Elodia Rossi

Erosione del Suolo: cause e rimedi

Ott
16

Due anni fa, alla fine del 2015, l’Inghilterra (per voce dell’Università di Sheffield) sagacemente sottopone uno studio al Congresso sul clima di Parigi. Si tratta del Congresso che dà vita all’Accordo sul clima (rif. Articolo L’altra faccia dell’Accordo di Parigi).

È uno studio importante, serio nelle premesse (a mio giudizio, incompleto nell’individuazione delle cause e dei rimedi), circostanziato sulla problematica dell’erosione del suolo. Dopo tanto, mi chiedo come mai anche questo tema non sia stato neppure citato all’interno dell’Accordo, visto che si tratta di una tragedia planetaria e non soltanto britannica.

Ecco il dato riportato nello studio: in quarant’anni l’erosione ha distrutto un terzo dei terreni coltivabili e il fenomeno è in aumento.

Ecco le cause individuate: ripetute arature con continui movimenti del suolo (causa della dispersione delle sostanze organiche nell’atmosfera e conseguente indebolimento del terreno, con l’abbassamento della capacità di trattenere le acque e la conseguente riduzione delle crescite di piante), inquinamento, uso eccessivo della quantità di terra arata.

Ecco le soluzioni proposte nello studio: uso di fertilizzanti naturali, impiego di piante con minore bisogno di fertilizzanti, rotazione delle colture e conseguente riduzione delle arature (soluzione piuttosto complessa, visto che la produzione agricola è destinata ad aumentare del 50% in breve tempo, dato il previsto aumento vertiginoso della popolazione mondiale), parziale conversione dei terreni a pascolo (pari al 30% di quelli coltivabili).

Per quanto la proposta inglese sia stata sagace nell’incitare ad affrontare temi concreti, chiedo un attimo di riflessione. Perché basta un attimo per capire che manca la relazione con la più grande delle cause e, di conseguenza, manca la più concreta delle soluzioni.

Quali?

La principale causa, a mio giudizio (tratta dall’intersecazione dei dati ufficiali): gli allevamenti intensivi.

La principale soluzione, a mio giudizio: l’annientamento degli allevamenti intensivi, ovviamente, oltre la derivata contrazione dei bisogni effimeri urbani.

Perché affermo questo?

Chi ha letto il mio articolo Città, effetto serra e allevamenti intensivi probabilmente già avrà capito a cosa mi riferisco.

Riprendo alcuni concetti: il 25% della superficie terrestre è occupata da allevamenti intensivi (dato in vertiginosa crescita); un terzo delle risorse idriche planetarie viene impiegato per gli allevamenti intensivi e il 70% dei cereali prodotti è destinato a questo drammatico e dannoso meccanismo alimentare. Esorto alla lettura del Meet Atlas redatto dalla Fondazione tedesca Heinrich Boll, per capire quali dimensioni abbia raggiunto il consumo di carne nel mondo e quali conseguenze si stanno subendo (devo dire, giustamente).

Nel solo anno 2016 sono stati prodotti 2.569 milioni di tonnellate di cereali (Fonte: FAO), di cui ben 1.798,3 sono stati riservati agli allevamenti intensivi. La coltivazione dei cereali richiede l’impiego del 46% (circa 750 milioni di ettari) di tutta la terra coltivabile. Ciò significa che il 32,2% della terra coltivata è asservita ai bisogni degli allevamenti intesivi. E significa che ben 525 milioni di ettari hanno la medesima destinazione.

In termini differenti, senza gli allevamenti intensivi la disponibilità di suolo agricolo aumenterebbe della componente pari al 25% delle terre emerse (quota dovuta all’occupazione degli stabilimenti) + 32,2% della terra coltivata (componente dovuta alle produzioni di cereali destinate agli allevamenti). Vale a dire che avremmo 37.250 + 5.250 = 42.500 migliaia di chilometri (circa il 30% della superficie terrestre) in più per vivere secondo Natura, abbattendo anche massicciamente l’effetto serra e l’inquinamento delle falde idriche.

Senza contare l’incidenza del consumo di acqua. L’ho detto: un solo chilo di carne bovina necessita dell’impiego di 15.000 litri. Vado oltre: la produzione annuale di carne ha superato i 300 milioni di tonnellate. Vale a dire che il relativo consumo di acqua si aggira intorno ai 4,5 miliardi di litri annui. Ne vogliamo parlare ancora? Non basta?

Abbiamo vissuto un’estate con una carenza d’acqua enorme, dalle grandi città ai piccoli paesi. Ed è ancora così. Il cielo non aiuta più (non può, d’altronde), non piove, piove poco. Quando accade, bombe d’acqua si riversano su interi territori e la capacità della terra, già compromessa, di trattenerne la portata è poca o quasi nulla.

Fatto sta che la carenza d’acqua è diventato uno dei temi scottanti della contemporaneità.

Perché? Perché ai livelli di governo nessuno interseca dati reali e trae somme concrete? Nessuno trasferisce massicciamente le amare verità su quello che è il più grande dramma planetario, la cui risoluzione condurrebbe alla salvezza della terra.

Mi chiedo se i potenti si soffermino mai sulla vita dei loro stessi figli. Possibile che gli interessi economici siano più importanti?

Noi uomini, e solo noi, siamo macchine di distruzione di massa.

Infine, una curiosità: il rapporto inglese afferma che si sta procedendo verso la produzione di suolo adatto solo a edificare. Dovremmo essere contenti, noi architetti? Non scherziamo.

 

N. 8 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Giu
02

Riprendo a parlare di come alcune città affrontano la spasmodica crescita urbana. Ovviamente, come ho detto nei precedenti articoli di questa serie, la mia analisi riguarda i temi dello sviluppo attraverso architetture innovative e capaci di sostenere un percorso di mitigazione del drammatico danno ambientale in atto.

Senza alcuna preoccupazione di risultare tediosa, insisto sul concetto secondo cui non tutto ciò che si costruisce è architettura. L’architettura è arte, non banale edificazione. In quanto tale, l’architettura è – e deve essere – innovazione. Deriva da un percorso di ricerca assiduo, ragionato, intelligente, che mira a guidare il paesaggio verso nuovi scenari orientati al futuro. Il resto non è architettura. Nella migliore delle ipotesi è ripetizione senza crescita. Nella peggiore, è disastro paesaggistico e ambientale.

Nelle città, l’orientamento all’orizzontalità, che ha caratterizzato le espansioni urbane per lunghi Secoli di storia, oggi andrebbe evitato. Il Piano Urbano deve tener conto dello sconvolgente problema dell’uso indiscriminato del suolo, in ragione delle tendenze inarrestabili di fabbisogno abitativo. La città cresce, l’ho dimostrato con dati certi, in maniera esponenziale. Questa incontenibile propensione deve portare a riflessioni attente che non possono essere semplicemente risolte analizzando nostalgicamente (e, direi, ingenuamente) il passato della città, sentimento generalmente traducibile nel convincimento – per la gran parte dei siti urbani, fatta eccezione per alcune metropoli nate più recentemente e sviluppate secondo piani razionali – di utilizzare l’orizzontalità per via di irragionevoli continuità di tessuto o di orientamento storico.

Il pensiero architettonico internazionale, quello vero, affronta magistralmente la problematica e propone soluzioni interessanti in diverse città internazionali. L’Europa si difende bene con gli esempi di alcune Capitali. Ma c’è ancora qualche Nazione, come l’Italia, che stenta a capirne la portata e l’importanza. Lungo discorso, già più volte affrontato: faccio riferimento all’articolo Passato e Futuro per quanto riguarda le motivazioni. Grande responsabilità della politica, ma anche di un pensiero obsoleto che si è diffuso come una metastasi incontrollabile. È ora di dire basta. Intanto Milano sembra essersi convinta, finalmente è in via di guarigione e propone qualche buona pratica (che ritengo ancora timida), come quella del Bosco Verticale progettato da Stefano Boeri per il quartiere di Porta Nuova.

E se, a mio giudizio, l’Hendless Vertical City di Londra (Rif. Art. N.5 Spazi e Luoghi dell’Architettura) rappresenta una delle più affascinanti e convincenti esplorazioni dell’architettura contemporanea, orientata al futuro per innovazione e alla tutela ambientale per concezione, molte altre espressioni formali consacrano l’idea di una nuova visione del costruire.

Mentre il botanico Patrick Blanc dal 1994 suggerisce giardini verticali anche all’interno di cuori storici, come nel caso di Parigi, nell’intenzione ben riuscita di portare il verde dove manca, i maestri dell’architettura sono chiamati a un duplice compito decisamente più impegnativo: risolvere il problema dell’espansione assicurando il diritto all’abitazione. Un compito spesso frainteso dal comune pensare, fino a scorgere insinuazioni aberranti e massificanti del tipo: come l’architettura altera la natura. Meglio lasciar stare.

Viene dall’Europa, più precisamente dall’Olanda, il progetto del Peruri 88 per JaKarta in Indonesia.

Sono gli architetti Winy Maas, Jacob van Rijs e Nathalie de Vries (studio MVRDV) a firmare questo pluri-formale edificio alto 400 metri, articolato in aree-giardino per abitazioni, hotel, spazi comuni, una moschea, un enorme cinema, un anfiteatro all’aperto, una wedding house, molti negozi e uffici, parcheggi, e altro ancora. Una città/campagna nella città che, per la verità, è già abbastanza verde. L’immagine è visibile sul sito dello studio MVRDV, www.mvrdv.nl/en.

Un progetto interessante, che tuttavia non rientra nei miei gusti architettonici (ma è un’opinione personale), al contrario del Green 8 progettato per governare Alexanderplatz a Berlino.

Green 8 è opera intellettuale dei professionisti tedeschi dello studio Architects Agnieszka Preibisz e di Peter Sandhaus. Un’enorme elica che punta al cielo e, da una certa prospettiva, si traduce visivamente nella forma del numero 8 (o infinito, se letto diversamente); una città verticale che accoglie serre e giardini pensili su ogni piano, oltre che orti urbani per la coltivazione autonoma del cibo. Per vederla, basta visitare il sito web dello studio Architects Agnieszka Preibisz  (http://www.apcon-berlin.de).

Contrazione estrema di consumo del suolo, massima espansione volumetrica in sezione orizzontale centrale, bilanciamento dei pesi attraverso la forma elicoidale regolare, suggestione visiva dovuta anche agli effetti di luce e, diversamente dalle altre città giardino, minore ostentazione in facciata della cospicua presenza del verde con derivazione dell’esaltazione architettonica. A me piace molto.

N. 7 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Mag
09

Nell’articolo N. 1- Spazi e Luoghi dell’Architettura ho, tra l’altro, effettuato una sommaria analisi dei dati su popolazione, territorio e densità abitativa nel mondo. Dati poi ripresi e diversamente elaborati negli articoli successivi.

Nell’articolo N. 2- Spazi e Luoghi dell’Architettura, in particolare, ho introdotto anche dati riguardanti il disturbo ambientale prodotto dalle conurbazioni – ma anche dalle medie urbanizzazioni – all’intero Pianeta. Ricordo che sul 10% della superficie terrestre (occupata dalle grandi urbanizzazioni e pari a 14.900 migliaia di kmq) vivono 7,125 miliardi di persone, mentre sul restante 90%, pari a 134.100 migliaia di kmq, ne vivono 0,375. E ricordo, più in generale, che la superficie del globo occupata da insediamenti umani è pari a 1/10 della complessiva superficie delle terre emerse. Qui vive il 95% della popolazione mondiale.

Riprendo adesso il tema del diffuso consumo (e danno) ambientale. Il 4 di aprile 2017, nel richiamato articolo N. 2- Spazi e Luoghi dell’Architettura riportavo alcuni dati tratti da fonti istituzionali (FAO, UN, IEA). Ciò che ne risultava, relativamente al solo periodo 1 gennaio (ore 0,00) – 4 aprile 2017 (ore 15,30), è appresso sintetizzato.

Nel mondo, 1.333.351 ha di foreste sono state distrutte e 1.795.065 ha di terra coltivabile è stata erosa (Fonte: FAO – Dimension of need: Restoring the land). La desertificazione ha raggiuto la soglia di 3.076.707 ha (Fonte: United Nations Convention to Combat Desertification). Di conseguenza, cresce vertiginosamente l’emissione di CO2, attestandosi a poco meno di 10 miliardi di tonnellate (Fonte: IEA – International Energy Agency). Infine, le sostanze tossiche rilasciate nell’ambiente corrispondono a 2.510.793 tonnellate (Fonte: United Nations Environment Program). Dati rilevati in tempo reale.

Da allora sono passati soltanto trentacinque giorni. Voglio far capire con quale velocità viaggia il violento consumo ambientale globale. Per questa ragione, riprendo le stesse fonti istituzionali e riporto i corrispondenti dati alla giornata di oggi, ore 13,02.

Nel mondo, 1.830.834 ha di foreste sono state distrutte e 2.464.802 ha di terra coltivabile è stata erosa (Fonte: FAO – Dimension of need: Restoring the land). La desertificazione ha raggiuto la soglia di 4.224.589 ha (Fonte: United Nations Convention to Combat Desertification). L’emissione di CO2 si attesta a 13,42 miliardi di tonnellate (Fonte: IEA – International Energy Agency). Le sostanze tossiche rilasciate nell’ambiente misurano 3.447.427 tonnellate (Fonte: United Nations Environment Program).

Tiro le somme. In trentacinque giorni soltanto, si badi, sono stati distrutti 497.483 ha di foreste, è stata erosa una quantità di terra coltivabile pari a 669.737 ha, la desertificazione è aumentata di 1.147.882 ha, altri 3,42 miliardi di tonnellate (in difetto) di CO2 sono stati dispersi nell’ambiente e le sostanze tossiche rilasciate sono aumentate di 936.634 tonnellate.

Senza contare che l’aumento vertiginoso di questi dati è soggetto a costante accelerazione.

Ripeto. Questi numeri riguardano solo gli ultimi trentacinque giorni. Ne resto atterrita, come d’altronde – credo – ognuno che si fermi a riflettere. E dinanzi a tanto può sembrare vana ogni azione umana: siamo piccoli esseri in un ampio Universo. Piccoli esseri ma, tutti insieme, abbiamo una grande responsabilità: quella di avanzare verso il collasso del sistema Terra. È una guerra contro la sopravvivenza della Natura, contro noi stessi, contro l’equilibrio globale.

L’architettura (e con essa l’ingegneria), l’ho già detto, può offrire il suo contributo in termini di positività e riduzione degli impatti. Un contributo non banale, se tradotto in comune presa di coscienza. Continuerò a parlarne.

N. 5 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Apr
15

Quinto articolo su Spazi e Luoghi dell’Architettura.

Le baraccopoli, di cui ho parlato nel precedente articolo, rappresentano la più nefasta delle espressioni della città orizzontale.

Il consumo del suolo, la prima delle problematiche che investono gli orientamenti dello sviluppo progressivo orizzontale delle aree urbane, sta determinando ripercussioni abnormi. D’altro canto, i dati riportati nei precedenti articoli, se ragionati e mirati alle dimensioni delle città, sono inequivocabili.

Si corre ai ripari, in qualche modo e in alcune realtà urbane decisamente orientate al futuro. Roma è perdente. L’ho detto più volte e ne ho chiarito alcune delle motivazioni. E non finirò mai di contrappormi allo sconcertante coro di voci che, troppo spesso, s’alza a inneggiare la vocazione della Capitale all’orizzontalità. L’intenzione di approfondire questo argomento, mi porterà ad analizzare Roma come ultima città del mio percorso riflessivo.

Londra, diciamolo, non è nata come una città orizzontale? Ma guarda al futuro, è internazionale, intelligentemente articolata verso un cambio di rotta che non significa rinnegamento della sua storia, piuttosto crescita organica e sapiente. Londra osserva i dati, cerca di superare il degrado, muove nella direzione della contrazione dell’uso del suolo. In termini diversi, viaggia verso la verticalizzazione. E forse non è bella? Non è più bella di prima? Più articolata, più affascinante, innovativa e coerente. Dai fumi, simili a quelli di New York, al superamento percettivo di essi verso l’alto, come New York. Oggi Londra, come Chicago e Berlino e Singapore e Vancouver, fa un ulteriore passo in avanti, avvicinandosi anche ai temi delle fattorie verticali, luoghi del vivere e del produrre autonomamente.

Ma è proprio Londra (più estesamente, l’Inghilterra) la sede privilegiata di una corrente di pensiero che intravedeva, già dal XIX Secolo, la necessità di un cambio di rotta. Che dire delle significative intuizioni di Owen e di Howard, che hanno determinato una rivoluzione nel pensare l’architettura e l’urbanistica di lì a venire? Le ottocentesche e novecentesche sperimentazioni e gli studi sulle città ideali fondavano prevalentemente sul concetto di abitare nella natura, superando la quota della superficie terrestre. Le città giardino, in contrapposizione alle periferie giardino (introdotte, direi, per distorsione delle intenzioni dei padri fondatori, le cui realizzazioni erano prevalentemente destinate a classi sociali privilegiate), già allora nascevano dalla volontà di liberare la città dalla crescente congestione e dotare i cittadini del rapporto continuo con il verde, pur restando in ambito urbanizzato. L’approccio di partenza, per la verità inizialmente tradotto in satelliti urbani (come nel 1907 Hampstead alla periferia di Londra, oppure nel 1921 Floreal e Logis nella periferia di Bruxelles), ha però rappresentato una pedana di lancio importante per una ricerca di grande fascino.

Da allora si è fatta tanta strada, anche se l’inaspettata mutazione della società mondiale ha talvolta prodotto mostri, spesso distogliendo da un percorso probabilmente vincente se affrontato razionalmente e metodicamente. Tant’è vero che oggi, dopo quasi due Secoli di storia, finalmente l’idea di città giardino torna a trionfare con sperimentazioni e proposte di elevato approccio architettonico ed estensioni funzionali.

Così, mentre Chicago già vanta la sua fattoria verticale, la FarmedHere a Bedford Park, altre città muovono verso la nuova idea di città giardino. È il caso, ad esempio, della Green8 nel centro di Alexanderplatz a Berlino, progettata da Architects Agnieszka Preibisz e Peter Sandhaus. Ma è anche il caso del progetto pensato dallo studio Japa Architects per rispondere al fabbisogno alimentare delle città asiatiche: affascinanti torri a elementi circolari non concentrici e mobili, ossia in grado di cambiare direzione per favorire l’illuminazione delle aree verdi.

Londra si distingue ancora, con la proposta per Shoreditch della Endless Vertical City: alta 300 metri, questa torre è progettata dallo studio SURE Architecture per racchiudere un ecosistema e costituire, da sola, una città. Destinata a contenere l’insieme delle funzioni urbane essenziali, continuamente rapportate a spazi verdi dimensionalmente ragguardevoli, è una fabbrica d’impronta vagamente decostruttivista, con soluzioni che ammorbidiscono e disorientano piacevolmente, rappresentativa dunque di una nuova concezione formale dell’architettura. Consiglio di visitare il sito ufficiale della SURE Architecture (http://www.sure-architecture.com), dove si trovano immagini bellissime di questo edificio.

L’impianto strutturale (pensato in tubolari d’acciaio) è progettato per reggere su una superficie di base di mq 3.318 e produrre, in verticale, ben 165.855 mq di aree a verde. Una città verde nella città storica.

Per quanto il concetto di ecosistema introdotto come uno degli obiettivi progettuali, a mio parere potrebbe destare alcune obiezioni, è pur vero che l’approccio fonda su basi ecologiche anche nella scelta dei materiali costruttivi e di finitura. In ogni caso, dal mio punto di vista è stupefacente.

L’obiettivo della riduzione del consumo di suolo è affrontato sia in termini orizzontali, ossia con la contrazione della superficie terrestre impiegata per la realizzazione della costruzione, sia in termini di amplificazione delle aree verdi ai vari piani, con la dotazione di veri e propri giardini privati e collettivi.

Si tratta di una decisa e coerente risposta all’orientamento odierno della ricerca urbanistico/architettonica su scala planetaria.

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