Elodia Rossi

Architettura e Ambiente: Riciclaggio dei Rifiuti

Mar
19

L’Architettura è ambiente, l’ho già detto. Ma quale relazione ha l’architettura con il tema del riciclaggio dei rifiuti?

A prescindere da considerazioni riguardanti la buona progettazione degli ambienti in cui si effettua la cernita dei materiali e il riciclaggio, sono convinta che la salvaguardia ambientale in senso lato sia di giovamento all’architettura. Ambienti puliti che accolgono i risultati delle buone pratiche progettuali.

Esiste un’altra componente da tener presente, ossia quella riguardante i derivati del riciclaggio: vetro, carta, alluminio, eccetera. Questi derivati sono materie prime anche per l’architettura e la buona conoscenza di essi, il relativo corretto impiego, determinano maggiore equilibrio tra edificazione e ambiente.

Tornando specificamente al riciclaggio dei rifiuti, solo per dovere di analisi, esamino alcune questioni di carattere generale.

Tutti sappiamo quanto enorme sia l’affare che sottostà il riciclaggio. E sappiamo quali interessi (e quali poteri) vi girano intorno. Siamo perfino consapevoli dell’amara verità secondo cui – a prescindere dalle strumentali campagne pubblicitarie – solo una parte dei rifiuti selezionati viene reimpiegata.

Nuovi e innovativi macchinari per la trasformazione si stanno facendo faticosamente strada in un mercato difficile da penetrare. E potrebbero essere una speranza, in ragione delle effettive potenzialità che posseggono. Ma quanto sono interessanti per chi presiede il settore? Potrebbero esserlo solo se transitassero attraverso il loro stesso governo.

Il punto che voglio trattare, il nodo vero di questa questione, è in una domanda che pongo alla discussione di tutti voi che mi leggete. Crediamo davvero che la soluzione al problema dei rifiuti sia esclusivamente dipendente da buoni sistemi di raccolta e di riciclaggio?

Quello che penso è che il primo e più importante elemento di buon governo risieda nella necessità di produrre meno rifiuti. La quantità di materiali di scarto – riciclabili o meno – che oggi produce l’umanità è sproporzionata. Se – dopo aver acquistato prodotti, ad esempio, in un supermercato – si suddivide la reale materia desiderata da tutto ciò che è confezionamento, ci si rende conto di aver pagato per portare a casa soprattutto immondizia. E riflettendoci un po’ sopra, ci si rende conto di quali affari miliardari vi girano intorno. Chiedo: c’è la volontà reale di risolvere un problema che sta devastando l’intero Pianeta?

Economia, economia verde, economia a sostegno dell’ambiente, oppure interessi, potenti gruppi capaci di influenzare l’attività del legislatore e le decisioni dei governi? Perché il legislatore non si preoccupa di contrarre la smodata commercializzazione di rifiuti?

Quale contributo potrebbe dare l’architettura a questo sistema malato? In maniera diretta, nessuno: è evidente. In via trasversale, certamente producendo edifici con capacità di gestione autonoma di alcuni dei materiali di rifiuto. Qualche buona pratica è facilmente rintracciabile nel web.

Architettura e Ambiente: Energie Rinnovabili

Mar
17

Architettura e Ambiente: sembrerebbe un binomio, caratterizzato da due distinte entità benché interagenti. Non è così perché l’architettura è, essa stessa, ambiente.

Ciò che oggi passa per Economia Verde (in anglosassone, Green Economy) include tutti quei provvedimenti destinati alla contrazione dell’impatto ambientale, tramite azioni a favore della sostenibilità. Si parla di energie rinnovabili, di riciclaggio dei rifiuti, di riduzione dei consumi.

Non mi soffermo sul concetto di sviluppo sostenibile, a mio parere avulso dalla realtà e da me criticato in alcuni studi e pubblicazioni, ritenendo più utile parlare di sviluppo meno insostenibile.

Desidero, invece, analizzare i tre capisaldi dell’Economia Verde, partendo – tramite questo articolo – con quello relativo alle energie rinnovabili.

Bisogna prima rimettere al loro posto i concetti. Le energie rinnovabili sono il sole, il vento, l’acqua. Pannelli solari, eolico, termodinamico, altro non sono che strumenti di cattura delle energie.

Emergono alcune contraddizioni tra la tutela dell’ambiente e l’impiego di alcuni di questi strumenti, che possono ricondursi a due grandi temi: l’estetica e la salvaguardia naturale.

Il tema estetico

I pannelli solari, ad esempio, sono antiestetici e l’impatto che generano sul paesaggio è davvero notevole. Un impatto negativo che si deve soprattutto all’usuale modalità di applicazione di questi strumenti: cineree distese pannellate su tetti e coperture d’ogni tipo, con frequente alterazione visiva della sagoma d’origine. Ne derivano paesaggi snaturati e stilisticamente squalificati (laddove è apprezzabile qualche stile). Qui dovrebbe correre in soccorso il buon architetto, ricercando modalità applicative in grado di annientare (o, perlomeno, contrarre) il danno estetico. Qualche studio interessante è emerso nel corso dei recenti anni, come quello della creazione di un finto albero portante le pannellature. Non male, ma bisognerebbe approfondire, migliorare e produrre nuove idee. Un buon aiuto viene soprattutto dall’introduzione di nuovi strumenti di cattura, come le tegole solari, il cui impatto visivo si riduce drasticamente, spesso fino all’annientamento.

Personalmente non trovo altrettanto antiestetiche le pale eoliche. Talvolta producono suggestioni piacevoli su alcuni paesaggi. Ma qui, problemi di altra natura sono davvero insostenibili.

Il tema della salvaguardia naturale

Oltre la questione estetica, già di grande rilevanza e parte attiva nella salvaguardia paesaggistica, mi permetto di porre qualche circostanziato dubbio sul tema della tutela naturale in senso ampio, vale a dire sull’effettiva capacità di contrazione dell’impatto ambientale funzionale. Mi sono sempre chiesta: quando il ciclo di vita dei pannelli solari si esaurisce (mediamente 15-25 anni), dove e come sono smaltiti questi strumenti, visto che si tratta di rifiuti assimilati agli elettronici? Né, come spesso strumentalmente affermano le aziende di settore, viene in soccorso il D.Leg. n. 49/2014, visto che il tanto richiamato art.40 pone l’accento più sui meccanismi di incentivazione che su altro. Senza contare che l’intero Capo II (Deposito preliminare alla raccolta, raccolta, trattamento adeguato e recupero) appare più orientato all’organizzazione degli smaltimenti e meno alle relative modalità. Qualche cenno si rinviene nell’art. 18, ma è poca cosa surrogata da molti rimandi a futuri Decreti, Accordi di Programma, e altro ancora. La verità è che la quantità potenziale di materiale da smaltire preoccupa e non poco. Bisognerà confidare sulle ricerche mirate alla rigenerazione dei pannelli. Ma converrà al mercato?

E tutto questo, senza aver fatto cenno alla più consistente delle contraddizioni: qualche esperto mi dice che la produzione di un pannello solare richiede più energia di quanta esso ne possa produrre lungo il suo ciclo di vita. Insopportabile.

Per le pale eoliche, il problema dello smaltimento è ancora più gravoso. Il ciclo di vita delle turbine si aggira intorno ai 25 anni e le pale raggiungono perfino dimensioni di 90 mt in lunghezza. Come smaltirle, visto che oggi – nonostante contengano elementi tossici – finiscono in discarica? E poi è stato accertato, tra le numerose componenti negative, che questi strumenti di cattura hanno il potere di deviare le rotte degli uccelli migratori (talvolta addirittura di sterminare intere popolazioni in migrazione), generando un danno enorme agli ecosistemi di cui l’uomo, non si dimentichi, è parte attiva. Qualche buon auspicio giunge dal settore, ancora acerbo, del micro-eolico. Speriamo bene.

La dolorosa verità è che siamo negli ambiti sfacciati dei grandi affari. Sono nate e nascono come funghi aziende di produzione di strumenti per la cattura delle energie rinnovabili e, di pari passo, aziende per i relativi smaltimenti. Piogge di incentivi pubblici, dunque, a sostegno di uno scenario che manca di efficaci normative e cozza contro alcuni principi della tutela ambientale. Se per economia verde s’intende anche il buon riciclaggio dei rifiuti, non è forse una contraddizione in termini?

Quali soluzioni? Ce ne potrebbero essere e ne parlerò.

Amici architetti, anche qui è necessario il nostro contributo e, prima ancora, la conoscenza e l’analisi dei fatti.

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