Elodia Rossi

L’altra faccia dell’Accordo di Parigi

Set
18

Qualche giorno fa, per strada, un uomo mi ha proposto l’acquisto di una copia di un giornale d’impronta religioso-profetica. Mi ha detto: Trump non ha firmato l’Accordo di Parigi, dunque il mondo sta per finire. Gli ho risposto: Ha letto l’Accordo? Mi ha detto di sì, ma quando gli ho chiesto quali erano, a suo vedere, i punti fondamentali in grado di salvare il mondo, non ha saputo dirmi nulla.

Ecco.

Ho letto e riletto molte volte l’Accordo di Parigi (o Accordo sul clima). Con molta franchezza, al di là delle posizioni di Trump – la cui politica non rientra nelle mie capacità di valutazione, se fossi stata un decisore, non so se l’avrei siglato.

foto di Gerd Altmann (pixbay)

Senza girarci troppo intorno, lo trovo carente, incompleto, più mirato a generare (come al solito) spazi e posizioni d’onore nel contesto internazionale che a definire linee chiare di impegno concreto degli Stati rispetto al più grande e preoccupante tema della contemporaneità: la sopravvivenza del Pianeta.

Nato il 12 dicembre del 2015 a Parigi, segue il Protocollo di Kyoto del 1997 al quale, nonostante tutte le possibili critiche, bisogna riconoscere una dose di maggiore concretezza nel definire obiettivi, metodi e metodologie d’azione.

Si compone di una premessa (o preambolo) e 29 articoli, la gran parte dei quali mirati a stabilire un ordine di rapporto tra i Paesi aderenti, con priorità sostanzialmente di tipo istituzionale, di controllo, di programmazione degli incontri, eccetera (è il caso degli Articoli 1, 14 – 29 e, per alcuni versi, il 3 e il 13).

L’Accordo distingue tra Paesi più avanzati, generatori di maggiori problemi, e Paesi meno avanzati o in via di sviluppo, maggiormente minacciati. Tutto ciò evitando di dire che i Paesi in via di sviluppo non sono solo minacciati, ma sono spesso generatori di altrettanti problemi ambientali: al di là delle responsabilità indigene, basti considerare le recenti deforestazioni in Africa.

Nel preambolo riprende il concetto di equità tra generazioni in tema di sostenibilità. Concetto che ritengo menzognero e strumentale, come ho già disquisito nell’articolo L’inganno della Sostenibilità (http://www.elodiarossi.it/linganno-della-sostenibilita/).

L’Art. 2 sembra avere un accento tanto imperativo quanto superficiale nel sostenere la necessità di mantenimento della temperatura media globale al di sotto dei 2 gradi centigradi. Intanto bisognerebbe capire cosa s’intende per temperatura media, visto che possibili sostanziali variazioni tra luoghi avrebbero gravissime ripercussioni sul pianeta e, quindi, su quella che lo stesso Accordo definisce resilienza climatica.

L’Art. 4 cade nell’onirico: bisogna ridurre le emissioni nel più breve tempo possibile, così da raggiungere un equilibrio entro il 2050. Bene, e come? Ogni Stato deve sviluppare le proprie strategie, linee comuni argomentate non ve ne sono (incredibile) se non per pochi sommari cenni in successivi articoli. Ciò che si ritiene invece importante è la comunicazione istituzionale dei dati (quali?), la raccolta di essi da parte della cosiddetta COP (Conferenza delle Parti) alla quale è demandato anche il compito di fare il punto della situazione a partire dal 2023 e con cadenza quinquennale (art. 14 e seguenti). Mi preme fare riferimento, a questo punto, al mio articolo Città, effetto serra e allevamenti intensivi (http://www.elodiarossi.it/effetto-serra-allevamenti-intensivi-e-bisogni-effimeri-urbani/), tanto per non tornare sull’increscioso e preoccupante tema dei tempi ormai a disposizione.

L’Art. 5 incita gli Stati al potenziamento dei pozzi di carbonio e delle riserve di gas serra. Qui, finalmente, si tratta l’importanza della salvaguardia delle foreste, anche se incredibilmente si dispongono incentivi economici di risultato (come se si dovesse raggiungere un traguardo attraverso un premio monetario e non per necessità di sopravvivenza globale). Non un solo cenno alle cause della deforestazione: non un cenno al dramma degli allevamenti intensivi, non uno alla spasmodica conurbazione. Eppure sono queste le vere cause.

Ma è l’Art. 7 che stabilisce l’obiettivo globale dell’Accordo: incrementare la capacità adattativa e rafforzare le resilienza per ridurre la vulnerabilità al cambiamento climatico, richiamando ancora una volta il concetto di Sviluppo Sostenibile (ancora inganno) e quello della cooperazione tra Paesi. Confesso che questo obiettivo mi fa venire i brividi. Difatti parrebbe ribaltare il problema: non più sradicare le cause del disagio planetario, piuttosto rafforzare la capacità di adattamento. Mi rifiuto di commentare.

L’Art. 8 esorta i Paesi sviluppati a fornire risorse finanziarie a quelli meno sviluppati, ai fini dell’applicazione dell’accordo. La gestione, in brevi linee, delle risorse finanziarie è materia dell’’Art. 9.

Eccoci all’Art. 10, uno dei più sorprendenti. Qui viene incoraggiata fortemente la gestione dello sviluppo tecnologico, come fosse la soluzione per la riduzione dei gas inquinanti (senza alcun riferimento al come). Mi concedo il richiamo a un altro mio articolo Architettura e ambiente: energie rinnovabili (http://www.elodiarossi.it/architettura-e-ambiente-energie-rinnovabili/), tanto per approfondire il tema di alcuni disastri ambientali dovuti alle tecnologie. Perché non affrontare questo argomento chiarendo (concretamente e non astrattamente) quale contributo potrebbe giungere da una corretta applicazione dei traguardi della tecnologia, se scissi dai troppi interessi economici anche a livello statale?

Finalmente – e ripeto, finalmente – l’Art. 11 e il 12 annunciano la necessità dell’educazione, della formazione e della consapevolezza pubblica. L’annuncio è breve, però, visto che gli articoli si dilungano sulla costruzione di competenze organizzate (dunque specialisti). Eppure qui è il vero nodo della questione: sollevare le coscienza di tutti, attraverso la conoscenza, perché tutti possano contribuire – lontani dal consumismo sfrenato, lontani dalle menzogne di un mercato distruttivo, lontani dall’idea di prevaricazione sulle altre specie, lontani dal concetto di un mondo fondato sull’egemonia dell’economia monetaria – alla salvezza del Pianeta.

Nell’Art. 12 si fa cenno anche al tema dell’accesso pubblico alle informazioni. Non si indica però alcun metodo affinché questo miraggio si trasformi in realtà. Né a che genere di informazioni ci si riferisca. Anche questo argomento mi indigna. Per reperire informazioni sulle condizioni ambientali della Terra, personalmente ho dovuto fare lunghe e attente ricerche, ho dovuto impiegare molto tempo (e continuerò a farlo). Eppure si tratta di dati che provengono proprio da fonti istituzionali (in primo luogo le Nazioni Unite), da me utilizzati in molti articoli di questo blog. Perché le Istituzioni che sviluppano questi generi di dati senza attivare campagne di comunicazione e informazione diffusa, poi sottoscrivono un tale accordo? E perché, dopo la sottoscrizione, non si impegnano nella diffusione?

Mi chiedo quali siano le effettive volontà dei redattori. Mi chiedo come mai non vengano citati dati e argomenti che farebbero la differenza. Mi chiedo come mai non si parla dei veri grandi problemi (un esempio prioritario è quello degli allevamenti intensivi, un altro è la spasmodica crescita urbana: ma l’ho già detto) e non si diano indicazioni concrete, realistiche, convincenti, per fronteggiarli. Mi chiedo come mai non si ponga l’accento soprattutto e diffusamente (determinando le giuste strategie) sul primo strumento di salvezza che è la conoscenza, l’informazione di massa, il coinvolgimento massiccio delle popolazioni a qualsiasi livello d’istruzione: perché qui è il vero nodo. Mi chiedo infine quali interessi ci siano da salvaguardare.

Insomma, perché io cittadina – che ormai assisto al progressivo scioglimento dei ghiacciai, all’esplosione inarrestabile di incendi, che vivo torride estati e gelidi inverni come mai prima d’ora, e via dicendo – dovrei sentirmi rincuorata da questo genere di Accordo?

Conferenza Nazionale sull’Architettura

Apr
30

Formazione, ricerca e professione per una strategia di sistema dell’architettura italiana.

Sull’elaborazione di questo concetto (a cui personalmente avrei aggiunto il fattore “politica” che di fatto è stato inserito nella discussione) si è dispiegata la Conferenza Nazionale sull’Architettura del 27 aprile scorso. Un percorso, valido anche per l’acquisizione di crediti formativi, che finalmente mi ha coinvolta. Un convegno dinamico, ben strutturato, con contenuti densi, convincente.

Mondo dell’Università, mondo delle professioni, mondo della politica a confronto. E i temi trattati dai relatori sono stati davvero entusiasmanti, al di là di qualche cedimento (emerso verso la fine della giornata) riguardo il solito e beffardo pensare che l’Italia sia al centro del mondo per bellezza e cultura, peraltro ben rettificato dal Vice Ministro alle Infrastrutture (Nencini) nel lucido, colto e astutamente provocatorio intervento di chiusura.

Molti i temi affrontati – dal contrasto all’uso del suolo alla qualità della pianificazione, alla rigenerazione urbana, alla diffusione della cultura della progettazione/pianificazione sostenibile, alla pluridisciplinarità in architettura, eccetera – anche in relazione anche alla necessità del rinnovamento dei percorsi formativi universitari per i futuri architetti italiani.

Molte, di conseguenza, le proposte e altrettante le illustrazioni di percorsi e azioni già avviati. Interessanti iniziative che rapportano le Istituzioni dello Stato con le Associazioni di settore. Al tavolo del confronto elevati esponenti del CNAPPC, il CRUI, il CRESME, del CUIA, della Commissione Cultura della Camera, del MATTM, del MIUR, dell’European Association for Architectural Education, e altro ancora. Grande professionalità del moderatore, Mauro Salerno, giornalista de Il Sole 24 Ore.

Il futuro passa solo dalle città, lo slogan adottato dal Vice Ministro mi è sembrato più che mai calzante. E, con esso, la chiara obiezione alla scarsità di investimenti, contrapposta all’invece certo spreco pubblico.

È emerso, tra l’altro, il grande argomento della globalizzazione o internazionalizzazione della professione. E si è parlato del valore dell’architetto italiano nel contesto internazionale.

Ma che succede? Perché – ed è assurdo – l’architetto italiano che si muove oltre confine produce architettura, innovazione, trasformazione? Perché se oggi (contrariamente al passato) agisce in Italia resta costretto entro schematismi rigidi e deleteri?

Dal mio punto di vista (ne ho parlato in molti articoli), questo tema è il più delicato e quanto è emerso ne è la conferma. Difatti, se è vero che l’Italia in passato ha avuto un ruolo dominante in architettura, è altrettanto vero che oggi non tiene il passo col resto del mondo. Derivazione del preoccupante e limitativo modo con cui si guarda la trascorsa gloria. La battuta d’arresto è evidente a chiunque. Così oggi l’Italia, ancorata alla salvaguardia, dimentica l’innovazione e annienta il progresso. Manca l’idea di una nuova architettura.

Quale futuro per i 134.310 architetti italiani? Il nostro è il Paese che contiene più architetti in Europa. E oltre 89.000 esercitano la professione, con un insostenibile tasso di disoccupazione pari al 31%. Senza contare che il reddito medio dei senior si aggira intorno ai 24.000 euro/anno (contro i circa 55.000 della Svizzera), mentre quello degli junior si attesta a 9.000. Valori certi, che espone Inarcassa. Valori preoccupanti, ancor più se si considera che il dato medio dei senior è alterato da alcuni nomi altisonanti e dagli studi di architettura dimensionalmente più grandi.

Dunque che altro succede, oltre la ben nota crisi mondiale che in Italia sembra aver trovato terreno fertile più che altrove? Quali confronti e quali risultati per la professione dell’architetto sul piano della geopolitica? Quale risposta concreta dovrebbe giungere dalle Università? Quale riforma dovrebbe essere introdotta nelle Facoltà di Architettura?

Succede che il sistema politico non funziona. La burocrazia, il sistema legislativo, i vincoli amministrativi sono estenuanti (si pensi al dilagante e farraginoso ruolo delle Soprintendenze anche in ambiti di scarsa o inesistente artisticità – un esempio è l’autorizzazione paesaggistica all’interno del procedimento edilizio).

Succede che le Università non formano, piuttosto informano e talvolta perfino in modo obsoleto. Le Facoltà di Architettura dovrebbero essere laboratori aperti e continui, interfacciati col mondo del lavoro, come avviene in altri Paesi. Si dia uno sguardo all’Accademia di Architettura della Svizzera Italiana, per capire.

Personalmente credo che il grande problema (o vincolo) delle Università sia dovuto alla classe docente. Ai meccanismi oscuri che regolano i concorsi, alla generalizzata estraneità alla professione della gran parte dei professori (con le dovute eccezioni), alla vetustà del sistema formativo (non tanto nella direzione dell’organizzazione generale – sulla qual cosa pure ci sarebbe da riflettere, quanto in molti dei programmi di studio).

E succede che questi generi di formatori, deputati a forgiare i futuri architetti, non sono formati all’innovazione. Forti di un ruolo che in questo Paese viene considerato quasi sacro, troppo spesso sono chiamati a formare anche noi professionisti in corsi per l’acquisizione di crediti. Come può chi non ha mai lottato sul campo di battaglia della professione avere la capacità di parlare a chi, al contrario, si scontra quotidianamente con l’esercizio dell’architettura? Personalmente ho vissuto esperienze inquietanti. Ma tornerò sul tema della formazione lungo tutto l’arco della vita, su come essa è spesso interpretata, in un altro articolo.

È andato benissimo, invece, l’ascolto della Conferenza Nazionale sull’Architettura che si è rivelata, finalmente, un serio e costruttivo apporto di informazioni, oltre che l’attestazione di una presa di coscienza riguardo l’oggi dell’architettura italiana.

È la stagione di un cambiamento epocale – dalle parole del Vice Ministro – facciamo in modo che non si perda l’occasione.

Translate »