con i suoi palazzi tendenti alla verticalizzazione. Un passo interessante anche sotto il profilo urbanistico: Roma, per affermare il suo ruolo di Capitale, doveva procedere decisa verso il mare. L’asse Centro-Ostia era vincente. L’espansione avrebbe così determinato il vero ruolo dominante della città, fino ad oggi e di fatto predominio urbanistico di Napoli.

Ma la storia contorta dei Piani Regolatori della Capitale hanno poi mortificato questa geniale intuizione, a vantaggio di interessi politici strettamente connessi, in questi casi, al potere dei palazzinari. Faccio riferimento, per approfondimenti, alla mia pubblicazione Roma e la sua area metropolitana edita da IRI-MIXER-I.Pi.Ge.T.- Università degli Studi di Napoli Federico II, risalente al 1991.

Così, senza andare troppo oltre nel tempo, se il PRG del 1962 – benché già dimentico dell’intuizione razionalista – aveva una sua ragion d’essere avendo introdotto lo SDO (Sistema Direzionale Orientale), nel tentativo di sgravare Roma delle sedi dei grandi attrattori (Ministeri, per esempio) decentrandone gli uffici, la sorprendente variante del 1967 introduceva, a becera sostituzione dello SDO, il GRA (Grande Raccordo Anulare). Quindi, non più il decentramento, ma un ipotetico aiuto a favorire l’ingresso nella città. Una logica priva di proiezione futura, visto che, in breve, quell’anello extraurbano che avrebbe dovuto consentire lo snellimento del traffico, è diventato un’arteria del tutto interna alla grande area urbanizzata.

Così, nell’arco di pochi decenni, l’intuizione razionalista fu devastata in tutte le sue componenti.

Il progetto del nuovo stadio di Roma, la localizzazione, offrono invece una speranza. Tor di Valle, area del dismesso Ippodromo, oggi praticamente inutilizzata, posta sì all’interno del GRA, ma ai margini, raccolta in un’ansa del Tevere e, anche per questo, rappresentativa di un’identità propria, è il luogo prescelto. Luogo che richiama a pieno titolo l’asse urbanistico dell’apertura di Roma verso il mare, ravvivando le speranze della vincente concezione razionalista.

L’asse Centro-Mare

Le architetture delle torri, curate dal grande Libeskind, propongono la verticalizzazione con decostrutto, come per un ulteriore e deciso segno che va a caratterizzare l’ascesa dell’asse Centro/mare: si parte dal moderato tessuto centrale della Capitale, si passa da quello già più elevato dell’EUR, si arriva alle previste torri e, mi auguro, si andrà avanti nel tempo.

FONTE: http://www.asroma.com

Uno dei telegiornali nazionali di qualche giorno fa, in un servizio piuttosto banale, presentava gli stadi di oggi e del passato, inseriti nel tessuto della Capitale, sostenendo l’inutilità del nuovo. Roba da non credere!

Senza neppure citare quelle opere che, per dimensione, non avrebbero alcun senso rappresentativo/funzionale per una città come Roma, mi soffermo sulle due più note e più grandi. Lo Stadio Olimpico, innanzi tutto: interessante architettura (a mio parere) e buona capienza. Tuttavia è inserito in un quartiere difficile (a differenza dall’epoca della sua edificazione), a due passi da Piazzale Clodio – sede di Tribunali, già parzialmente congestionato e troppo vicino al cuore storico. I disagi che si vivono prima e dopo le partite sono notevoli.

E lo Stadio Flaminio con annesso il Palazzetto dello Sport? Opera di Pierluigi Nervi, servente un periodo storico diverso, è ormai praticamente interno al centro, con capienza insufficiente e servizi obsoleti. Senza contare il delirante intorno, addossato al Villaggio Olimpico, oggi ancor più congestionato per l’introduzione (francamente incomprensibile dal punto di vista della localizzazione) del nuovo Auditorium di Renzo Piano.

Un architetto, una collega, attraverso un quotidiano nazionale, ha criticato sterilmente (e non è sola, dunque neppure originale) il progetto del nuovo stadio e le modalità di attuazione. La collega sembra non ricordare, tra l’altro, che la logica del cambio cubatura- infrastrutture è vincente, oltre che legale e sancita da norma, soprattutto in un Paese che subisce il danno dell’inefficienza della PP.AA. e della costante mancanza (e inutile sperpero) di fondi. Andrebbe invece amaramente constatato che il buono viene dal privato, più che dal pubblico.

Ancora la collega, nel medesimo articolo e a proposito delle torri di Libeskind, sostiene imprudentemente che il decostruttivismo sia tramontato.

Faccio notare che non solo il decostruttivismo non è tramontato, rappresentando di fatto la più recente delle correnti stilistiche architettoniche internazionali, ma – mi premetto di dire – in Italia non è ancora arrivato. Possibile che siamo sempre all’ultimo posto? Dovremmo considerare che Roma è lontana dall’innovazione? Qual è allora il senso dell’essere Capitale? Quale confronto potrebbe esserci con le altre Capitali europee (e non solo) che evidentemente sanno tenere il passo e acquisire quei valori architettonici che, in futuro, costituiranno l’emblema delle spinte culturali all’ambiente urbano?

A causa di questi generi di polemiche si finisce col giungere a compromessi, come in questo caso, penalizzando un progetto organico con la sottrazione di elementi significativi. Una responsabilità non da poco, che ricade anche sull’amministrazione pubblica. Mi auguro che le torri di Libeskind riescano presto a riaffermare il valore per cui sono state progettate e, quindi, vengano realizzate.

E poi, il richiamo semantico/formale al Colosseo, tramite l’anello sospeso in acciaio e vetro della struttura architettonica del nuovo Stadio, anch’esso criticato, è stato addirittura considerato caricaturale e volgare. Un’affermazione pazzesca e di cattivo gusto. Al di là della considerazione avventata e offensiva (visto che il progetto, opera del maestro Dan Meis, è stupefacente), chiedo: sarebbe stato forse giusto evocare il Colosseo con le tecniche e i materiali originari? Finzione? Di nuovo, finzione?

E chiederei volentieri alla collega: osserva bene e dimmi, saresti capace di fare meglio?

FONTE: http://www.asroma.com

Ancora una volta devo constatare che viviamo in un paese per vecchi (e non c’entra l’età anagrafica) e Roma rischia di perseverare nell’essere una città per vecchi, dove il glorioso passato non insegna e il futuro non s’intravede.

Facciamo sì che la nostra Capitale – e, più estesamente, la nostra Italia – sia lontana dalla beffarda idea del perdurare in uno stato di rifiuto dell’avanzamento culturale. Perché l’architettura è cultura.

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