Elodia Rossi

Siamo tutti più poveri

Apr
26

Se è vero che la ricchezza umana non è nel denaro, come io credo, ma nella conoscenza, nella capacità di elaborare pensieri, nel saper conquistare la sola libertà che possediamo – quella interiore – e nel saperla esternare con sapienza, beh, allora siamo tutti più poveri.

Un breve pensiero il mio, visto che notizie sull’uomo che ci ha lasciati il 24 aprile scorso se ne trovano in abbondanza sui quotidiani e nel web.

Aveva 97 anni. Per quanto appaiano molti, non sono abbastanza per una mente che ha inciso (e inciderà) sul pensiero filosofico e morale dello scorso Secolo, di quello attuale e di quelli che verranno. Lucido pensatore, appassionato nell’indagare – tra l’altro – i meccanismi che regolano la vita e le relazioni tra questa e lo spazio/tempo, Aldo Masullo ha contribuito ad aprire le menti attraverso quella vivacità della coscienza di cui è padre, a orientare gli orizzonti del pensiero verso un universo spesso disatteso, invece strutturato nel vivere quotidiano.

E tutto questo va ben oltre la sua esperienza e i suoi orientamenti di politico, le sue onorificenze e la gloria che si è conquistato all’interno dei contesti decisionali. Sostenitore della diversità di idee, da cui discende la dialettica, tutto questo si deve invece alla sua intensa attività di filosofo, penetrante differenti campi e mirante appunto a introdurre il senso vero della coscienza nelle scelte. Mi viene in mente la tenacia con cui aveva affrontato la contrapposizione all’abortito PRG che intendeva rivoluzionare Napoli con l’abbattimento di quella struttura urbana che ne caratterizza una storia delicata e complessa: i quartieri spagnoli. Dovuto è il richiamo alla collaborazione con un altro insigne pensatore, Gerardo Marotta, fondatore dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, anch’egli venuto a mancare.

Come potrei dimenticare quando, giovane studentessa di architettura alla Federico II di Napoli, non trascuravo di seguire le lezioni di Filosofia morale di Masullo, presso la vicina sede della sua Facoltà? E c’è stata una relazione, guidata dall’altrettanta enorme sapienza di un altro grande uomo recentemente scomparso e a me infinitamente caro: Corrado Beguinot (http://www.elodiarossi.it/corrado-beguinot-il-mio-maestro/). Seguirono i tempi in cui s’indagava, all’interno di un gruppo di ricerca internazionale sugli studi urbani (cui orgogliosamente appartenevo), sulle relazioni tra spazio-tempo-velocità e capacità percettiva in differenti contesti architettonici. Mi si apriva un mondo nuovo e la mia attenzione all’architettura affrontava orizzonti affascinanti e più intensi. Orizzonti che hanno guidato e guidano ancora le mie scelte e non solo architettoniche. C’è una morale in questo: l’architettura diviene un veicolo. Ma è una storia lunga, alla quale ho fatto cenno in alcuni articoli precedenti (per esempio: http://www.elodiarossi.it/le-dimensioni-dellarchitettura/http://www.elodiarossi.it/v-le-dimensioni-dellarchitettura/).

Grazie Corrado Beguinot. Grazie Gerardo Marotta. E grazie Aldo Masullo.

Senza di voi, quest’Italia già martoriata a me appare genuflessa.

Senza voi, siamo tutti più poveri.

Corrado Beguinot, il mio maestro

Gen
11

Qualche giorno fa, il 6 gennaio 2018, il professore Corrado Beguinot si è spento.

Lascia un’eredità enorme di saperi e pensieri dedicati al suo principale obiettivo di vita lavorativa: dare un contributo deciso, forte, consapevole, al governo dello sviluppo urbano.

Il professore Beguinot non è stato soltanto un grande architetto e urbanista. E’ stato un innovatore, un anticipatore, con una tale capacità d’intuizione che è patrimonio solo delle menti eccelse.

Lucido pensatore, affrontava i temi della città cablata quando ancora nessuno ne aveva percepito il senso. Né mai i decisori, a cui erano destinati tanti e tali studi tradotti in pubblicazioni, hanno avuto la capacità di comprenderne il significato vero, quel significato che avrebbe di certo contribuito a frenare l’impeto delle spasmodiche e irrazionali conurbazioni.

Ma il professore Beguinot non si è mai arreso. Consapevole della violenza disastrosa del processo di crescita urbana e dell’incapacità di governo ai differenti livelli, ancora prima che s’intuisse la problematica dei disordini interrazziali, lui già affrontava i temi della civile convivenza, affinché la pluralità etnica fosse vista come una risorsa e non come un problema. Non società multietniche, diceva, ma società inter-etniche.

Con questo spirito e obiettivo è arrivato nelle massime sedi del potere istituzionale, alle Nazioni Unite, mettendo in moto una macchina produttiva di grande spessore culturale e coinvolgendo menti interdisciplinari, allo scopo di affrontare il problema da ogni punto di vista.

Con lui sono stata alle Assemblee Generali dell’ONU (e ai vari eventi promossi in collaborazione con le Agenzie delle Nazioni Unite) perché la voce della Delegazione Italiana – da lui, Presidente della Fondazione di Studi Urbanistici Aldo Della Rocca, capeggiata – fosse ascoltata; con lui ho scritto volumi sul tema, con lui ho lavorato a lungo, fino alla fine.

Questa è una foto recente, che feci a casa sua nel corso di una sosta lavorativa. La trovo piacevole, lui ride. E’ un bel ricordo.

Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare intensamente il professore, il mio professore, per oltre trent’anni. Ho lavorato con lui fin da quando, alla fine degli anni Ottanta, era Presidente del Consorzio MIXER (I.R.I.). Potrei dunque parlare delle sue qualità professionali scrivendo pagine su pagine e senza stancarmi. Ma ho letto tanti articoli pubblicati in questi giorni: il web è pieno, pieni ne sono i giornali.

C’è però un aspetto della sua vita che non tutti hanno avuto il privilegio di conoscere: la sua infinita disponibilità umana. E io sento il dovere, oggi più che mai, di sottolineare quanto questo aspetto sia stato importante nella mia storia professionale e quotidiana.

Il professore Corrado Beguinot è stato (ed è) per me un padre, un consigliere, un grande e insostituibile amico. Mi lascia molti impagabili insegnamenti: un metodo di lavoro che mi ha sempre aiutata, un modo di scrivere senza compromessi, la consapevolezza di affrontare l’obiettivo – qualunque esso sia – con grande determinazione, la responsabilità di una meta comune. Ma non di meno l’esortazione di tendere all’umiltà, non professionale ma di animo.

E ora purtroppo mi lascia anche una forte malinconia.

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