Elodia Rossi

N. 14 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Lug
12

La tormentata storia dei Piani Regolatori di Roma è fatta più di modifiche e proroghe che di disegno urbano vero e proprio.

Il primo PRG, datato 1873 non è mai attuato, ma è ripreso da Viviani dieci anni dopo, nel 1883, modificato, adeguato e integrato. Dopo 26 anni, Sanjust di Teulada redige un nuovo PRG che viene subito approvato: è il 1909 e lo strumento ha una sua ragion d’essere, pur con alcune discutibili scelte d’impostazione.

Poi gli anni del Razionalismo, di cui ho parlato nel precedente articolo, e Piacentini (insieme a Giovannoni) è chiamato a proporre un nuovo disegno urbano: è il 1931. Immediatamente approvato e finanziato nel 1932, questo strumento si rivela finalmente adeguato. Gli anni del conflitto arrestano però l’ascesa urbanistica della Capitale. Il dopoguerra produce forme di arroganza edilizia e così, tra varianti e modificazioni, il Piano è largamente dimenticato.

Nel 1954 è la Commissione di Elaborazione Tecnica (CET) a produrre un nuovo Piano, sulla base degli indirizzi generali dettati dal Consiglio Comunale (lungamente discussi). Nonostante ciò, nel 1958 è lo stesso Consiglio a respingere questo strumento.

Arriva il 1962 e – allo scadere delle norme di salvaguardia – Piccinato, Fiorentino, Lugli, Passarelli, Valori (altrimenti detti la Commissione di Cinque) sono chiamati alla redazione di un ulteriore nuovo strumento di governo di Roma. Qui mi soffermo un attimo. E mi soffermo perché, a mio parere, questo è un grande esempio di pianificazione. Lungimirante, adeguatamente innovatore nell’insieme e correttamente conservatore in parti (motivo delle critiche subite, mai da me comprese), questo strumento imposta la sua razio sulla consapevolezza di dover sgravare il Centro di tutte le funzioni che avrebbero potuto, col tempo, determinare congestione e irrazionalità. Nasce l’idea di SDO (Sistema Direzionale Orientale), ossia di un asse attrezzato che, oltre ad attrarre le più dense funzioni (Ministeri e altre Sedi di Potere, grandi imprese de terziario, eccetera), localizza l’espansione residenziale.

Mai ho capito le polemiche, ancora oggi direi strumentali, secondo cui questo piano va visto come una riaffermazione delle idee del ventennio. Perché non vederlo semplicemente come la presa di coscienza che Roma deve espandersi razionalmente, anche in ragione dell’assorbimento delle buone pratiche passate e della confutazione di quelle inadeguate?

E difatti, molto più tardi – lo dirò tra poco – intense campagne pubblicitarie accompagnano l’annuncio di un nuovo PRG che riprende l’idea dello SDO, fuori tempo e fuori luogo. Intanto Roma è cambiata e le logiche di sviluppo sono più difficili.

Purtroppo il grande piano del 1962 è presto sottoposto a raccapriccianti varianti. Dopo trent’anni di vicende varie, di contrasti e rinvii, nel 1995 le ipotesi operative del piano del ’62 sono definitivamente trasformate, con gravi conseguenze per lo sviluppo della città. In modo particolare, all’interno di questo arco temporale, nel 1974 (con l’approvazione della Variante del ’67 ) s’intraprende una ben diversa direzione per l’assetto infrastrutturale romano.

La Variante al P.R.G. del 1967, esecutiva appunto nel 1974, propone il trasferimento di alcune delle funzioni dell’Asse Attrezzato al nuovo progetto di costruzione di un anello intorno alla città. Così, il collegamento con le direttrici Nord – Sud – Est e con l’aeroporto dell’Asse Attrezzato vengono affidate al G.R.A. Da arteria di attraversamento della città l’Asse diventa un tronco viario al servizio esclusivo del G.R.A. Una variazione di ruolo che stravolge le funzioni proprie dell’Asse e, di riflesso, quelle di supporto che la circonvallazione nascente avrebbe potuto esercitare nell’infrastrutturazione generale del territorio di Roma. (Rif. mia pubblicazione Roma e la sua area metropolitana, MIXER, Roma, 1992)

Il Grande Raccordo Anulare, dunque, è inserito nella maglia infrastrutturale di Roma con uno scopo iniziale ben preciso e, per certi versi, sottratto all’Asse Attrezzato del progetto SDO: quello di costituire un raccordo viario tra gli assi della viabilità nazionale provenienti dalle varie direzioni, in modo da evitare l’attraversamento della città nel caso di proseguimento oltre essa. Purtroppo questo disegno concettualmente logico, curato dall’ANAS sia per la progettazione che per la realizzazione, manifesta le sue carenze fin dal principio non tenendo conto né degli aspetti urbanistici generali né delle possibili proiezioni territoriali. Così, in tempi davvero molto brevi, in parte coincidenti addirittura con il compimento dell’opera (che ha richiesto molti anni di lavoro) il GRA diventa una realtà che incide prepotentemente su qualsiasi sviluppo alternativo. Diviene un’arteria interna all’urbanizzazione e determina la creazione, in alcuni tronchi continua, di insediamenti vari, sia legali che abusivi, quale derivazione di investimenti finanziari, spesso di scarso valore (Rif. mia pubblicazione I tracciati della mobilità nell’evoluzione storica di Roma, in I territori di Roma, Università degli Studi Roma 2, anno 2002).

Non finisce qui.

Negli anni a seguire, trova spazio l’avvicendarsi di interventi parziali (come Interventi per Roma Capitale), generalmente derivati da leggi. Fin quando, dopo lunghi anni di esamine, discussioni, valutazioni, eccetera, nel 2008 viene approvato il nuovo Piano Regolatore Generale. Un delirio.

Faccio un passo indietro. È il 2003 e si è nel pieno del dibattito (osservazioni, controdeduzioni, pareri, eccetera) riguardante il già predisposto PRG. Io sono chiamata da un Ente deputato alla valutazione, per dare la mia opinione sullo strumento predisposto e redigere il relativo rapporto, con particolare attenzione alle scelte per la mobilità urbana. Ne riporto una sintesi (frutto di non poca generosità):

Si tratta di un piano che sembrerebbe essere redatto con “cautela”: vale a dire che non si evincono particolari scelte determinanti macroscopiche azioni sul territorio; piuttosto vanno a rafforzarsi le logiche spontanee che la città sta assumendo nel tempo.

La politica di decentramento adottata ed enfatizzata nella relazione del Piano, tuttavia e soltanto a scopo analitico/costruttivo, pone più di un quesito. In un’ottica più generale, il rapporto tra sistema per la mobilità come rappresentato e poli di decentramento funzionale potrebbe rivelarsi, nel tempo, un fattore di criticità dovuto, in modo particolare, alla rigidezza – che in questo caso sarebbe destinata a crescere – degli assi per l’accessibilità.

In particolare, la politica di decentramento che il piano adotta sembrerebbe non essere una scelta innovativa destinata a orientare la città verso una nuova direzione di sviluppo: i poli individuati tutto sommato corrispondono a quelle realtà che anche oggi esercitano funzioni di decentramento. Varrebbe forse la pena riflettere ancora su quanto questi poli possano contribuire allo snellimento del peso gravitazionale che il Centro di Roma sopporta in maniera preoccupante.

Il sistema per la mobilità previsto desta preoccupazione: non sono state operate scelte “forti”, in grado dunque di far fronte alle crescenti esigenze della città. Il G.R.A., supportato da sistemi tangenziali, ancora viene proposto come elemento di ricezione e smistamento del traffico sia in entrata che in uscita, benché esso rappresenti ormai un’arteria interna. Con le nuove scelte, inoltre, al GRA viene conferito un ruolo di maggiore incisività e un peso che l’anello avrà difficoltà a sostenere.

Il tema del Sistema Direzionale Orientale, che sembrava essere – a giudicare dalla letteratura giornalistica degli ultimi anni – l’aspettativa più attesa del nuovo Piano, in verità è stato riproposto tal quale a quanto contenuto nel Piano del 1962 e, proprio in ragione dell’approccio policentrico del nuovo Piano, con un ruolo decisamente marginale rispetto ad allora. Dal ’62 ad oggi molte cose sono cambiate e la complessità della città è avanzata insieme alla complessità delle aree del grande Polo SDO. Probabilmente la scelta di non enfatizzare i quattro comparti dello SDO deriva, appunto, da una diversa visione programmatica. Tuttavia, suggerirei per motivi di utilità e di maggiore comprensione, che questa tematica dovrebbe essere, se non diversamente trattata, certamente motivata all’interno del nuovo Piano.

In seguito, in sede di approvazione, lo SDO è nuovamente sparito. Il piano sta manifestando tutte le sue carenze e illogicità.

Foto di Magyar – Fonte Pixabay

La Capitale che ha dominato il mondo non merita questo massacro. Non è possibile che Roma non abbia un reale programma di sviluppo.

N. 12 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Lug
03

Roma, dal lucido razionalismo all’incerto divenire.

Fiera d’un glorioso passato, composta in uno spazio vitale ancora modesto, Roma apre le porte ai sapienti processi logici della scienza e della tecnica. Siamo tra le due guerre e la purificazione della forma architettonica introduce una differente ma non meno intensa emozione nell’osservatore. È il grande Razionalismo Italiano.

Con già alle spalle il materialismo storico e il positivismo, l’eco degli innovativi insegnamenti del Bauhaus con Walter Gropius, la percezione del cambiamento che produce l’attività di Mies van der Rohe, i principi del Vers une Architecture di Le Corbusier e perfino il Costruttivismo russo giungono in Italia e s’insediano a Milano. Nasce il Gruppo 7 per poi trasformarsi nel Movimento Italiano per l’Architettura Razionale (MIAR).

Roma non sta a guardare e, nonostante il contraccolpo inferto dal regime all’esposizione del 1931 (che provoca, a distanza di un solo anno, lo scioglimento del MIAR), vive un momento di grande innovazione urbanistica e formale. Difatti, se è vero che la corrente internazionale viene adattata alle esigenze del potere politico, è altrettanto vero che il derivato stile littorio produce architetture monumentali intense e proiezioni urbanistiche magistrali.

Nasce il Raggruppamento Architetti Moderni Italiani che, proiettato verso una nuova espressività formale in continuità con la storia, esalta la supremazia dell’Architettura Italiana. Il neoclassicismo semplificato monumentale, la metafisica e il razionalismo sembrano fondersi e Piacentini propone uno schema di architettura che sintetizza cultura ufficiale e innovazione.

Piazzale della Farnesina – Foto di S. Cappitelli

Così, mentre giovani architetti – come Libera, De Renzi, Ridolfi, Samonà – disegnano edifici pubblici ispirati alle idee razionaliste e disseminati nel centro di Roma, altri architetti – Piacentini, Piccinato Pagano, Rossi e Vietta – strutturano il piano urbanistico dell’EUR.

Le opere si moltiplicano. Tra le altre, nasce il Foro Italico, vasto impianto sportivo ai piedi di Monte Mario – lo Stadio dei Marmi, lo Stadio dei Cipressi, l’Accademia di Educazione Fisica, eccetera, fino allo Stadio dei Centomila, oggi detto Olimpico – sul disegno urbanistico unitario di Enrico Del Debbio.

Scorcio del Foro Italico – Foto di S. Cappitelli

Roma dunque cresce, finalmente si sviluppa secondo un piano organico e geniale, procede verso il mare (verso Ostia) nell’intenzione di aprirsi al dominio geografico del Mediterraneo, già egemonia di Napoli. Ma non fa in tempo. Giunge il secondo conflitto, poi il dopoguerra, poi l’epoca dei palazzinari. Il razionalismo è prima piegato, poi annientato.

Seguono gli anni dello sviluppo urbano smodato, della nascita delle grandi e scomposte periferie. Poi il grande Giubileo del Millennio e Roma, eterna città storica, mal sopporta la massa di turisti e pellegrini. Reagisce con un atteggiamento vagamente internazionale – come nelle intenzioni del governo urbano – e si trasforma non assecondando le sue qualità, ma secondo un principio che non le appartiene. Poi giunge il fenomeno immigratorio e il relativo malgoverno (non interpretato come risorsa, ma come problema) e Roma soffre. È al collasso.

Oggi Roma è una città difficile, quasi ingovernabile, in perenne conflitto tra la gloria del passato e l’incertezza del futuro. La storia dei Piani Regolatori (di cui parlerò nel prossimo articolo), l’avvicendarsi di questi strumenti pianificatori puntualmente inadeguati, la mancanza di una coscienza collettiva formata a guardare lontano, la presunzione di conservare il ruolo di Caput Mundi solo attraverso ciò che è stato, hanno determinato un danno immenso a quella che avrebbe potuto essere la perla del mondo in eternità.

Purtroppo oggi non s’intravedono le forme del divenire urbano.

 

N. 11 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Giu
29

Inizio a parlare di Roma.

Dopo aver affrontato New York, città nuova (si potrebbe dire) ed esempio di grande abilità pianificatoria, affronto la città che si è sviluppata per lunghi Secoli senza disegno urbano e che – a mio parere, più di tutte al mondo – è l’esempio tanto del fascino quanto della contraddizione.

Foto di Emilia Rossi

Parlare di Roma non è facile. Con un pizzico di presunzione, credo di avere un merito: quello di aver vissuto questa città intensamente e, per questo, di averne compreso alcuni elementi che facilmente sfuggono alla gran parte delle persone. Ogni realtà urbana non è fatta di soli aspetti estetici e funzionali. È innanzi tutto lo specchio del rapporto tra luogo fisico e vita: questo è il punto fondamentale.

Non mi basterà un solo articolo. E prima di affrontare un’analisi più urbanistica, desidero riportare (solo in parte) un brano tratto dal mio romanzo Roma dei desideri, pubblicato nel 2015 (Rif. pagina Scrittura di questo Blog). Si tratta di una pagina a cui sono affezionata perché la sento vera, maturata nel tempo, perfino sofferta. Credo sia utile anche per trasmettere lo spirito con cui voglio affrontare questo difficile argomento.

<Ho letto tanto di questa città (…) ho scritto tanto e tanto si è scritto; troppo oppure troppo poco, dipende dai punti di vista.

Roma della bellezza, Roma del turismo, Roma dei monumenti, eccetera eccetera: ma la Roma della gente (…) com’è?

Non è la città del turismo. E’ la città delle mille emozioni. Roma è un mondo complesso e, nel momento in cui la vivi, corri il rischio di perderla. 

E’ talmente vasta, talmente bella, talmente contorta, talmente contraddittoria, talmente inusuale, talmente affascinante e perfino talmente perversa che non è possibile ammirarla nel suo splendore, né obiettarla nella sua distorsione.

E’ inquietante.

Eppure Roma è Roma: unica, sentimentale, magica e pericolosa.

Cerchi di mettere insieme tutti i suoi aspetti, cerchi di costruirne un’immagine in qualche modo utile e onesta e finisci col renderti conto che non è possibile, che mancano elementi, che ti sfugge nella sua grandiosa complessità.

Allora sei costretto a valutarne gli aspetti uno per volta, o due per volta, o tre per volta: potrai sentirti appagato se non sei ambizioso e se hai la coscienza di capire che si tratta di aspetti di Roma e non di Roma.

Roma è tutto e può essere niente nel momento in cui distrugge le costruzioni, apparentemente logiche, che di essa hai fatto.

Roma è fortuna e miseria; è bellezza e terrore; è gloria e distruzione; è fatica e speranza; è storia e presente. E’ uno sguardo sul futuro e paura dell’avvenire.

Roma è di tutti e di nessuno.

E’ presente e dispersiva; totalizzante e, a volte, inesistente.

Roma fa paura. (…)

No, certamente non fa paura a quelli che arrivano per visitarla con l’aiuto della mappa del Touring e per fotografare il Colosseo o i Fori Imperiali o il Cupolone. In questi casi Roma è vanesia e si lascia ammirare. Credo che non faccia paura neppure a chi la vive in maniera metodica o superficiale o ristretta.

Roma fa paura a chi la conosce bene; a chi va a indagare oltre quell’immagine di meraviglia che rivelano certe sue pietre composte o certe notti di luna piena; a chi ha il gusto di guardarci dentro, di smembrarla e ricomporla, di viverla in ogni manifestazione; a chi ha la fortuna e la disgrazia di assaporarla nella sua perversione; a chi ha il coraggio di mostrarsi a essa nudo e di vederla apparire nuda.

Roma fa paura a chi riesce ad amarla. (…)

L’immagine della città magica, fatta di bellezza e divertimento, è un fuoco di paglia che svanisce presto se non si alimenta la fiamma con altri valori. La devi conquistare poco alla volta: punto e basta. E non è detto che ci riesci. (…)

Roma è il punto geografico ove ha fine la logica e nasce l’irrazionale. Ma è anche l’esatto contrario.

Roma disorienta.

(…) quanti ruoli ha avuto, nel corso della sua storia millenaria: Roma di eterna memoria storica, Roma monumentale, Roma papale, Roma politica, Roma ministeriale, Roma Capitale, Roma metropoli, (…)

E forse non è mai stata diversa da oggi. Si, sembrerebbe diversa da quell’antica Roma degli Imperatori che ogni libro di storia racconta. (…) pensare alla Roma vera, al suo Centro, al suo cuore (…) ai rimpianti che riesce a suscitare immaginando il passato. (…) è così, dai segni, che si evocano i tempi trascorsi, si materializza la storia, la si scompone e ricompone, la si rivive. (…)

Però oggi Roma non è soltanto la città dei monumenti. C’è dell’altro, oggi. La sua periferia sterminata; la sua dimensione complessa. E’ qui che Roma perde la sua identità. (…)

E’ la più elevata contraddizione della storia e del presente. E’ pure il fascino, la paura e il mistero del futuro. Roma è morte e resurrezione secondo un ciclo continuo e faticoso.

E’ una specie di droga: l’assapori e non te ne liberi mai più. (…)

Roma dei ricchi, dei poveri, dei forti, dei deboli, dei potenti e di chi subisce: le mura, le strade, ogni cosa rivelano la contraddizione, fino alla gente che ci vive.

Prova a interpretare i luoghi. Se la conosci bene, ti accorgi di cose che stupiscono, del mescolamento delle parti, della intersezione di fatti contrastanti. La stazione Termini, rifugio di gente emarginata, povera, dimenticata, è a duecento metri, in linea d’aria, da Via Veneto, emblema della ricchezza, del lusso, del piacere.

Prova a imboccare Viale dei Parioli da Piazza Ungheria, percorrilo e vedrai che, in un batter d’occhio, ti trovi allo Stadio Flaminio. Prova a fare questa passeggiata di sera. Vedrai come si passa dai colori sobri delle facciate parioline, alle illuminazioni delle ‘lucciole’ che si addensano intorno al grigiore dello Stadio. Lo stesso Centro Antico, la città bella, perla unica, è circondato da un complesso di forme inqualificabili. Sono varietà di colori cupi, di spazi assurdi, che costituiscono i petali di un fiore il cui centro è incantato.

Roma è tutto questo e molto di più. E tutto è rappresentato col filtro della sua spaventosa quanto irrazionale superbia. Roma è come un nobile decaduto, che continua a fare il nobile: conserva il suo sangue blu, ma vive nella miseria.

La contraddizione che scorgi nelle mura, nelle parti, nelle strade, è tale anche nella vita di tutti i giorni, nei rapporti umani.

Alla Roma vera si contrappone e si identifica la Roma della finzione: tanto nei luoghi quanto nella gente. E’ anche in questo il suo smisurato fascino e la sua insopportabile violenza. (…)

Roma è devastata dalla contraddizione e da essa stessa è innalzata.

Mi sono chiesta spesso da dove potesse derivare tale disarmante constatazione. Ma se pensi alla Roma degli Imperatori, non ti pare che vi sia stata tanta ambiguità in quella straordinaria quanto disperata cultura? Eppure allora Roma era complessa ma non disordinata.

Roma è ingovernabile.

E sai, soltanto chi vive Roma, e non chi vive a Roma, si rende conto di tutto questo. E’ una trappola che affascina e disgusta dalla quale è difficile uscire.

Roma è effimero e profondità.

E’ la città di tutti: del potente che vive (talvolta a basso costo) in una magnifica casa nel cuore storico, del nobile che assegna il nome al palazzo dove abita, del cardinale che si aggira in lussuosi ambienti, dell’attore famoso che abita l’attico al centro, del produttore e dell’industriale che narrano gloria e ricchezza; ma anche del povero che abita le squallide borgate, del prete che gestisce la piccola parrocchia in periferia, del disadattato che dorme alla stazione ferroviaria, dell’extracomunitario che vaga nel quartiere in qualche modo a lui destinato, del barbone che muore per strada in mezzo ai rifiuti, del finto attore che si aggira nel mondo degli “arrivati”, del finto produttore che narra gesta mai state e mai possibili, del finto industriale che arriva ospite a casa dell’amico dalla vicina provincia, del drogato che ruba per garantirsi il giornaliero grammo di eroina, di chi impazzisce da un giorno all’altro e passa dalle mura di una casa alle scale di Trinità dei Monti, di chi fatica per tener salda di giorno la sua reputazione e si muove di notte nella polvere della miseria, delle “lucciole” e dei transessuali del Lungotevere Flaminio.

Roma è un pozzo senza fondo.

E’ la città che coinvolge tutti e sfugge a tutti: Roma è di nessuno. E quelli che la vivono, la amano, combattono per questo rapporto, mossi da un desiderio che solo Roma può scatenare. Ma è una lotta che stanca, è perenne. (…)

Roma è assassina.

Roma è un campo di carne. (…)

E’ una donna dai mille volti. E’ una maschera che cambia forma: è di creta e viene plasmata continuamente su di un palcoscenico che non può intervenire. Sembra uno spettacolo dei Mummenschatz.

E’ la rappresentazione continua, vivente, di un’opera di Pirandello. E’ uno, nessuno e centomila volti: e prima o poi, se non sei votato all’effimero, li becchi tutti!

Alla prossima.

 

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