Elodia Rossi

Un problema di cultura

Mar
07

I processi d’innovazione che coinvolgono tutte le arti, dunque anche l’architettura, rispondono a substrati culturali collettivi e individuali.

Il danno che deriva dall’errato recepimento delle linee evolutive globali da parte del singolo (che non può certamente essere considerato artista), per via del substrato culturale individuale, generalmente resta relegato a un certo numero di azioni proprie dell’autore. Capita anche che si riescano a generare emulazioni con amplificazione del danno, che rimane tuttavia circoscritto, dunque attaccabile e rettificabile.

Diversamente, quando il substrato culturale è generalizzato, ossia appartenente alla gran parte di una popolazione, il danno che ne deriva può assumere dimensioni preoccupanti e disastrose. È, a mio parere, ciò che accade in Italia nei confronti dell’architettura. Inutile convincersi che nel nostro Paese ci sia una vera presa di coscienza riguardo l’innovazione, soprattutto formale. Non c’è e le produzioni edilizie (che evito di chiamare architettoniche) ne sono la conferma. Né giungono in soccorso i pochi episodi di apertura nei confronti del crescente e nuovo percorso di ideazione architettonica, di cui invece testimoniano ampiamente le realizzazioni di altri Paesi. Restiamo all’ultimo posto in Europa.

Ho analizzato a lungo la questione. Ne ho analizzate le motivazioni. E ho maturato una mia opinione.

Il problema viene dal passato. Dalla elegiaca interpretazione di un passato glorioso che, contrariamente, ci ha visti perfino attori nel contesto internazionale. Oggi l’Italia è vittima del suo stesso passato che, invece di tramutarsi in spinta costruttiva, determina un arresto (se non, addirittura, un grosso passo indietro) nel concepire le forme dell’architettura secondo un percorso dettato dai tempi, dalle nuove esigenze, dai nuovi materiali, dall’epoca della globalizzazione. Un arresto del progresso, dunque.

Se Michelangelo, nel progettare la Cupola di San Pietro, avesse nostalgicamente ricondotto la sua arte formale alle magistrali produzioni dei Secoli precedenti, credete che avrebbe ottenuto lo stesso risultato? Credete che la sua maestria – di architetto, ingegnere, artista, ricercatore e innovatore – sarebbe stata ugualmente riconosciuta? Avrebbe ottenuto gli stessi spazi nei libri di storia?

Ciò che sorprende particolarmente è che alcuni uomini di cultura si facciano portavoci di questa linea involutiva. Bisogna prestare attenzione e riconoscere che generalmente non si tratta di architetti, ma di storici dell’arte o altre figure similari che – evidentemente per una specie di morbo loro inflitto dallo studio accurato del passato – non hanno sviluppato dimestichezza con l’innovazione e con gli scenari di lungo termine.

Ma il popolo ascolta, i media incalzano, la gente emula – spesso anche i professionisti – senza porsi troppe domande. La ricerca, quella vera, quella che spinge verso l’interpretazione soggettiva della forma in un contesto evolutivo mondiale, è annientata.

Né giunge in aiuto la generalizzata indole degli italiani: santi, poeti e navigatori tutti nostalgicamente retrogradi.

Cosa si potrà raccontare a chi verrà domani? Perché proprio chi verrà domani avrà il peso enorme di dover correre per ritornare al passo.

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