Elodia Rossi

Architetti in crisi. Difendiamoci

Mag
16

Dopo la dolorosa panoramica che ho effettuato nell’articolo Architetti al Collasso, cerco di andare più a fondo nelle problematiche che ci attanagliano. Per questo fine, riprendo alcuni dati emersi nel corso della Conferenza Nazionale sull’Architettura (Rif. omonimo articolo) del 29 aprile scorso.

L’Italia conta 134.310 architetti, attestandosi al primo posto, per numero, in Europa. Ben 89.000 di questi esercitano la professione. Gli altri sono diversamente occupati (in uffici pubblici, per insegnamento, in azienda private, e via dicendo). Il tasso di disoccupazione degli architetti è pari al 31%. Il reddito medio dei senior è di circa 24.000 euro/anno, tra i più bassi d’Europa. Quello degli junior è di circa 9.000.

E poi: il reddito lordo, soggetto alla feroce tassazione italiana, si sminuisce vertiginosamente; gli studi di architettura più grandi ne assorbono una ragguardevole quota parte e ciò che effettivamente conforma il ricavo dei restanti è penoso. Senza contare che una media tra senior e junior – valutata approssimativamente, considerando i giovani in numero inferiore a quello degli anziani – potrebbe aggirarsi intorno ai 18.000 euro.

In Svizzera, che non ha certamente il sistema di tassazione italiano, il reddito medio degli architetti (senza differenziazione tra senior e junior) è di 54.608 euro. A Lussemburgo è di 48.000 circa.

Tornando all’Italia, rapporto il nostro reddito medio con quello di ingegneri edili e geometri, sempre in relazione ai dati dichiarati nella Conferenza Nazionale sull’Architettura. I primi, gli ingegneri edili, non se la cavano molto meglio, raggiungendo una quota annuale lorda di circa 27.000 euro. Ma, sorprendentemente (in apparenza), i geometri superano le due categorie di tecnici laureati con un reddito medio di circa 35.000 euro.

Parliamone. Indaghiamo sulle cause, oltre la delirante crisi economica internazionale e l’elevato tasso di corruzione del nostro Paese che ci vede collocati ai primi posti nel mondo.

Fin da quando ho iniziato a scrivere nel mio blog, ho posto in evidenza una questione che considero importantissima: la pessima interpretazione del ruolo dell’architetto in Italia. Ognuno che, come me, esercita la libera professione è consapevole di quanto sia difficile parlare di architettura, sia nel privato che in ambiente pubblico. Ci si scontra quotidianamente con una diffusa e insopportabile presunzione di sostituirsi all’architetto, dunque di conoscerne il mestiere. Tantoché, troppo spesso, l’architetto è chiamato per espletare i soli compiti di passacarte, senza contare la responsabilità che ogni pratica edilizia determina per il professionista. Questioni di sopravvivenza portano spesso i professionisti più deboli a essere soggiogati a un contesto che mi permetto di considerare criminale.

Più volte ho messo l’accento sul degrado culturale che investe il nostro Paese. A questo fattore attribuisco una considerevole quota parte dell’aberrante e diramata convinzione della gente di conoscere l’architettura, di poterne guidare le scelte in maniera incondizionata. Si badi, non di esprimere – com’è giusto – le proprie necessità e aspettative in senso generale, ma di entrare appieno nelle soluzioni formali, fino a determinare il massacro paesaggistico che è sotto gli occhi di tutti. E poi, c’è quella non trascurabile quota relativa all’edilizia libera, affidata a semplici comunicazioni del proprietario (un esempio sono i rifacimenti delle facciate che transitano nella sfera della manutenzione ordinaria), che hanno prodotto scempi sconsiderati. Le pubbliche amministrazioni locali sono generalmente assenti, non normano correttamente il settore, soprattutto – mi spiace dirlo – nel mezzogiorno.

L’attività degli ingegneri è, in larga parte, relazionata a quella degli architetti. Buona norma sarebbe rispettare le competenze specifiche di ognuna delle categorie e viaggiare su un binario condiviso. Non sempre accade, ma è anche vero che buona parte della produzione edilizia segue queste regole. Però è altrettanto vero che gli ingegneri affrontano questioni formali (proprie dell’architettura) più di quanto gli architetti invadano il campo strutturale. E questo è, io credo, il motivo che vede gli ingegneri lievemente avvantaggiati, in tema retributivo.

Ora vengo al punto più dolente. In un’Italia dove le competenze sono evase in maniera scorretta, ai geometri è concesso fare tanto architettura quanto ingegneria, sebbene la giurisprudenza abbia messo un punto inequivocabile sull’argomento (mi riferisco a quanto ho già argomentato nell’articolo Architettura Violata, pubblicato sul mio blog il 13 marzo scorso). Dunque la sfera d’azione di questi tecnici non laureati, quindi non formati a determinate competenze, si allarga ben oltre le specificità della loro professione (dalle pratiche catastali a quelle di misurazione e rilevazione, eccetera). In larga parte, è piuttosto difficile che un architetto o un ingegnere si addentri in pratiche del catasto (ad esempio), mentre è consuetudine che un geometra affronti progettazioni, calcolazioni e direzioni di lavori perfino di opere mediamente complesse.

Colpa delle pubbliche amministrazioni, naturalmente. Colpa della distorta applicazione di un sistema legislativo ancora poco chiaro. Colpa dell’assenza di controlli adeguati. E colpa, infine, della carenza culturale specifica che dilaga incondizionatamente.

Basti pensare che a dirigere moltissimi degli Uffici Tecnici pubblici si trovano geometri, sebbene la Sentenza della Cassazione n. 19292 del 2009 ne abbia inequivocabilmente chiarito l’ambito d’esercizio e abbia perfino stabilito che un tecnico laureato non può mai essere subordinato a un tecnico diplomato stante la sua maggiore qualifica. Una delle sfere di applicazione di questa Sentenza va individuata proprio negli Uffici Tecnici, vista la necessaria subordinazione di chi presenta una pratica edilizia da chi è deputato a valutarla. Ne deriva che nessun geometra potrebbe occupare il ruolo di dirigente di un Ufficio Tecnico. Non è forse questo un esempio eclatante di quanto lo Stato Italiano sia incapace di applicare le sue stesse leggi?

Sono convinta che noi tecnici laureati, architetti e ingegneri, dovremmo riunirci in un solo coro e costringere le Istituzioni a rispettare questa norma. Che ne pensate di una petizione?

Architetti al collasso

Mag
01

Nel corso della Conferenza Nazionale sull’Architettura – e faccio riferimento al mio articolo pubblicato con lo stesso titolo – sono stati manifestati dati sulla professione dell’architetto in Italia che fanno, a dir poco, paura.

Dalla crisi internazionale, alla mancanza di una strategia unitaria per la professione, all’oscuro regime di tassazione, alla carenza del sistema formativo universitario (se fosse efficiente non ci sarebbe motivo di pensare all’ennesima riforma) e post universitario, alla mancanza di indicazioni solide per l’internazionalizzazione della professione, alla scarsa efficacia di alcune delle istituzioni di tutela del settore, all’ancor più scarsa efficacia delle politiche generali, al contorto e complesso sistema legislativo, all’ostacolo continuo dovuto all’eccessivo sistema vincolistico, fino alla mancanza dell’idea di una nuova architettura (tema a me molto caro) tragicamente oscurata dall’ipocrita e diffusa convinzione di detenere lo scettro dell’arte nel mondo, l’architetto italiano subisce la drammatica ripercussione di decenni di oscurantismo, presunzione e corruzione.

Senza tornare all’analisi delle ragioni che hanno determinato questo insostenibile e doloroso traguardo, mi soffermo sulle sorti dell’architetto. In perenne ricerca di una strada solida, la gran parte dei professionisti si dimena all’interno di un sistema malato che lascia poco (o niente) spazio alla ricerca dell’arte e tanto all’estenuante tentativo di sopravvivere. E così l’architetto, quello vero, quello che ama la sua professione, è confuso, umiliato, massacrato dall’impossibilità di esprimersi come vorrebbe e come sarebbe giusto avvenisse.

Riprendo alcuni dati: l’Italia conta 134.310 architetti, attestandosi al primo posto, per numero, in Europa. Ben 89.000 di questi esercitano la professione. Gli altri sono diversamente occupati (in uffici pubblici, per insegnamento, in azienda private, e via dicendo). Il tasso di disoccupazione degli architetti è pari al 31%. Il reddito medio dei senior è di circa 24.000 euro/anno, tra i più bassi d’Europa. Quello degli junior è di circa 9.000. Sono valori lordi che, sottoposti alla feroce tassazione di questo Paese, configurano un quadro reale complessivo a dir poco spaventoso.

Esistono poi i colossi dell’architettura (pochi, per la verità, ma ci sono): nomi d’eccellenza, studi particolarmente importanti (mai troppo grandi, visto che in Italia non ne esistono e che questo fattore è considerato il primo degli ostacoli all’internazionalizzazione), che incidono fortemente sulla media del reddito dei senior. Cosa dunque rimane agli altri? Un delirio.

E difatti il numero degli iscritti agli albi si sta riducendo, sempre più frequentemente studi professionali cadono in crisi e chiudono; di pari passo diminuisce il numero degli studenti di architettura. E non è sufficiente pensare che gli architetti italiani sono molti. Una constatazione che dovrebbe semmai tradursi in orgoglio. Piuttosto, la contrazione di oggi deriva da uno scenario di generalizzato malcontento, dalla sofferente presa di coscienza di vivere in un Paese in insopportabile degrado culturale e funzionale. Alcuni architetti, quelli che riescono, espatriano. Non tanto per il desiderio di internazionalizzare la propria esperienza, quanto per il bisogno di vivere e di esprimersi. Perché, se è vero che l’internazionalizzazione potrebbe essere un valore aggiunto, è altrettanto vero che essa dovrebbe avvenire con le radici in Patria.

E i giovani? Costretti a fare i conti con una media di 9.000 euro, dai cui scorporare tasse e contributi? Senza concreta possibilità di proiezione verso il mercato libero professionale, passano il tempo a inviare curricula e sostenere concorsi. Ma anche qui la lotta è dura, la competizione è enorme, le regole non sono certamente leali. Il mercato – anch’esso devastato – approfitta, si adatta, trova appigli convenienti in misure dello Stato (un esempio è la Garanzia Giovani) e il giovane architetto si accontenta nella speranza di un domani migliore.

Molti si trovano a scontrarsi perfino con la redazione del curriculum, le cui nuove formulazioni sono piuttosto rigide e calate in schemi stabiliti dall’U.E. Come se ce ne fosse bisogno anche all’interno del mercato italiano, senza contare che – all’atto pratico e in alcuni casi – c’è perfino difficoltà di riconoscimento immediato della propria laurea all’estero. La Delibera 2005/36/CE è carente in alcuni passi e, per esempio, omette di introdurre la laurea in Architettura – Progettazione Architettonica (roba da matti). “Perché?”, bisogna chiedersi. Facile rispondere: perché il MIUR – dopo aver decretato la variazione dei nomi alle lauree 3+2 – non ha comunicato alla Commissione l’elenco completo delle nuove nomenclature, ma solo parziale. Viva l’Italia.

E così i giovani, per tornare al curriculum, tentano strade persuasive, speranzosi che qualcuno legga, spesso ignari che la quasi totalità dei loro invii viene cestinata. Ma è l’epoca del curriculum con portfolio (orribile appellativo) e, se non altro, la speranza che l’immagine possa determinare curiosità nei destinatari, spinge ancor più verso un’articolazione convincente dei contenuti. Il web esplode in suggerimenti e ipotesi formulative di ogni genere. Il mercato parallelo delle proposte consulenziali cresce esponenzialmente e il povero giovane architetto resta confuso, fino ad affidarsi alla più suadente e (naturalmente) pagare fior di quattrini.

Un mondo variegato che ho esplorato per pura curiosità. Ma predisporre un curriculum di architetto non è come redigerne uno di avvocato o di commercialista, eccetera. Nell’architettura, l’immagine gioca un ruolo dominante. Tra le tante proposte che ho letto ed esaminato, una mi convince abbastanza. È avanzata da un giovane esperto di visualizzazione architettonica e ha la forma di un manuale per soli architetti. Interessante direi, anche perché non si sostituisce al professionista, invece lo guida nel percorso di elaborazione del proprio – come lui lo chiama – SOS portfolio ( http://88b935mjtktdxwf5lgn8itr9-7.hop.clickbank.net/ ). Niente male.

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