Elodia Rossi

N. 14 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Lug
12

La tormentata storia dei Piani Regolatori di Roma è fatta più di modifiche e proroghe che di disegno urbano vero e proprio.

Il primo PRG, datato 1873 non è mai attuato, ma è ripreso da Viviani dieci anni dopo, nel 1883, modificato, adeguato e integrato. Dopo 26 anni, Sanjust di Teulada redige un nuovo PRG che viene subito approvato: è il 1909 e lo strumento ha una sua ragion d’essere, pur con alcune discutibili scelte d’impostazione.

Poi gli anni del Razionalismo, di cui ho parlato nel precedente articolo, e Piacentini (insieme a Giovannoni) è chiamato a proporre un nuovo disegno urbano: è il 1931. Immediatamente approvato e finanziato nel 1932, questo strumento si rivela finalmente adeguato. Gli anni del conflitto arrestano però l’ascesa urbanistica della Capitale. Il dopoguerra produce forme di arroganza edilizia e così, tra varianti e modificazioni, il Piano è largamente dimenticato.

Nel 1954 è la Commissione di Elaborazione Tecnica (CET) a produrre un nuovo Piano, sulla base degli indirizzi generali dettati dal Consiglio Comunale (lungamente discussi). Nonostante ciò, nel 1958 è lo stesso Consiglio a respingere questo strumento.

Arriva il 1962 e – allo scadere delle norme di salvaguardia – Piccinato, Fiorentino, Lugli, Passarelli, Valori (altrimenti detti la Commissione di Cinque) sono chiamati alla redazione di un ulteriore nuovo strumento di governo di Roma. Qui mi soffermo un attimo. E mi soffermo perché, a mio parere, questo è un grande esempio di pianificazione. Lungimirante, adeguatamente innovatore nell’insieme e correttamente conservatore in parti (motivo delle critiche subite, mai da me comprese), questo strumento imposta la sua razio sulla consapevolezza di dover sgravare il Centro di tutte le funzioni che avrebbero potuto, col tempo, determinare congestione e irrazionalità. Nasce l’idea di SDO (Sistema Direzionale Orientale), ossia di un asse attrezzato che, oltre ad attrarre le più dense funzioni (Ministeri e altre Sedi di Potere, grandi imprese de terziario, eccetera), localizza l’espansione residenziale.

Mai ho capito le polemiche, ancora oggi direi strumentali, secondo cui questo piano va visto come una riaffermazione delle idee del ventennio. Perché non vederlo semplicemente come la presa di coscienza che Roma deve espandersi razionalmente, anche in ragione dell’assorbimento delle buone pratiche passate e della confutazione di quelle inadeguate?

E difatti, molto più tardi – lo dirò tra poco – intense campagne pubblicitarie accompagnano l’annuncio di un nuovo PRG che riprende l’idea dello SDO, fuori tempo e fuori luogo. Intanto Roma è cambiata e le logiche di sviluppo sono più difficili.

Purtroppo il grande piano del 1962 è presto sottoposto a raccapriccianti varianti. Dopo trent’anni di vicende varie, di contrasti e rinvii, nel 1995 le ipotesi operative del piano del ’62 sono definitivamente trasformate, con gravi conseguenze per lo sviluppo della città. In modo particolare, all’interno di questo arco temporale, nel 1974 (con l’approvazione della Variante del ’67 ) s’intraprende una ben diversa direzione per l’assetto infrastrutturale romano.

La Variante al P.R.G. del 1967, esecutiva appunto nel 1974, propone il trasferimento di alcune delle funzioni dell’Asse Attrezzato al nuovo progetto di costruzione di un anello intorno alla città. Così, il collegamento con le direttrici Nord – Sud – Est e con l’aeroporto dell’Asse Attrezzato vengono affidate al G.R.A. Da arteria di attraversamento della città l’Asse diventa un tronco viario al servizio esclusivo del G.R.A. Una variazione di ruolo che stravolge le funzioni proprie dell’Asse e, di riflesso, quelle di supporto che la circonvallazione nascente avrebbe potuto esercitare nell’infrastrutturazione generale del territorio di Roma. (Rif. mia pubblicazione Roma e la sua area metropolitana, MIXER, Roma, 1992)

Il Grande Raccordo Anulare, dunque, è inserito nella maglia infrastrutturale di Roma con uno scopo iniziale ben preciso e, per certi versi, sottratto all’Asse Attrezzato del progetto SDO: quello di costituire un raccordo viario tra gli assi della viabilità nazionale provenienti dalle varie direzioni, in modo da evitare l’attraversamento della città nel caso di proseguimento oltre essa. Purtroppo questo disegno concettualmente logico, curato dall’ANAS sia per la progettazione che per la realizzazione, manifesta le sue carenze fin dal principio non tenendo conto né degli aspetti urbanistici generali né delle possibili proiezioni territoriali. Così, in tempi davvero molto brevi, in parte coincidenti addirittura con il compimento dell’opera (che ha richiesto molti anni di lavoro) il GRA diventa una realtà che incide prepotentemente su qualsiasi sviluppo alternativo. Diviene un’arteria interna all’urbanizzazione e determina la creazione, in alcuni tronchi continua, di insediamenti vari, sia legali che abusivi, quale derivazione di investimenti finanziari, spesso di scarso valore (Rif. mia pubblicazione I tracciati della mobilità nell’evoluzione storica di Roma, in I territori di Roma, Università degli Studi Roma 2, anno 2002).

Non finisce qui.

Negli anni a seguire, trova spazio l’avvicendarsi di interventi parziali (come Interventi per Roma Capitale), generalmente derivati da leggi. Fin quando, dopo lunghi anni di esamine, discussioni, valutazioni, eccetera, nel 2008 viene approvato il nuovo Piano Regolatore Generale. Un delirio.

Faccio un passo indietro. È il 2003 e si è nel pieno del dibattito (osservazioni, controdeduzioni, pareri, eccetera) riguardante il già predisposto PRG. Io sono chiamata da un Ente deputato alla valutazione, per dare la mia opinione sullo strumento predisposto e redigere il relativo rapporto, con particolare attenzione alle scelte per la mobilità urbana. Ne riporto una sintesi (frutto di non poca generosità):

Si tratta di un piano che sembrerebbe essere redatto con “cautela”: vale a dire che non si evincono particolari scelte determinanti macroscopiche azioni sul territorio; piuttosto vanno a rafforzarsi le logiche spontanee che la città sta assumendo nel tempo.

La politica di decentramento adottata ed enfatizzata nella relazione del Piano, tuttavia e soltanto a scopo analitico/costruttivo, pone più di un quesito. In un’ottica più generale, il rapporto tra sistema per la mobilità come rappresentato e poli di decentramento funzionale potrebbe rivelarsi, nel tempo, un fattore di criticità dovuto, in modo particolare, alla rigidezza – che in questo caso sarebbe destinata a crescere – degli assi per l’accessibilità.

In particolare, la politica di decentramento che il piano adotta sembrerebbe non essere una scelta innovativa destinata a orientare la città verso una nuova direzione di sviluppo: i poli individuati tutto sommato corrispondono a quelle realtà che anche oggi esercitano funzioni di decentramento. Varrebbe forse la pena riflettere ancora su quanto questi poli possano contribuire allo snellimento del peso gravitazionale che il Centro di Roma sopporta in maniera preoccupante.

Il sistema per la mobilità previsto desta preoccupazione: non sono state operate scelte “forti”, in grado dunque di far fronte alle crescenti esigenze della città. Il G.R.A., supportato da sistemi tangenziali, ancora viene proposto come elemento di ricezione e smistamento del traffico sia in entrata che in uscita, benché esso rappresenti ormai un’arteria interna. Con le nuove scelte, inoltre, al GRA viene conferito un ruolo di maggiore incisività e un peso che l’anello avrà difficoltà a sostenere.

Il tema del Sistema Direzionale Orientale, che sembrava essere – a giudicare dalla letteratura giornalistica degli ultimi anni – l’aspettativa più attesa del nuovo Piano, in verità è stato riproposto tal quale a quanto contenuto nel Piano del 1962 e, proprio in ragione dell’approccio policentrico del nuovo Piano, con un ruolo decisamente marginale rispetto ad allora. Dal ’62 ad oggi molte cose sono cambiate e la complessità della città è avanzata insieme alla complessità delle aree del grande Polo SDO. Probabilmente la scelta di non enfatizzare i quattro comparti dello SDO deriva, appunto, da una diversa visione programmatica. Tuttavia, suggerirei per motivi di utilità e di maggiore comprensione, che questa tematica dovrebbe essere, se non diversamente trattata, certamente motivata all’interno del nuovo Piano.

In seguito, in sede di approvazione, lo SDO è nuovamente sparito. Il piano sta manifestando tutte le sue carenze e illogicità.

Foto di Magyar – Fonte Pixabay

La Capitale che ha dominato il mondo non merita questo massacro. Non è possibile che Roma non abbia un reale programma di sviluppo.

N. 12 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Lug
03

Roma, dal lucido razionalismo all’incerto divenire.

Fiera d’un glorioso passato, composta in uno spazio vitale ancora modesto, Roma apre le porte ai sapienti processi logici della scienza e della tecnica. Siamo tra le due guerre e la purificazione della forma architettonica introduce una differente ma non meno intensa emozione nell’osservatore. È il grande Razionalismo Italiano.

Con già alle spalle il materialismo storico e il positivismo, l’eco degli innovativi insegnamenti del Bauhaus con Walter Gropius, la percezione del cambiamento che produce l’attività di Mies van der Rohe, i principi del Vers une Architecture di Le Corbusier e perfino il Costruttivismo russo giungono in Italia e s’insediano a Milano. Nasce il Gruppo 7 per poi trasformarsi nel Movimento Italiano per l’Architettura Razionale (MIAR).

Roma non sta a guardare e, nonostante il contraccolpo inferto dal regime all’esposizione del 1931 (che provoca, a distanza di un solo anno, lo scioglimento del MIAR), vive un momento di grande innovazione urbanistica e formale. Difatti, se è vero che la corrente internazionale viene adattata alle esigenze del potere politico, è altrettanto vero che il derivato stile littorio produce architetture monumentali intense e proiezioni urbanistiche magistrali.

Nasce il Raggruppamento Architetti Moderni Italiani che, proiettato verso una nuova espressività formale in continuità con la storia, esalta la supremazia dell’Architettura Italiana. Il neoclassicismo semplificato monumentale, la metafisica e il razionalismo sembrano fondersi e Piacentini propone uno schema di architettura che sintetizza cultura ufficiale e innovazione.

Piazzale della Farnesina – Foto di S. Cappitelli

Così, mentre giovani architetti – come Libera, De Renzi, Ridolfi, Samonà – disegnano edifici pubblici ispirati alle idee razionaliste e disseminati nel centro di Roma, altri architetti – Piacentini, Piccinato Pagano, Rossi e Vietta – strutturano il piano urbanistico dell’EUR.

Le opere si moltiplicano. Tra le altre, nasce il Foro Italico, vasto impianto sportivo ai piedi di Monte Mario – lo Stadio dei Marmi, lo Stadio dei Cipressi, l’Accademia di Educazione Fisica, eccetera, fino allo Stadio dei Centomila, oggi detto Olimpico – sul disegno urbanistico unitario di Enrico Del Debbio.

Scorcio del Foro Italico – Foto di S. Cappitelli

Roma dunque cresce, finalmente si sviluppa secondo un piano organico e geniale, procede verso il mare (verso Ostia) nell’intenzione di aprirsi al dominio geografico del Mediterraneo, già egemonia di Napoli. Ma non fa in tempo. Giunge il secondo conflitto, poi il dopoguerra, poi l’epoca dei palazzinari. Il razionalismo è prima piegato, poi annientato.

Seguono gli anni dello sviluppo urbano smodato, della nascita delle grandi e scomposte periferie. Poi il grande Giubileo del Millennio e Roma, eterna città storica, mal sopporta la massa di turisti e pellegrini. Reagisce con un atteggiamento vagamente internazionale – come nelle intenzioni del governo urbano – e si trasforma non assecondando le sue qualità, ma secondo un principio che non le appartiene. Poi giunge il fenomeno immigratorio e il relativo malgoverno (non interpretato come risorsa, ma come problema) e Roma soffre. È al collasso.

Oggi Roma è una città difficile, quasi ingovernabile, in perenne conflitto tra la gloria del passato e l’incertezza del futuro. La storia dei Piani Regolatori (di cui parlerò nel prossimo articolo), l’avvicendarsi di questi strumenti pianificatori puntualmente inadeguati, la mancanza di una coscienza collettiva formata a guardare lontano, la presunzione di conservare il ruolo di Caput Mundi solo attraverso ciò che è stato, hanno determinato un danno immenso a quella che avrebbe potuto essere la perla del mondo in eternità.

Purtroppo oggi non s’intravedono le forme del divenire urbano.

 

N. 11 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Giu
29

Inizio a parlare di Roma.

Dopo aver affrontato New York, città nuova (si potrebbe dire) ed esempio di grande abilità pianificatoria, affronto la città che si è sviluppata per lunghi Secoli senza disegno urbano e che – a mio parere, più di tutte al mondo – è l’esempio tanto del fascino quanto della contraddizione.

Foto di Emilia Rossi

Parlare di Roma non è facile. Con un pizzico di presunzione, credo di avere un merito: quello di aver vissuto questa città intensamente e, per questo, di averne compreso alcuni elementi che facilmente sfuggono alla gran parte delle persone. Ogni realtà urbana non è fatta di soli aspetti estetici e funzionali. È innanzi tutto lo specchio del rapporto tra luogo fisico e vita: questo è il punto fondamentale.

Non mi basterà un solo articolo. E prima di affrontare un’analisi più urbanistica, desidero riportare (solo in parte) un brano tratto dal mio romanzo Roma dei desideri, pubblicato nel 2015 (Rif. pagina Scrittura di questo Blog). Si tratta di una pagina a cui sono affezionata perché la sento vera, maturata nel tempo, perfino sofferta. Credo sia utile anche per trasmettere lo spirito con cui voglio affrontare questo difficile argomento.

<Ho letto tanto di questa città (…) ho scritto tanto e tanto si è scritto; troppo oppure troppo poco, dipende dai punti di vista.

Roma della bellezza, Roma del turismo, Roma dei monumenti, eccetera eccetera: ma la Roma della gente (…) com’è?

Non è la città del turismo. E’ la città delle mille emozioni. Roma è un mondo complesso e, nel momento in cui la vivi, corri il rischio di perderla. 

E’ talmente vasta, talmente bella, talmente contorta, talmente contraddittoria, talmente inusuale, talmente affascinante e perfino talmente perversa che non è possibile ammirarla nel suo splendore, né obiettarla nella sua distorsione.

E’ inquietante.

Eppure Roma è Roma: unica, sentimentale, magica e pericolosa.

Cerchi di mettere insieme tutti i suoi aspetti, cerchi di costruirne un’immagine in qualche modo utile e onesta e finisci col renderti conto che non è possibile, che mancano elementi, che ti sfugge nella sua grandiosa complessità.

Allora sei costretto a valutarne gli aspetti uno per volta, o due per volta, o tre per volta: potrai sentirti appagato se non sei ambizioso e se hai la coscienza di capire che si tratta di aspetti di Roma e non di Roma.

Roma è tutto e può essere niente nel momento in cui distrugge le costruzioni, apparentemente logiche, che di essa hai fatto.

Roma è fortuna e miseria; è bellezza e terrore; è gloria e distruzione; è fatica e speranza; è storia e presente. E’ uno sguardo sul futuro e paura dell’avvenire.

Roma è di tutti e di nessuno.

E’ presente e dispersiva; totalizzante e, a volte, inesistente.

Roma fa paura. (…)

No, certamente non fa paura a quelli che arrivano per visitarla con l’aiuto della mappa del Touring e per fotografare il Colosseo o i Fori Imperiali o il Cupolone. In questi casi Roma è vanesia e si lascia ammirare. Credo che non faccia paura neppure a chi la vive in maniera metodica o superficiale o ristretta.

Roma fa paura a chi la conosce bene; a chi va a indagare oltre quell’immagine di meraviglia che rivelano certe sue pietre composte o certe notti di luna piena; a chi ha il gusto di guardarci dentro, di smembrarla e ricomporla, di viverla in ogni manifestazione; a chi ha la fortuna e la disgrazia di assaporarla nella sua perversione; a chi ha il coraggio di mostrarsi a essa nudo e di vederla apparire nuda.

Roma fa paura a chi riesce ad amarla. (…)

L’immagine della città magica, fatta di bellezza e divertimento, è un fuoco di paglia che svanisce presto se non si alimenta la fiamma con altri valori. La devi conquistare poco alla volta: punto e basta. E non è detto che ci riesci. (…)

Roma è il punto geografico ove ha fine la logica e nasce l’irrazionale. Ma è anche l’esatto contrario.

Roma disorienta.

(…) quanti ruoli ha avuto, nel corso della sua storia millenaria: Roma di eterna memoria storica, Roma monumentale, Roma papale, Roma politica, Roma ministeriale, Roma Capitale, Roma metropoli, (…)

E forse non è mai stata diversa da oggi. Si, sembrerebbe diversa da quell’antica Roma degli Imperatori che ogni libro di storia racconta. (…) pensare alla Roma vera, al suo Centro, al suo cuore (…) ai rimpianti che riesce a suscitare immaginando il passato. (…) è così, dai segni, che si evocano i tempi trascorsi, si materializza la storia, la si scompone e ricompone, la si rivive. (…)

Però oggi Roma non è soltanto la città dei monumenti. C’è dell’altro, oggi. La sua periferia sterminata; la sua dimensione complessa. E’ qui che Roma perde la sua identità. (…)

E’ la più elevata contraddizione della storia e del presente. E’ pure il fascino, la paura e il mistero del futuro. Roma è morte e resurrezione secondo un ciclo continuo e faticoso.

E’ una specie di droga: l’assapori e non te ne liberi mai più. (…)

Roma dei ricchi, dei poveri, dei forti, dei deboli, dei potenti e di chi subisce: le mura, le strade, ogni cosa rivelano la contraddizione, fino alla gente che ci vive.

Prova a interpretare i luoghi. Se la conosci bene, ti accorgi di cose che stupiscono, del mescolamento delle parti, della intersezione di fatti contrastanti. La stazione Termini, rifugio di gente emarginata, povera, dimenticata, è a duecento metri, in linea d’aria, da Via Veneto, emblema della ricchezza, del lusso, del piacere.

Prova a imboccare Viale dei Parioli da Piazza Ungheria, percorrilo e vedrai che, in un batter d’occhio, ti trovi allo Stadio Flaminio. Prova a fare questa passeggiata di sera. Vedrai come si passa dai colori sobri delle facciate parioline, alle illuminazioni delle ‘lucciole’ che si addensano intorno al grigiore dello Stadio. Lo stesso Centro Antico, la città bella, perla unica, è circondato da un complesso di forme inqualificabili. Sono varietà di colori cupi, di spazi assurdi, che costituiscono i petali di un fiore il cui centro è incantato.

Roma è tutto questo e molto di più. E tutto è rappresentato col filtro della sua spaventosa quanto irrazionale superbia. Roma è come un nobile decaduto, che continua a fare il nobile: conserva il suo sangue blu, ma vive nella miseria.

La contraddizione che scorgi nelle mura, nelle parti, nelle strade, è tale anche nella vita di tutti i giorni, nei rapporti umani.

Alla Roma vera si contrappone e si identifica la Roma della finzione: tanto nei luoghi quanto nella gente. E’ anche in questo il suo smisurato fascino e la sua insopportabile violenza. (…)

Roma è devastata dalla contraddizione e da essa stessa è innalzata.

Mi sono chiesta spesso da dove potesse derivare tale disarmante constatazione. Ma se pensi alla Roma degli Imperatori, non ti pare che vi sia stata tanta ambiguità in quella straordinaria quanto disperata cultura? Eppure allora Roma era complessa ma non disordinata.

Roma è ingovernabile.

E sai, soltanto chi vive Roma, e non chi vive a Roma, si rende conto di tutto questo. E’ una trappola che affascina e disgusta dalla quale è difficile uscire.

Roma è effimero e profondità.

E’ la città di tutti: del potente che vive (talvolta a basso costo) in una magnifica casa nel cuore storico, del nobile che assegna il nome al palazzo dove abita, del cardinale che si aggira in lussuosi ambienti, dell’attore famoso che abita l’attico al centro, del produttore e dell’industriale che narrano gloria e ricchezza; ma anche del povero che abita le squallide borgate, del prete che gestisce la piccola parrocchia in periferia, del disadattato che dorme alla stazione ferroviaria, dell’extracomunitario che vaga nel quartiere in qualche modo a lui destinato, del barbone che muore per strada in mezzo ai rifiuti, del finto attore che si aggira nel mondo degli “arrivati”, del finto produttore che narra gesta mai state e mai possibili, del finto industriale che arriva ospite a casa dell’amico dalla vicina provincia, del drogato che ruba per garantirsi il giornaliero grammo di eroina, di chi impazzisce da un giorno all’altro e passa dalle mura di una casa alle scale di Trinità dei Monti, di chi fatica per tener salda di giorno la sua reputazione e si muove di notte nella polvere della miseria, delle “lucciole” e dei transessuali del Lungotevere Flaminio.

Roma è un pozzo senza fondo.

E’ la città che coinvolge tutti e sfugge a tutti: Roma è di nessuno. E quelli che la vivono, la amano, combattono per questo rapporto, mossi da un desiderio che solo Roma può scatenare. Ma è una lotta che stanca, è perenne. (…)

Roma è assassina.

Roma è un campo di carne. (…)

E’ una donna dai mille volti. E’ una maschera che cambia forma: è di creta e viene plasmata continuamente su di un palcoscenico che non può intervenire. Sembra uno spettacolo dei Mummenschatz.

E’ la rappresentazione continua, vivente, di un’opera di Pirandello. E’ uno, nessuno e centomila volti: e prima o poi, se non sei votato all’effimero, li becchi tutti!

Alla prossima.

 

N. 10 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Giu
20

New York, primo luogo al mondo alla scala dei tempi nuovi, dalle parole di Le Corbusier. È così.

Dopo la dolorosa illustrazione di qualche esempio di città mondiale che contiene spazi di vita disastrosa, come le favelas (Rif. Art. N. 4 – Spazi e Luoghi dell’Architettura), voglio parlare di quella che, a mio parere, è la città più interessante tra tutte: New York.

Se le favelas costituiscono un macroscopico esempio di vita urbana ben lontana dall’integrazione, New York fonda la sua vittoria anche sulla capacità di gestione del fenomeno immigratorio. Cerchiamo di capire.

Oggi New York è una città in equilibrio che ha conquistato questo genere di ambiziosa qualità con l’avvicendarsi di epoche ed esperienze non semplici, perfino drammatiche. Ciò che ha costituito l’elemento vincente, il fulcro della conquista di stabilità, è stata la capacità di avvalersi di una pianificazione intelligente (perfino inusuale nelle scelte), razionalmente fondata sul bene collettivo e non sull’interesse privato.

È il 1524 quando Giovanni da Verrazzano giunge sulla terra che oggi ospita New York, trovando un luogo popolato da tribù indiane. Un Secolo dopo, la Compagnia olandese delle Indie torna in esplorazione (con Hudson) e vi trasferisce alcune famiglie, insediandole nell’area battezzata New Amsterdam (l’attuale Manhattan). Gli Inglesi, poco dopo, conquistano questa terra, dedicandola nominativamente al duca di York. Poi la Guerra d’Indipendenza, poi la liberazione dagli inglesi, secondo percorsi scanditi da grandi inquietudini e conflitti intestini, mentre la città inizia la sua grande espansione e, nel ‘700, l’isola di Manhattan già conta oltre trentamila abitanti. In poco meno di un Secolo, diventano un milione. Siamo all’Ottocento, periodo di grandi cambiamenti e forti contrasti: l’immigrazione inizia la sua esponenziale scalata dal Vecchio Continente, quando la città non ha le giuste risorse per affrontarne la portata. E così, nonostante siano state realizzate importanti opere pubbliche (tra cui le ferrovie up e under ground, che danno immediatamente l’impulso alla costruzione di altri quartieri fuori Mahnattan, come Bronx e Uptown), epidemie di colera, scontri interni, insoddisfazioni, sfruttamento, violenza, corruzione, caratterizzano un luogo che sembra destinato alla sofferenza. New York trema e decide di avviare un Piano Urbanistico per Manhattan, affidandolo a Gouverneur Morris, S. De Witte e J. Rutherford. Il Piano viene approvato nel 1811 e costituisce il primo provvedimento unitario di efficace razionalizzazione urbana per una città esistente.

Questo strumento regolatore, nato con l’obiettivo di contenere l’espansione dell’isola fino alla fine dell’800, rendendola capace di ospitare due milioni e mezzo di persone, fonda su una concezione di articolazione urbanistica decisamente inusuale e rivoluzionaria (in termini anche fisici), disponendo quella maglia di strade che caratterizza oggi la città. 12 lunghe Avenues (di circa 20 km), che si estendono da nord a sud, e 155 Street (di circa 5 km) ortogonali alle prime. Un tracciato perfettamente regolare, a scacchiera, interrotto esclusivamente dalla più antica e diagonale Broadway, impossibile da smantellare perché già attrattore privilegiato di interessi urbani. Una sola enorme area non lottizzata corrisponde al luogo che oggi ospita il Central Park, inizialmente destinato a piazza d’armi.

New York inizia la sua vera e grande ascesa e quei lotti (posti tra le maglie ortogonali composte dalle strade) che erano stati pensati per ospitare l’abitato cominciano a sviluppare la città verticale, superando ogni aspettativa perfino della magistrale opera di pianificazione. D’altronde, oltre ogni buon piano c’è il governo del territorio, la capacità o meno della sua attuazione. Così alcune leggi, emanate immediatamente dopo il 1811, gestiscono le logiche costruttive interne ai lotti, evitandone la costruzione smodata e prevedendo la distribuzione di aree a verde. Nascono servizi pubblici e privati di ogni tipo, oltre quartieri residenziali d’eccellenza lungo la Fifth Avenue, nonostante il clima ancora complicato del periodo pre-bellico. Giunge il Novecento, la Grande Guerra e il crollo di Wall Street, con le conseguenze che tutti conosciamo. New York non si arrende e riconquista presto il suo dominio finanziario e perfino artistico. Nasce il World Trade Centre. Tuttavia folle di immigrati affluiscono in città. La gestione avviene quasi naturalmente, destinando porzioni di quartieri alle differenti etnie e limitando, in questo modo, gli scontri. Nasce Little Italy, poi Chinatown, eccetera. La solidità derivante dal riconoscimento, anche spaziale ed evocativo, delle differenti comunità, aiuta molto nella mescolanza della vita quotidiana oltre i luoghi del rifugio o delle radici.

Oggi – tra luci e colori, austerità e sobrietà –  la grande New York è il risultato di questo magistrale percorso che avrebbe potuto essere emulativo per tante realtà urbane, se non altro per quanto attiene i temi dell’immigrazione.

Little Italy è una piccola Nazione funzionale all’interno di una grande città. Ma non esclude. Le favelas, gli slum, sono luoghi di non integrazione, di separazione, di disordine e miseria.

La storia – che definisce la caratterizzazione di ogni popolo – dovrebbe condurre a scelte razionali. Ma la storia di alcune grandi città non ha aiutato o, meglio, non è stata interpretata dai governi nel giusto modo. La mescolanza di popoli con diversità enormi non può essere gestita senza garantire il dovuto richiamo a usi e costumi aborigeni.

E infatti, mentre Roma – che ha ben più storia di New York – si ostina a perseguire un tipo di integrazione fondata sulla mescolanza indiscriminata (la componente percentuale maggiore di immigrati occupa il I Municipio, ossia il Centro più antico della Capitale) uscendone sistematicamente perdente, New York ha vinto con la sua straordinaria politica dell’accoglienza nel rispetto delle radici di ogni popolo.

Vista dalla sede delle N.U.

Il 31 Ottobre 2014 ho partecipato, nell’aula dell’Assemblea delle Nazioni Unite a New York, al 1st World Cities Day, evento fondato sull’intensa attività di studio del gruppo di ricerca italiano (di cui faccio parte) afferente alla Fondazione Aldo Della Rocca e guidato del prof. Corrado Beguinot. L’evento è stato promosso dalle missioni permanenti italiana e cinese presso l’ONU, sostenuto da United Nation Alliance of Civilation, da United Nations Human Settlements Programme (UN-Habitat) e dall’Istituto Americano degli Architetti (AIA). In questa sede Mr. Brown, Presidente dell’AIA, sosteneva che New York fosse l’esempio migliore di coerenza e integrazione.

Per Lance Jay Brown, dunque, New York è una città all’avanguardia, attualmente la migliore città al mondo. Per le modalità con cui è stata pianificata facilita la sostenibilità, è predisposta a migliorarsi costantemente riguardo i suoi grandi sistemi interni. Aveva ragione.

 

(Tutte le foto di questo articolo sono state scattate da me tra ottobre e novembre 2014)

N. 9 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Giu
06

Una breve ma intensa carrellata di soluzioni architettoniche del tipo città verde verticale può affidarsi all’analisi delle opere di Vincent Callebaut. Nato in Belgio soltanto 40 anni fa, è già uno dei mostri sacri dell’architettura contemporanea. Vive a lavora a Parigi, è consigliere regionale dell’Ile-de-france, possiede un enorme patrimonio di progetti innovativi affidati a modalità costruttive ecologiche e altamente innovative.

Callebaut interpreta il futuro urbano come un’immersione profonda nella natura più varia. Aria, acqua, terra e fuoco trovano spazio nelle sue ideazioni, senza trascurare però né il ruolo della verticalizzazione, né quello dell’innovazione formale. Movimento o staticità, sinuosità o rigidezza (a seconda dei casi e delle ambientazioni), esplosioni, implosioni, esternazioni inaspettate di una mente in grado di parlare all’Universo.

La coscienza della necessità di un cambiamento di rotta per il divenire urbano si mescola abilmente con il richiamo alla foresta attraverso le più avanzate tecniche e tecnologie. Edifici dalle forme di alti boschi avvicinano i tessuti storici senza alterarne la memoria. La città procede verso il cielo, è autosufficiente, non richiede spazi di suolo circostante da urbanizzare a verde perché è essa stessa verde. Le progettazioni di Callebaut trasmettono questa percezione, austera e difficile per chi non riesce a capire che la verticalizzazione è l’unico appiglio alla vita urbana del futuro.

Agroecologia e sistemi alimentari sostenibili impostati su torri di legno che s’intersecano, in grado di fronteggiare i cambiamenti climatici attraverso sistemi economici e ambientali alternativi, per il progetto Hyperions destinato a New Delh

Foreste verticali autonome, anche energeticamente, a mutare il paesaggio di gare Maritime a Bruxelles, con il progetto Tour & Taxis.

Con edifici a forma di DNA, il progetto Citytrees (anche detto DNA Towers) per Yangzhou (Cina), costituisce un habitat produttivo, generando più energia di quanta necessaria al suo fabbisogno. Gli edifici elicoidali sono progettati anche riciclare i propri rifiuti.

Ancora sulla scia del combattere il cambiamento climatico attraverso l’architettura, nasce il progetto Paris Smart City 2050. Otto Torri plus- energetiche per Parigi, introducono la natura nel cuore urbano e propongono innovativi metodi di cattura dell’energia.

E che dire di Dragonfly? L’edificio metabolico per l’agricoltura urbana di New York? Fonda sulla disponibilità agricola per coltivazioni autonome, all’interno di un complesso misto (alloggi, uffici, laboratori di ingegneria ecologica, eccetera). Una vera e propria azienda verticale, dotata di tutte le forme dell’agricoltura biologica (anche con produzione intensiva e mutante col variare delle stagioni). Un tipo di agricoltura peraltro pensata per il riutilizzo dei rifiuti biodegradabili e per la produzione e conservazione dell’energia. Geniale.

Tra le molte altre progettazioni di Callebaud ce n’è anche una per Roma. All’interno della Città della Scienza, s’inserisce – tra l’altro – un complesso di torri quali ecosistemi urbani autosufficienti per la trasformazione del distretto militare in disuso (ex caserme di via Guido Reni). L’obiettivo progettuale è quello di introdurre un nuovo modo di urbanizzare scommettendo sulla biodiversità: basse emissioni di carbonio, energie rinnovabili, materiali verdi e tecnologie di automazione altamente innovative.

Per quanto tra tutti i progetti di Callebaut è quello che mi piace di meno, questa elaborazione per la Città della Scienza avrebbe potuto dare una spinta non di poco conto alla Capitale, sensibilizzando a una nuova concezione del costruire. Ma è stato scelto il progetto dello Studio 015 Viganò, anch’esso fondato su principi di autosufficienza ma non caratterizzato dall’esplosione in altezza. Senza nulla togliere alla qualità dell’idea vincitrice, continua a dispiacermi l’ostinazione di Roma a privilegiare l’orizzontalità.

N. 8 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Giu
02

Riprendo a parlare di come alcune città affrontano la spasmodica crescita urbana. Ovviamente, come ho detto nei precedenti articoli di questa serie, la mia analisi riguarda i temi dello sviluppo attraverso architetture innovative e capaci di sostenere un percorso di mitigazione del drammatico danno ambientale in atto.

Senza alcuna preoccupazione di risultare tediosa, insisto sul concetto secondo cui non tutto ciò che si costruisce è architettura. L’architettura è arte, non banale edificazione. In quanto tale, l’architettura è – e deve essere – innovazione. Deriva da un percorso di ricerca assiduo, ragionato, intelligente, che mira a guidare il paesaggio verso nuovi scenari orientati al futuro. Il resto non è architettura. Nella migliore delle ipotesi è ripetizione senza crescita. Nella peggiore, è disastro paesaggistico e ambientale.

Nelle città, l’orientamento all’orizzontalità, che ha caratterizzato le espansioni urbane per lunghi Secoli di storia, oggi andrebbe evitato. Il Piano Urbano deve tener conto dello sconvolgente problema dell’uso indiscriminato del suolo, in ragione delle tendenze inarrestabili di fabbisogno abitativo. La città cresce, l’ho dimostrato con dati certi, in maniera esponenziale. Questa incontenibile propensione deve portare a riflessioni attente che non possono essere semplicemente risolte analizzando nostalgicamente (e, direi, ingenuamente) il passato della città, sentimento generalmente traducibile nel convincimento – per la gran parte dei siti urbani, fatta eccezione per alcune metropoli nate più recentemente e sviluppate secondo piani razionali – di utilizzare l’orizzontalità per via di irragionevoli continuità di tessuto o di orientamento storico.

Il pensiero architettonico internazionale, quello vero, affronta magistralmente la problematica e propone soluzioni interessanti in diverse città internazionali. L’Europa si difende bene con gli esempi di alcune Capitali. Ma c’è ancora qualche Nazione, come l’Italia, che stenta a capirne la portata e l’importanza. Lungo discorso, già più volte affrontato: faccio riferimento all’articolo Passato e Futuro per quanto riguarda le motivazioni. Grande responsabilità della politica, ma anche di un pensiero obsoleto che si è diffuso come una metastasi incontrollabile. È ora di dire basta. Intanto Milano sembra essersi convinta, finalmente è in via di guarigione e propone qualche buona pratica (che ritengo ancora timida), come quella del Bosco Verticale progettato da Stefano Boeri per il quartiere di Porta Nuova.

E se, a mio giudizio, l’Hendless Vertical City di Londra (Rif. Art. N.5 Spazi e Luoghi dell’Architettura) rappresenta una delle più affascinanti e convincenti esplorazioni dell’architettura contemporanea, orientata al futuro per innovazione e alla tutela ambientale per concezione, molte altre espressioni formali consacrano l’idea di una nuova visione del costruire.

Mentre il botanico Patrick Blanc dal 1994 suggerisce giardini verticali anche all’interno di cuori storici, come nel caso di Parigi, nell’intenzione ben riuscita di portare il verde dove manca, i maestri dell’architettura sono chiamati a un duplice compito decisamente più impegnativo: risolvere il problema dell’espansione assicurando il diritto all’abitazione. Un compito spesso frainteso dal comune pensare, fino a scorgere insinuazioni aberranti e massificanti del tipo: come l’architettura altera la natura. Meglio lasciar stare.

Viene dall’Europa, più precisamente dall’Olanda, il progetto del Peruri 88 per JaKarta in Indonesia.

Sono gli architetti Winy Maas, Jacob van Rijs e Nathalie de Vries (studio MVRDV) a firmare questo pluri-formale edificio alto 400 metri, articolato in aree-giardino per abitazioni, hotel, spazi comuni, una moschea, un enorme cinema, un anfiteatro all’aperto, una wedding house, molti negozi e uffici, parcheggi, e altro ancora. Una città/campagna nella città che, per la verità, è già abbastanza verde. L’immagine è visibile sul sito dello studio MVRDV, www.mvrdv.nl/en.

Un progetto interessante, che tuttavia non rientra nei miei gusti architettonici (ma è un’opinione personale), al contrario del Green 8 progettato per governare Alexanderplatz a Berlino.

Green 8 è opera intellettuale dei professionisti tedeschi dello studio Architects Agnieszka Preibisz e di Peter Sandhaus. Un’enorme elica che punta al cielo e, da una certa prospettiva, si traduce visivamente nella forma del numero 8 (o infinito, se letto diversamente); una città verticale che accoglie serre e giardini pensili su ogni piano, oltre che orti urbani per la coltivazione autonoma del cibo. Per vederla, basta visitare il sito web dello studio Architects Agnieszka Preibisz  (http://www.apcon-berlin.de).

Contrazione estrema di consumo del suolo, massima espansione volumetrica in sezione orizzontale centrale, bilanciamento dei pesi attraverso la forma elicoidale regolare, suggestione visiva dovuta anche agli effetti di luce e, diversamente dalle altre città giardino, minore ostentazione in facciata della cospicua presenza del verde con derivazione dell’esaltazione architettonica. A me piace molto.

N. 7 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Mag
09

Nell’articolo N. 1- Spazi e Luoghi dell’Architettura ho, tra l’altro, effettuato una sommaria analisi dei dati su popolazione, territorio e densità abitativa nel mondo. Dati poi ripresi e diversamente elaborati negli articoli successivi.

Nell’articolo N. 2- Spazi e Luoghi dell’Architettura, in particolare, ho introdotto anche dati riguardanti il disturbo ambientale prodotto dalle conurbazioni – ma anche dalle medie urbanizzazioni – all’intero Pianeta. Ricordo che sul 10% della superficie terrestre (occupata dalle grandi urbanizzazioni e pari a 14.900 migliaia di kmq) vivono 7,125 miliardi di persone, mentre sul restante 90%, pari a 134.100 migliaia di kmq, ne vivono 0,375. E ricordo, più in generale, che la superficie del globo occupata da insediamenti umani è pari a 1/10 della complessiva superficie delle terre emerse. Qui vive il 95% della popolazione mondiale.

Riprendo adesso il tema del diffuso consumo (e danno) ambientale. Il 4 di aprile 2017, nel richiamato articolo N. 2- Spazi e Luoghi dell’Architettura riportavo alcuni dati tratti da fonti istituzionali (FAO, UN, IEA). Ciò che ne risultava, relativamente al solo periodo 1 gennaio (ore 0,00) – 4 aprile 2017 (ore 15,30), è appresso sintetizzato.

Nel mondo, 1.333.351 ha di foreste sono state distrutte e 1.795.065 ha di terra coltivabile è stata erosa (Fonte: FAO – Dimension of need: Restoring the land). La desertificazione ha raggiuto la soglia di 3.076.707 ha (Fonte: United Nations Convention to Combat Desertification). Di conseguenza, cresce vertiginosamente l’emissione di CO2, attestandosi a poco meno di 10 miliardi di tonnellate (Fonte: IEA – International Energy Agency). Infine, le sostanze tossiche rilasciate nell’ambiente corrispondono a 2.510.793 tonnellate (Fonte: United Nations Environment Program). Dati rilevati in tempo reale.

Da allora sono passati soltanto trentacinque giorni. Voglio far capire con quale velocità viaggia il violento consumo ambientale globale. Per questa ragione, riprendo le stesse fonti istituzionali e riporto i corrispondenti dati alla giornata di oggi, ore 13,02.

Nel mondo, 1.830.834 ha di foreste sono state distrutte e 2.464.802 ha di terra coltivabile è stata erosa (Fonte: FAO – Dimension of need: Restoring the land). La desertificazione ha raggiuto la soglia di 4.224.589 ha (Fonte: United Nations Convention to Combat Desertification). L’emissione di CO2 si attesta a 13,42 miliardi di tonnellate (Fonte: IEA – International Energy Agency). Le sostanze tossiche rilasciate nell’ambiente misurano 3.447.427 tonnellate (Fonte: United Nations Environment Program).

Tiro le somme. In trentacinque giorni soltanto, si badi, sono stati distrutti 497.483 ha di foreste, è stata erosa una quantità di terra coltivabile pari a 669.737 ha, la desertificazione è aumentata di 1.147.882 ha, altri 3,42 miliardi di tonnellate (in difetto) di CO2 sono stati dispersi nell’ambiente e le sostanze tossiche rilasciate sono aumentate di 936.634 tonnellate.

Senza contare che l’aumento vertiginoso di questi dati è soggetto a costante accelerazione.

Ripeto. Questi numeri riguardano solo gli ultimi trentacinque giorni. Ne resto atterrita, come d’altronde – credo – ognuno che si fermi a riflettere. E dinanzi a tanto può sembrare vana ogni azione umana: siamo piccoli esseri in un ampio Universo. Piccoli esseri ma, tutti insieme, abbiamo una grande responsabilità: quella di avanzare verso il collasso del sistema Terra. È una guerra contro la sopravvivenza della Natura, contro noi stessi, contro l’equilibrio globale.

L’architettura (e con essa l’ingegneria), l’ho già detto, può offrire il suo contributo in termini di positività e riduzione degli impatti. Un contributo non banale, se tradotto in comune presa di coscienza. Continuerò a parlarne.

N. 6 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Mag
08

Quali le radici della drammatica crisi socio-urbanistica odierna? Quali rapporti tra ideologie e risultati? Quali relazioni tra pensatori e territorio?

Non è un caso che l’ideologia socialista, tradotta in socialismo utopistico e poi contrastata dal socialismo scientifico, muove grandi passi all’alba della prima rivoluzione industriale. La realtà produce pensiero, più spesso di quanto il pensiero produca realtà. La corsa al rimedio, spesso inconsapevole e illusoria, appartiene a quelle menti che tentano di guardare oltre, che provano a proiettare nel futuro le possibili ricadute di trasformazioni sociali apparentemente convincenti.

Così è stato per Marx, con la sua affascinante teoria sulla giustizia sociale attraverso la socializzazione delle risorse economiche e la distribuzione equa del capitale. Teoria però ben presto crollata, nonostante un certo contributo in termini di differente visione dell’assetto societario che ha sollevato movimenti e mutato il tessuto economico planetario. L’idea della trasformazione attraverso la nascita di un proletariato industriale e dello sviluppo della lotta di classe rivoluzionaria, fondamenti del nascente comunismo, muovevano verso l’annientamento della produzione in capo al privato e l’affermazione della collettività nella gestione della produzione e perfino verso l’abolizione della disparità tra città e campagna. Quale messaggio per l’urbanistica? Perché questo è il punto, questo qui interessa, visto che – a scanso di equivoci – non ho alcuna intenzione di eseguire un’analisi politica.

Contrariamente a ogni previsione, basti concentrarsi sulla ben più drammatica disparità odierna tra città e campagna, vertiginosamente crescente nel corso di due Secoli, per capire come ben presto il pensiero marxista – che non ha fatto i conti (ma non avrebbe potuto) né con le ambizioni e le contraddizioni della mente umana, né con le violente (in termini temporali) trasformazioni industriali – ha visto l’affermarsi della sua utopia. E quel proletariato, che per Marx rappresentava l’anello mancante all’affermazione decisa del socialismo, ha nel tempo contribuito – anche per l’avvicendarsi della seconda e terza rivoluzione industriale – alla nascita del nuovo capitalismo. Fattostà che oggi nel mondo 8 uomini posseggono 426 miliardi di dollari, praticamente quanto possiedono 3,6 mliardi di individui, pari alla metà più povera del pianeta. E fattostà che il fenomeno è in aumento e oggi l’1% dell’umanità possiede più del restante 99%. Affermazioni contenute nel Rapporto Oxfam e divulgate in occasione del World Economic Forum.

Ma oggi è anche e soprattutto la città il luogo della disparità, il luogo che accoglie ogni condizione sociale, ben oltre la campagna ormai divenuta periferia del mondo. Un processo incontrollabile che sta alla base dell’odierno dramma urbano.

Anticipatrice, in qualche modo opposta e più concreta è stata l’esperienza di Robert Owen. Quello stesso Owen che noi architetti siamo portati a ricordare solo per il grande contributo in termini di città-giardino (ancora oggi, sempre più coinvolgente modello di sviluppo urbano meno insostenibile – l’esempio, tra i tanti, dell’Endless Vertical City ne è una conferma), è stato un concreto socialista, un uomo che ha combattuto intensamente anche sul duro campo di battaglia della trasformazione urbana. Non soltanto un teorico, dunque.

Tramite le sue azioni, Owen ha tradotto il socialismo utopistico in concretezza, riconducendolo alla prima forma di socialismo realmente attuata, basata sul riformismo e mirata alla costruzione di una società collaborativa. Ha così costituito associazioni comunitarie e filantropiche, fondate sulla fratellanza e sul comunitarismo. Fin quando, nel 1817, ha enunciato il suo modello socio-urbanistico tramite il disegno di una città ideale, già allora considerando pregnante il rapporto tra urbanizzazione e Natura.

Il suo piano attribuisce 1.500 acri di terreno a 1.200 abitanti. Su pianta edilizia quadrilatera (tre lati sono composti dalle abitazioni, l’ultimo dai dormitori per bambini), destina l’interno agli edifici pubblici suddivisi in settori funzionali e immersi nel verde. Oltre il quadrilatero distribuisce orti e giardini; ancora oltre le strade di collegamento e, più in là, gli impianti industriali. Il piano di Owen rappresenta il primo disegno urbanistico moderno attentamente sviluppato, sia nella direzione delle ideologie politico-economiche di ispirazione, sia nel programma edilizio e nel preventivo finanziario. La contrazione del consumo del suolo, la distinzione tra città residenziale e città produttiva, l’eco-sostenibilità, il rapporto coerente tra luoghi del vivere e primarie funzioni urbane, sono temi che Owen affronta nel suo modello di città ideale. E sono gli stessi temi che, con dimensione differente, sono alla base dell’attuale ricerca sul futuro urbano.

Quella che segue è una delle immagini più note della New Harmony (fonte: web.tiscali.it, rintracciabile anche nei trattati di Benevolo), sperimentazione nata in Indiana nel 1825 dal suo stesso modello di città, purtroppo destinata al fallimento per contrasti nella gestione e rivolte di gruppi di abitanti. Ciò non è forse riconducibile all’impossibilità di prevedere e razionalizzare la mente umana? Già, perché se una pecca Owen ha avuto è stata quella di riporre sconfinata fiducia nell’umanità.

Lontano dalle sole teorizzazioni (a differenza di Marx) e dalla pura critica globale alla civiltà moderna, Owen, prima dipendente e poi industriale, è dunque stato un effettivo ed efficace anticipatore, un convinto sperimentatore che ha cercato di tradurre in pratica le sue lucide teorie, fino a pagarne conseguenze personali enormi: dalla conquistata ricchezza alla drammatica povertà per aver impiegato ogni sua risorsa nel tentativo di migliorare gli spazi della vita collettiva. Ha combattuto e gli si deve rispetto, oltre che riconoscimento scientifico.

Ancora oggi, in ambito urbano egli è il più contemporaneo dei pensatori politici. Ancora oggi le sue idee di pianificazione, perfino assorbite dai riferimenti normativi di molti Paesi, vengono in soccorso nello sviluppo progettuale degli strumenti regolatori alle differenti scale. E ciò, a prescindere dalle distorsioni pratiche.

Owen ha guardato creativamente alle trasformazioni tecnologiche e, sebbene impossibilitato a capirne – come tutti – l’enorme peso evolutivo, ha comunque saputo generare modelli urbani e architettonici che ancora guidano il futuro dell’architettura.

Sono convinta che se l’urbanistica avesse saputo seguire coerentemente l’evoluzione che il pensiero di Owen ha introdotto, partendo dalla sua lucida ricerca e da quelle sue straordinarie sperimentazioni (che avrebbero potuto portare molto lontano), il mondo sarebbe migliore e più equo. Ma sono intervenuti anni di grande buio (guerre, crisi, distruzioni, smodate e irrazionali ricostruzioni) e hanno spezzato un percorso che oggi, finalmente, riafferma la sua validità. Una speranza per il domani.

N. 5 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Apr
15

Quinto articolo su Spazi e Luoghi dell’Architettura.

Le baraccopoli, di cui ho parlato nel precedente articolo, rappresentano la più nefasta delle espressioni della città orizzontale.

Il consumo del suolo, la prima delle problematiche che investono gli orientamenti dello sviluppo progressivo orizzontale delle aree urbane, sta determinando ripercussioni abnormi. D’altro canto, i dati riportati nei precedenti articoli, se ragionati e mirati alle dimensioni delle città, sono inequivocabili.

Si corre ai ripari, in qualche modo e in alcune realtà urbane decisamente orientate al futuro. Roma è perdente. L’ho detto più volte e ne ho chiarito alcune delle motivazioni. E non finirò mai di contrappormi allo sconcertante coro di voci che, troppo spesso, s’alza a inneggiare la vocazione della Capitale all’orizzontalità. L’intenzione di approfondire questo argomento, mi porterà ad analizzare Roma come ultima città del mio percorso riflessivo.

Londra, diciamolo, non è nata come una città orizzontale? Ma guarda al futuro, è internazionale, intelligentemente articolata verso un cambio di rotta che non significa rinnegamento della sua storia, piuttosto crescita organica e sapiente. Londra osserva i dati, cerca di superare il degrado, muove nella direzione della contrazione dell’uso del suolo. In termini diversi, viaggia verso la verticalizzazione. E forse non è bella? Non è più bella di prima? Più articolata, più affascinante, innovativa e coerente. Dai fumi, simili a quelli di New York, al superamento percettivo di essi verso l’alto, come New York. Oggi Londra, come Chicago e Berlino e Singapore e Vancouver, fa un ulteriore passo in avanti, avvicinandosi anche ai temi delle fattorie verticali, luoghi del vivere e del produrre autonomamente.

Ma è proprio Londra (più estesamente, l’Inghilterra) la sede privilegiata di una corrente di pensiero che intravedeva, già dal XIX Secolo, la necessità di un cambio di rotta. Che dire delle significative intuizioni di Owen e di Howard, che hanno determinato una rivoluzione nel pensare l’architettura e l’urbanistica di lì a venire? Le ottocentesche e novecentesche sperimentazioni e gli studi sulle città ideali fondavano prevalentemente sul concetto di abitare nella natura, superando la quota della superficie terrestre. Le città giardino, in contrapposizione alle periferie giardino (introdotte, direi, per distorsione delle intenzioni dei padri fondatori, le cui realizzazioni erano prevalentemente destinate a classi sociali privilegiate), già allora nascevano dalla volontà di liberare la città dalla crescente congestione e dotare i cittadini del rapporto continuo con il verde, pur restando in ambito urbanizzato. L’approccio di partenza, per la verità inizialmente tradotto in satelliti urbani (come nel 1907 Hampstead alla periferia di Londra, oppure nel 1921 Floreal e Logis nella periferia di Bruxelles), ha però rappresentato una pedana di lancio importante per una ricerca di grande fascino.

Da allora si è fatta tanta strada, anche se l’inaspettata mutazione della società mondiale ha talvolta prodotto mostri, spesso distogliendo da un percorso probabilmente vincente se affrontato razionalmente e metodicamente. Tant’è vero che oggi, dopo quasi due Secoli di storia, finalmente l’idea di città giardino torna a trionfare con sperimentazioni e proposte di elevato approccio architettonico ed estensioni funzionali.

Così, mentre Chicago già vanta la sua fattoria verticale, la FarmedHere a Bedford Park, altre città muovono verso la nuova idea di città giardino. È il caso, ad esempio, della Green8 nel centro di Alexanderplatz a Berlino, progettata da Architects Agnieszka Preibisz e Peter Sandhaus. Ma è anche il caso del progetto pensato dallo studio Japa Architects per rispondere al fabbisogno alimentare delle città asiatiche: affascinanti torri a elementi circolari non concentrici e mobili, ossia in grado di cambiare direzione per favorire l’illuminazione delle aree verdi.

Londra si distingue ancora, con la proposta per Shoreditch della Endless Vertical City: alta 300 metri, questa torre è progettata dallo studio SURE Architecture per racchiudere un ecosistema e costituire, da sola, una città. Destinata a contenere l’insieme delle funzioni urbane essenziali, continuamente rapportate a spazi verdi dimensionalmente ragguardevoli, è una fabbrica d’impronta vagamente decostruttivista, con soluzioni che ammorbidiscono e disorientano piacevolmente, rappresentativa dunque di una nuova concezione formale dell’architettura. Consiglio di visitare il sito ufficiale della SURE Architecture (http://www.sure-architecture.com), dove si trovano immagini bellissime di questo edificio.

L’impianto strutturale (pensato in tubolari d’acciaio) è progettato per reggere su una superficie di base di mq 3.318 e produrre, in verticale, ben 165.855 mq di aree a verde. Una città verde nella città storica.

Per quanto il concetto di ecosistema introdotto come uno degli obiettivi progettuali, a mio parere potrebbe destare alcune obiezioni, è pur vero che l’approccio fonda su basi ecologiche anche nella scelta dei materiali costruttivi e di finitura. In ogni caso, dal mio punto di vista è stupefacente.

L’obiettivo della riduzione del consumo di suolo è affrontato sia in termini orizzontali, ossia con la contrazione della superficie terrestre impiegata per la realizzazione della costruzione, sia in termini di amplificazione delle aree verdi ai vari piani, con la dotazione di veri e propri giardini privati e collettivi.

Si tratta di una decisa e coerente risposta all’orientamento odierno della ricerca urbanistico/architettonica su scala planetaria.

N. 4 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Apr
13

Nei precedenti tre articoli ho spiegato, in sintesi, le ragioni che stanno determinando il veloce aumento dimensionale delle megalopoli. Ho accennato ad alcune ricadute del fenomeno, in termini di organizzazione (e disordine) delle aree urbane sovraffollate.

Ora voglio parlare di uno dei fenomeni che, a mio avviso, è espressione del più incisivo degrado fisico/funzionale di alcune delle megalopoli mondiali: le baraccopoli. Una ripercussione che rischia di dilagare in maniera abnorme, entrando a far parte – in breve tempo – della quasi totalità delle grandi urbanizzazioni planetarie.

Viviamo in un periodo storico caratterizzato da una crisi economica mondiale, forse la peggiore della storia, oltre che da dilaganti fenomeni di mal gestita immigrazione. Tutto questo fa i conti con le mutate esigenze delle società, in irrefrenabile e perdente corsa verso le continue innovazioni dell’ICT. La gestione controllata di questi ultimi elementi richiederebbe investimenti enormi, dal campo formativo a quello dell’adeguamento urbano, non certamente affrontabili con le scarse e spesso mal amministrate risorse disponibili.

La povertà aumenta vertiginosamente, il carico urbano altrettanto, gli spostamenti fisici – a dispetto delle aspettative – si moltiplicano a dismisura, mentre gli spazi di accoglienza vanno a contrarsi e le città esplodono.

La città, ormai immaginario luogo privilegiato della vita collettiva e lavorativa, ha costi di sopravvivenza ben superiori a quelli dei centri minori. La speranza di un futuro migliore, ambizione di ogni individuo, porta la gran parte della gente a spostarsi nelle aree urbane. Il divario economico tra possibilità personali e richieste derivanti dalla vita in città (in termini di mercato immobiliare, servizi, approvvigionamenti basilari alla sopravvivenza) è enorme. La gente meno fortunata è costretta ad abitare in aree degradate, dove gli spazi sono angusti, i servizi inesistenti, le dimore fatiscenti e illegali; dove la criminalità raggiunge livelli insopportabili, la vita civile è pressoché annientata, priva di regole e perfino di buonsenso. Arrangiarsi è la parola d’ordine. Queste sono le baraccopoli (o slum, o favelas, o bidonvilles, eccetera).

Inutile che mi dilunghi sulle modalità costruttive e formali di questi luoghi dell’indigenza. Basti dare un’occhiata alla foto riportata al link https://www.poverties.org/blog/urban-poverty-in-india. E non è tra le peggiori baraccopoli.

UN-Habitat le definisce aree densamente popolate e caratterizzate da abitazioni al di sotto degli standard minimi e da miseria. Sono luoghi del terrore che si stanno espandendo, si moltiplicano e – con un po’ di acume – possono individuarsi timidi ma pericolosi fenomeni anche nelle città finora apparentemente salve.

I dati di UN-Habitat (tratti da the challenge of slumsglobal report on human settlements del 2013) sono terrificanti: le baraccopoli sono 250.000 e ospitano 1 miliardo di persone. E se per i Paesi cosiddetti sviluppati l’incidenza della popolazione che le abita è del 6%, in quelli in via di sviluppo l’incidenza sale addirittura al 43%. Parrebbe esiguo il dato del 6%. Ma tale non è se si rapporta a precedenti valori, sempre derivati dagli studi dell’Agenzia ONU, sensibilmente minori. Il fenomeno è in aumento, il trend non mente e UN-Habitat lancia il grido dall’arme: in assenza di giuste misure, in soli trent’anni la popolazione delle baraccopoli potrebbe raddoppiare, raggiungendo più di un quarto della complessiva e un mezzo di quella urbana. Gli slum di Afghanistan, Etiopia, Ciad, Nepal ospitano circa il 90% della popolazione relativa. Mumbai, Dacca, Città del Messico, il Cairo, Lagos posseggono le baraccopoli più popolose al mondo.

Cosa può fare l’architettura? Molto direi, se supportata da un buon sistema politico e da una presa di coscienza collettiva.

L’idea della smobilitazione di questi luoghi, sperimentazione effettuata in alcune realtà con disastrose ripercussioni, non è la strada vincente. Garantire nuovi alloggi e condizioni di vita meno insostenibili agli abitanti è pressoché impossibile: costi e dimensioni sono i principali elementi ostacolanti. L’azione deve essere interna, partendo dal basso, riqualificando pian piano l’edificato, dotando questi luoghi – il più rapidamente possibile – di servizi essenziali (come il sistema fognario) destinati anche a contrarre lo sviluppo di smodati tassi di inquinamento. Bisogna mirare, con coscienziosa modestia, con prudenza e metodo, al conseguimento di soluzioni complessive formali e funzionali in grado di garantire condizioni di vita accettabili. E bisogna evitare, con adeguate politiche abitative, lo sviluppo ulteriore degli aggregati. Sarebbe già abbastanza.

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