Elodia Rossi

N. 4 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Apr
13

Nei precedenti tre articoli ho spiegato, in sintesi, le ragioni che stanno determinando il veloce aumento dimensionale delle megalopoli. Ho accennato ad alcune ricadute del fenomeno, in termini di organizzazione (e disordine) delle aree urbane sovraffollate.

Ora voglio parlare di uno dei fenomeni che, a mio avviso, è espressione del più incisivo degrado fisico/funzionale di alcune delle megalopoli mondiali: le baraccopoli. Una ripercussione che rischia di dilagare in maniera abnorme, entrando a far parte – in breve tempo – della quasi totalità delle grandi urbanizzazioni planetarie.

Viviamo in un periodo storico caratterizzato da una crisi economica mondiale, forse la peggiore della storia, oltre che da dilaganti fenomeni di mal gestita immigrazione. Tutto questo fa i conti con le mutate esigenze delle società, in irrefrenabile e perdente corsa verso le continue innovazioni dell’ICT. La gestione controllata di questi ultimi elementi richiederebbe investimenti enormi, dal campo formativo a quello dell’adeguamento urbano, non certamente affrontabili con le scarse e spesso mal amministrate risorse disponibili.

La povertà aumenta vertiginosamente, il carico urbano altrettanto, gli spostamenti fisici – a dispetto delle aspettative – si moltiplicano a dismisura, mentre gli spazi di accoglienza vanno a contrarsi e le città esplodono.

La città, ormai immaginario luogo privilegiato della vita collettiva e lavorativa, ha costi di sopravvivenza ben superiori a quelli dei centri minori. La speranza di un futuro migliore, ambizione di ogni individuo, porta la gran parte della gente a spostarsi nelle aree urbane. Il divario economico tra possibilità personali e richieste derivanti dalla vita in città (in termini di mercato immobiliare, servizi, approvvigionamenti basilari alla sopravvivenza) è enorme. La gente meno fortunata è costretta ad abitare in aree degradate, dove gli spazi sono angusti, i servizi inesistenti, le dimore fatiscenti e illegali; dove la criminalità raggiunge livelli insopportabili, la vita civile è pressoché annientata, priva di regole e perfino di buonsenso. Arrangiarsi è la parola d’ordine. Queste sono le baraccopoli (o slum, o favelas, o bidonvilles, eccetera).

Inutile che mi dilunghi sulle modalità costruttive e formali di questi luoghi dell’indigenza. Basti dare un’occhiata alla foto riportata al link https://www.poverties.org/blog/urban-poverty-in-india. E non è tra le peggiori baraccopoli.

UN-Habitat le definisce aree densamente popolate e caratterizzate da abitazioni al di sotto degli standard minimi e da miseria. Sono luoghi del terrore che si stanno espandendo, si moltiplicano e – con un po’ di acume – possono individuarsi timidi ma pericolosi fenomeni anche nelle città finora apparentemente salve.

I dati di UN-Habitat (tratti da the challenge of slumsglobal report on human settlements del 2013) sono terrificanti: le baraccopoli sono 250.000 e ospitano 1 miliardo di persone. E se per i Paesi cosiddetti sviluppati l’incidenza della popolazione che le abita è del 6%, in quelli in via di sviluppo l’incidenza sale addirittura al 43%. Parrebbe esiguo il dato del 6%. Ma tale non è se si rapporta a precedenti valori, sempre derivati dagli studi dell’Agenzia ONU, sensibilmente minori. Il fenomeno è in aumento, il trend non mente e UN-Habitat lancia il grido dall’arme: in assenza di giuste misure, in soli trent’anni la popolazione delle baraccopoli potrebbe raddoppiare, raggiungendo più di un quarto della complessiva e un mezzo di quella urbana. Gli slum di Afghanistan, Etiopia, Ciad, Nepal ospitano circa il 90% della popolazione relativa. Mumbai, Dacca, Città del Messico, il Cairo, Lagos posseggono le baraccopoli più popolose al mondo.

Cosa può fare l’architettura? Molto direi, se supportata da un buon sistema politico e da una presa di coscienza collettiva.

L’idea della smobilitazione di questi luoghi, sperimentazione effettuata in alcune realtà con disastrose ripercussioni, non è la strada vincente. Garantire nuovi alloggi e condizioni di vita meno insostenibili agli abitanti è pressoché impossibile: costi e dimensioni sono i principali elementi ostacolanti. L’azione deve essere interna, partendo dal basso, riqualificando pian piano l’edificato, dotando questi luoghi – il più rapidamente possibile – di servizi essenziali (come il sistema fognario) destinati anche a contrarre lo sviluppo di smodati tassi di inquinamento. Bisogna mirare, con coscienziosa modestia, con prudenza e metodo, al conseguimento di soluzioni complessive formali e funzionali in grado di garantire condizioni di vita accettabili. E bisogna evitare, con adeguate politiche abitative, lo sviluppo ulteriore degli aggregati. Sarebbe già abbastanza.

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