Elodia Rossi

L’immenso dramma urbano

Lug
08

La città mondiale è lo specchio dell’inganno della sostenibilità (Rif. art. L’inganno della Sostenibilità). Come ho già detto, gli ambiti urbani consumano il 75% delle risorse del Pianeta, pur occupando una superficie inferiore al 5% di quella delle terre emerse (Rif. Articoli della serie Spasi e Luoghi dell’Architettura).

In valori assoluti, su circa 149.000 migliaia di km, estensione delle terre emerse, vivono oltre 7,516 miliardi di persone (valore in esponenziale crescita, visto che solo quest’anno – e finora – sono nati oltre 72 milioni di bambini e sono morti poco meni di 30 milioni di individui). La popolazione mondiale complessiva è distribuita sul 10% delle terre emerse, ossia su 14.900 migliaia di km. 4 miliardi di persone vivono nelle aree altamente urbanizzate, altri 2 miliardi circa vivono in quelle mediamente urbanizzate. Solo 1,5 miliardi di individui sono distribuiti nelle aree meno urbanizzate.

Appare ragionevole, intersecando i numerosi dati che ho riportato in vari articoli, asserire che:

  • meno dell’1% della superficie delle terre emerse (quota attribuibile alle aree altamente urbanizzate) accoglie 4 miliardi di individui, con una densità abitativa drammatica e oscillante in dipendenza della tipologia di area. Qui ha sede lo sviluppo delle baraccopoli che, come ho già detto (Rif. Art. 4 – Spazi e Luoghi dell’Architettura), ospitano 1 miliardo di persone,
  • circa il 4% della superficie delle terre emerse (quota attribuibile alle aree mediamente urbanizzate) accoglie altri 2 miliardi di persone,
  • sul restante 5% (aree poco urbanizzate) sono distribuiti 1,5 miliardi di individui.

Chiarisco che quando parlo di aree altamente urbanizzate non mi riferisco solo alle 21 maggiori megalopoli (fenomeno inquietante, che da solo accoglie il 20% della popolazione mondiale – Fonte ONU, ovvero 1,5 miliardi di persone), ma a tutti quegli ambiti che presentano un tasso di urbanizzazione molto alto. Quando parlo di aree mediamente urbanizzate, mi riferisco alle città medie città. Gli agglomerati minori – borghi, paesi, piccole città, eccetera – costituiscono l’ultima categoria.

Tokyo – Foto di David Mark
Fonte Pixabay

Le megalopoli, in vertiginoso aumento anche del numero (nel 2014 l’ONU stimava che sarebbero diventate 29 nel 2025, e invece già oggi se ne contano 37), hanno superato perfino il concetto che ne aveva dato Gottmann. La struttura polinucleare sembra non esistere più e le aree agricole – cuscinetti d’interconnessione – sono ormai sparite nella maggioranza dei casi.

Questi mostri – costantemente monitorati dal Global Urban Observatory Network (GUO Net) di UN Habitat – quasi mai offrono condizioni di vita accettabili. Al di là di casi in cui la razionalizzazione urbana, derivata da un’efficace pianificazione (come per New York), se non altro produce una forma di vivibilità più fluida, questi luoghi attraggono e generano insieme problemi di ogni natura.

Giusto per avere idea del fenomeno, benché approssimativa, le 21 maggiori megalopoli accolgono più di 350 milioni di individui e occupano una superficie totale di circa 120.000 kmq. Ne deriva una densità media di 2.916 ab/kmq. Valore molto vicino a quello di Roma, pur non essendo questa nel guinness dei primati. Ma qual è la vera distribuzione degli abitanti delle megalopoli? Come valutarne le concentrazioni in porzioni di territorio maggiormente compromesse? Può considerarsi accettabile, per esempio, che Mumbai possegga una densità superiore ai 30.000 ab/kmq e Lagos superi i 16.000? Un dato è certo: densità urbana e povertà sono fortemente relazionate.

Insomma, la città cresce a dismisura e i fabbisogni urbani – reali ed effimeri – seguono il passo. L’incapacità umana di contrarne la domanda genera il delirio di cui ho più volte detto e le ripercussioni sono rintracciabili nell’enorme danno ambientale, nell’invivibilità (che richiama insicurezza, abbandono, traffico, sovraccarico diffuso, criminalità, miseria, insopportabile amplificazione del divario ricchezza/povertà, eccetera), fino alla guerra e alla morte precoce.

Sempre più la città si sta trasformando da luogo del vivere in luogo del morire.

Lo scintillio delle luci notturne, la disponibilità di luoghi per lo svago, la diffusione di servizi di approvvigionamento e tutti gli altri apparenti benefici sono fuochi di paglia e, troppo spesso, sono essi stessi causa del grave disagio, perché richiedono un insostenibile impiego di risorse.

La città non è pronta al cambiamento che la società odierna ha velocemente imposto, definendo una traiettoria a dir poco devastante. Le architetture non sono adeguate e la presunzione politico/amministrativa di internazionalizzare ogni ambito urbano è un coltello nel fianco dell’equilibrio globale. Intanto la Cina si spinge ancora oltre e, derivazione d’un pensiero politico di stampo imperiale, avvia un piano per la costruzione della megalopoli più grande del mondo: Jing-Jin-Ji, pensata per accogliere oltre 130 milioni di abitanti. Un piano di dominazione del mondo.

Quale messaggio? Quale risposta? Quale futuro? Quali azioni intraprendere?

Procedo per passi. Ho promesso che avrei analizzato, uno a uno, i più importanti moventi del crollo delle città per poi, con prudenza, arrivare a definire le azioni che – dal mio punto di vista – potrebbero condurre a metodi di riqualificazione urbana. Inizierò col parlare di allevamenti intensivi e del derivato effetto serra. Perché è anche questo un problema urbano, visto che la domanda più ingente giunge da qui.

N. 4 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Apr
13

Nei precedenti tre articoli ho spiegato, in sintesi, le ragioni che stanno determinando il veloce aumento dimensionale delle megalopoli. Ho accennato ad alcune ricadute del fenomeno, in termini di organizzazione (e disordine) delle aree urbane sovraffollate.

Ora voglio parlare di uno dei fenomeni che, a mio avviso, è espressione del più incisivo degrado fisico/funzionale di alcune delle megalopoli mondiali: le baraccopoli. Una ripercussione che rischia di dilagare in maniera abnorme, entrando a far parte – in breve tempo – della quasi totalità delle grandi urbanizzazioni planetarie.

Viviamo in un periodo storico caratterizzato da una crisi economica mondiale, forse la peggiore della storia, oltre che da dilaganti fenomeni di mal gestita immigrazione. Tutto questo fa i conti con le mutate esigenze delle società, in irrefrenabile e perdente corsa verso le continue innovazioni dell’ICT. La gestione controllata di questi ultimi elementi richiederebbe investimenti enormi, dal campo formativo a quello dell’adeguamento urbano, non certamente affrontabili con le scarse e spesso mal amministrate risorse disponibili.

La povertà aumenta vertiginosamente, il carico urbano altrettanto, gli spostamenti fisici – a dispetto delle aspettative – si moltiplicano a dismisura, mentre gli spazi di accoglienza vanno a contrarsi e le città esplodono.

La città, ormai immaginario luogo privilegiato della vita collettiva e lavorativa, ha costi di sopravvivenza ben superiori a quelli dei centri minori. La speranza di un futuro migliore, ambizione di ogni individuo, porta la gran parte della gente a spostarsi nelle aree urbane. Il divario economico tra possibilità personali e richieste derivanti dalla vita in città (in termini di mercato immobiliare, servizi, approvvigionamenti basilari alla sopravvivenza) è enorme. La gente meno fortunata è costretta ad abitare in aree degradate, dove gli spazi sono angusti, i servizi inesistenti, le dimore fatiscenti e illegali; dove la criminalità raggiunge livelli insopportabili, la vita civile è pressoché annientata, priva di regole e perfino di buonsenso. Arrangiarsi è la parola d’ordine. Queste sono le baraccopoli (o slum, o favelas, o bidonvilles, eccetera).

Inutile che mi dilunghi sulle modalità costruttive e formali di questi luoghi dell’indigenza. Basti dare un’occhiata alla foto riportata al link https://www.poverties.org/blog/urban-poverty-in-india. E non è tra le peggiori baraccopoli.

UN-Habitat le definisce aree densamente popolate e caratterizzate da abitazioni al di sotto degli standard minimi e da miseria. Sono luoghi del terrore che si stanno espandendo, si moltiplicano e – con un po’ di acume – possono individuarsi timidi ma pericolosi fenomeni anche nelle città finora apparentemente salve.

I dati di UN-Habitat (tratti da the challenge of slumsglobal report on human settlements del 2013) sono terrificanti: le baraccopoli sono 250.000 e ospitano 1 miliardo di persone. E se per i Paesi cosiddetti sviluppati l’incidenza della popolazione che le abita è del 6%, in quelli in via di sviluppo l’incidenza sale addirittura al 43%. Parrebbe esiguo il dato del 6%. Ma tale non è se si rapporta a precedenti valori, sempre derivati dagli studi dell’Agenzia ONU, sensibilmente minori. Il fenomeno è in aumento, il trend non mente e UN-Habitat lancia il grido dall’arme: in assenza di giuste misure, in soli trent’anni la popolazione delle baraccopoli potrebbe raddoppiare, raggiungendo più di un quarto della complessiva e un mezzo di quella urbana. Gli slum di Afghanistan, Etiopia, Ciad, Nepal ospitano circa il 90% della popolazione relativa. Mumbai, Dacca, Città del Messico, il Cairo, Lagos posseggono le baraccopoli più popolose al mondo.

Cosa può fare l’architettura? Molto direi, se supportata da un buon sistema politico e da una presa di coscienza collettiva.

L’idea della smobilitazione di questi luoghi, sperimentazione effettuata in alcune realtà con disastrose ripercussioni, non è la strada vincente. Garantire nuovi alloggi e condizioni di vita meno insostenibili agli abitanti è pressoché impossibile: costi e dimensioni sono i principali elementi ostacolanti. L’azione deve essere interna, partendo dal basso, riqualificando pian piano l’edificato, dotando questi luoghi – il più rapidamente possibile – di servizi essenziali (come il sistema fognario) destinati anche a contrarre lo sviluppo di smodati tassi di inquinamento. Bisogna mirare, con coscienziosa modestia, con prudenza e metodo, al conseguimento di soluzioni complessive formali e funzionali in grado di garantire condizioni di vita accettabili. E bisogna evitare, con adeguate politiche abitative, lo sviluppo ulteriore degli aggregati. Sarebbe già abbastanza.

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