Elodia Rossi

Idea e Tecnica

Mar
28

Ho più volte sottolineato l’importanza dell’idea nella creazione architettonica. Faccio riferimento a molti dei miei precedenti articoli, in particolare a quelli destinati agli studenti di architettura.

Nel concepire l’idea giusta sta il successo dell’opera che si progetta. A questo punto subentra la tecnica, ossia la capacità di trasformare l’idea in progetto e, poi, in realizzazione. La dote necessaria, patrimonio di ogni bravo architetto, sta nella capacità d’immaginare anticipatamente l’opera compiuta. Il percorso progettuale suggerirà dettagli, affinamenti, particolari aggiuntivi.

Voglio dare uno sguardo alle arti in genere. La pittura, per esempio, o la scultura. Un bravo pittore sa che la sua idea troverà esplosione su una tela a lui affidata, quale trasposizione del suo immaginario attraverso i colori, le matite, le pennellate. E questa trasposizione dovrà essere autentica, caratterizzata nello stile, impattante. Bene, questa è tecnica. Laddove mancasse, l’autore dell’idea non sarà mai un bravo pittore.

La poesia e la musica hanno smarrito i canoni ritmici, senza aver trovato soluzioni alternative altrettanto valide. Dunque viene a mancare il terreno fertile su cui impiantare la tecnica e, a fronte di pochi che ricercano elementi di condivisibile artisticità, i tanti si incamminano su sentieri oscuri e destinati all’oblio.

La mediocrità non paga nel tempo e non appaga mai. Il superamento della tecnica (e dei principi su cui fondarla) mortifica finanche l’idea.

Altrettanto accade in architettura. L’idea regna, è essa stessa architettura, è il Principio, il Verbo. Ma la tecnica è lo strumento per la sua concretizzazione. E non si tratta banalmente di saper utilizzare strumenti di disegno, soprattutto se informatici. Piuttosto si tratta del saper seguire il percorso progettuale, affinarne gli elementi nel tempo, gestirne gli eventuali cambiamenti. Il rapporto tra architetto ed elaborato progettuale è intimo, sofferto, pensato e perfino soggetto a mutazioni.

La contemporaneità ha purtroppo imposto il sopravvento dell’individualismo, come ho già affermato in circostanze differenti. In arte e, naturalmente, in architettura questa imposizione – probabilmente scaturita dai media, dall’affermazione dell’immagine nelle sue forme più varie e contrastanti – ha generato danni enormi. Il superamento di ogni canone, l’assenza di ricerca tesa all’individuazione di norme comuni, il concetto di bellezza dato in pasto al gusto di una collettività ormai sovraccarica di superfetazioni (mi sia concesso il termine), l’uso (o abuso) personalizzato dell’etica, hanno generato il massacro. Un danno enorme, che ha forti ripercussioni non soltanto nell’elaborazione dell’idea, ma anche nella sua restituzione.

Così oggi, fatte salve le poche nicchie culturali ancora genuine, passano per essere artisti molti pittori e scultori, musicisti e poeti, fino agli architetti, che utilizzano più la stravaganza (talvolta perfino il cattivo gusto) che la tecnica.

L’architettura paga più di ogni altra arte. Perché l’architettura è paesaggio, è ambiente, è generalmente destinata a caratterizzare ogni luogo per tempi lunghi, a segnare le epoche, a scandirne i passaggi. L’architettura ha dunque un ruolo fondamentale nella formazione della collettività.

L’Italia, in particolare, soffre per essere ancora soggiogata al suo glorioso passato (Rif. Art. Un Problema di Cultura) e combatte il clima di disorientamento non con la dovuta ricerca d’innovazione – cosa che in altre Nazioni sta finalmente avvenendo – ma con quel deleterio e nostalgico ricordo che si trasforma in simulazione. Il peggiore dei mali.

All’interno di uno scenario collettivo estremamente confuso, artefatto dal consumismo sfrenato, l’arte vera, quella che trasmette emozione e che esclude la mediocrità, quella che discende da raffinata e intrigante ricerca, finanche tramite colte azioni dialettiche, sembra essere morta.

Non possiamo permetterlo.

N. 2 – Il Progetto di una Chiesa

Gen
29

Sono dunque alla seconda riflessione della mia illustrazione riguardante la “Costruzione di un Progetto”. Ho già detto che si tratta del progetto di una Chiesa, ideato ed elaborato da me e dal collega Franco Lombardi.

E ho già detto che il significato della vera creazione progettuale è affidato all’idea. Qui mi concedo una brevissima parentesi relativa alla relazione, spesso trascurata, tra architettura e filosofia: una relazione che si concreta appunto nel momento, direi sacro, della ricerca dell’IDEA.

Dal punto di vista concettuale, per noi progettisti era dunque importante individuare un’ispirazione di partenza. Un riferimento che potesse essere tradotto in forma. E dove cercare l’ispirazione per una Chiesa se non nelle Sacre Scritture?

Leggendo e rileggendo passi dell’antico e del nuovo Testamento, siamo arrivati a individuare un concetto che ci era apparso particolarmente interessante e moderno, contenuto nel Capitolo 18 del Libro della Genesi: la funzione della “tenda di accoglienza”, poi rielaborata attraverso l’introduzione delle forme della Sukkà, ossia della capanna che accoglie la mensa ebraica, nell’intento di rappresentare il contemporaneo dialogo tra differenti religioni.

Contestualmente abbiamo studiato il luogo che avrebbe dovuto ospitare l’opera. Si tratta di un ampio slargo, delimitato su tre lati da edifici di livello qualitativo estremamente penalizzante. La sfida che si si poneva era quella di giungere a una definizione formale di forte d’impatto e, ovviamente, contrastante l’edilizia circostante. Un’opera, in altri termini, in grado di abbattere l’attrazione visiva verso il pregresso. Il fatto stesso che si trattasse di un immobile destinato ad accogliere una funzione collettiva, aiutava in questo genere di sfida. Il rischio che la Chiesa potesse essere “ingabbiata” nel contesto delle preesistenze a tre piani, doveva essere superato anche tramite la maggiore altezza.

Nessun’alternativa, invece, per il posizionamento. Dati i vincoli urbanistici e archeologici, la Chiesa doveva essere collocata in una precisa posizione, peraltro in aderenza alla struttura posteriore, già esistente, dei locali pastorali.

Avendo, dunque, come riferimenti la tenda per la Mensa Eucaristica e la Sukkà ebraica, nonché avendo ben chiaro ogni possibile vincolo, abbiamo prodotto moltissimi schizzi a matita, li abbiamo confrontati, ne abbiamo discusso, fino a individuare quello che più ci pareva convincente e vicino alle nostre ispirazioni. Schizzi buttati su fogli d’ogni tipo, in ogni momento della giornata, come questi:

Dall’idea, dunque, alla prima scelta formale, solo abbozzata.

Un percorso qui narrato sinteticamente, che invece ha richiesto mesi di studio e di approfondimento, grande passione e concentrazione. Fino al convincimento.

Un percorso affascinante che sarà descritto e illustrato dettagliatamente nell’e-book.

Cos’è un Progetto

Gen
25

Rivolgendomi soprattutto agli studenti di architettura, riprendo qualche altro concetto che ho riportato nella sezione BIO di questo blog.

L’architettura è arte. La regina delle arti. Proprio per questo, è di tutti. Ma attenzione, non è per tutti.

… Essere architetto significa esercitare un mestiere derivato da anni di studi e di pratica. Essere un buon architetto significa aggiungere alle precedenti prerogative anche un’innata dote artistica. Tutto questo non s’improvvisa.

Adesso bisogna impiegare un pizzico di concentrazione per rispondere a una domanda importantissima: cos’è un progetto?

Giovani e futuri architetti, chiunque stia leggendo, vi prego di fermarvi un attimo a riflettere. Datevi una risposta, poi proseguite.

Allora: cos’è un progetto?

Un bel disegno, magari molto articolato e dettagliato? Un insieme di tavole grafiche e di restituzioni multimediali? Un bel plastico ornamentale?

No.

Un progetto è l’idea e la sua elaborazione concettuale. Il bel disegno, l’insieme delle tavole grafiche, i render, le restituzioni multimediali, i plastici ornamentali, altro non sono che la rappresentazione finale di un intenso percorso di studio e di affinamento dell’idea progettuale.

L’architetto non è un disegnatore CAD. Esistono persone in grado di utilizzare i programmi di grafica molto meglio di quanto saprebbe fare qualsiasi professionista dell’architettura.

Confesso che un po’ mi spiace quando noto che le Facoltà di Architettura oggi concentrano molta dell’attenzione sull’uso dei programmi di grafica. Benché divenuti relativamente importanti, credo facciano perdere di vista agli studenti il vero significato, profondo e perfino intimo, della creazione architettonica.

Un tempo gli architetti disegnavano. E soprattutto gli studenti di architettura. La matita era lo strumento più importante all’interno del percorso di apprendimento. Il disegno a mano, su lucidi (o su quella che veniva chiamata “carta mozzarella”, per risparmiare) posizionati su tavoli completi di tecnigrafi, richiedeva grande concentrazione e il perfezionamento dell’idea era affidato a un percorso completo, fatto tanto di elaborazione concettuale quanto di restituzione grafica. Un percorso in cui l’idea aveva il sopravvento e ogni linea diventava un riscontro incessante della bontà dell’ispirazione iniziale.

Lo Zucor, il mitico tecnigrafo Zucor, magari montato su tavolo Bieffe, era il sogno di ogni studente. E chi non lo aveva, si preoccupava di utilizzare quello di un amico, studiando insieme, lavorando in gruppo, incentivando la collaborazione, il confronto. Già, perché questo genere di strumentazione aveva un costo non irrilevante. Oggi, forse in ragione delle mutazioni della domanda, strumenti per il disegno si trovano a prezzi davvero molto contenuti. Qualche interessante pezzo è su Amazon.

A questo link  si trova un bel tavolo da disegno, peraltro con piano trasparente. Si può illuminare il foglio dal retro e ottenere un’ottima visibilità del lavoro:

E questo è un buon tecnigrafo, completo di tavolo in formato A1:

Tornando al tema degli usi odierni, ecco che il computer, con programmi sempre più sofisticati, va apparentemente a semplificare il percorso di costruzione dei particolari progettuali che, invece, rappresenta la carta vincente dell’architetto, all’interno di uno scenario complesso, dove la concorrenza è ampia e spietata. La velocità con cui si ottiene la restituzione grafica toglie dunque spazio alla riflessione. E lo studente non ha il tempo di elaborare, di esaminare, perfino di confutare ciò che ha ideato. Il percorso dell’architettura si contrae in spazi temporali angusti e la penalizzazione del risultato è certa.

Ragazzi, usate il tecnigrafo. Usate la matita. Quella morbida per schizzare, per abbozzare e quella più dura per rifinire. Testa e mani sono la vostra forza. Usate la gomma da cancellare e studiate, elaborate, proponete e riproponete a voi stessi, intimamente, fin quando la vostra idea non avrà preso la migliore della forme possibili. Fin quando ne sarete davvero convinti, soddisfatti. Discutetene, magari con colleghi di studio, perfino per verificare l’impatto del vostro lavoro. Così imparerete veramente ad amare l’architettura. Poi potrete passare all’uso del computer, se vi farà piacere. Perché è importante, ma soltanto per ottenere una conoscenza completa delle modalità di restituzione del vostro progetto.

Ricordate che i grandi architetti non stanno davanti a una macchina. Schizzano, disegnano, studiano. Poi trasferiscono l’idea – ossia il progetto – ai disegnatori. A riprova: guardate l’esposizione di un progetto proposto da un qualsiasi noto architetto. Troverete che ciò che mette in evidenza è l’idea iniziale, tradotta in schizzi, perfino a mano libera.

Volete essere architetti oppure disegnatori? Deve essere una scelta consapevole. Ma se avete deciso di iscrivervi ad architettura, credo che la risposta sia ovvia.

L’architettura, ragazzi, è di tutti in quanto arte. Ma non è per tutti. Allora, da quale parte siete?

Bisogna che mettiate in gioco le vostre idee e le vostre capacità per capirlo. Testa e mani, testa e mani, testa e mani.

Auguri.

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