Elodia Rossi

Ponte Morandi, le verità nascoste

Ago
19

Alla ricerca della verità.

Innanzi tutto chiarisco che questo mio articolo non vuole essere un contributo in termini di affermazioni, di convincimenti; piuttosto di interrogativi, di enunciazione dei tanti nodi da sciogliere all’interno di un clima profondamente confuso.

Inizio.

14 agosto 2018: una pioggia consistente si abbatte su Genova. D’improvviso – come in un film dell’orrore – un imponente fulmine colpisce il Ponte Morandi. Due delle campate crollano. Cede il pilone intermedio (la torre ovest). Una tragedia.

L’infermiera che ha assistito al disastro sostiene che le coppie di stralli convergenti nel pilone centrale si sono spaccati contemporaneamente, per poi lasciar crollare le relative campate e pochi istanti dopo anche il pilone.

Un passo indietro negli anni.

Il Ponte fu progettato dall’ingegnere Morandi negli anni sessanta e realizzato dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua. Lungo oltre un chilometro e largo 18 metri, al tempo veniva considerato – probabilmente non a torto – una grande opera di ingegneria. Tra cemento armato, cemento precompresso e catenarie, era dimensionato per sopportare carichi accidentali e di traffico veicolare sostenuti, tuttavia relazionati alle esigenze dell’epoca e alle aspettative di medio/lungo periodo. Ma non di certo erano prevedibili le straordinarie mutazioni sociali ed economiche che hanno di lì a poco imposto fondamentali trasformazioni perfino nell’incremento dei traffici. Anche i materiali – e non nutro dubbi che fossero al tempo eccellenti – non sono quelli di oggi. Il progresso tecnologico (e, ancor più recentemente, l’avvento delle nanotecnologie) ne ha mutato sostanzialmente le qualità e incrementato le resistenze. Basti pensare agli acciai e alle filettature che oggi sono prescritte dalla norma, ma anche alla qualità dei calcestruzzi dovuta al miglioramento sostanziale dei materiali di composizione.

Eppure al Ponte a trave strallata, con sostegno a cavalletti bilanciati raddoppiati, deve riconoscersi una qualità ingegneristico-compositiva: pensato in un momento storico finanche privo delle facilitazioni di calcolazione strutturale (e delle relative verifiche statico-dinamiche) che oggi, per via delle strumentazioni sempre più evolute, in qualche maniera contraggono le necessità di impieghi di professionalità in grado di spingersi ben oltre il momento dell’ideazione formale.

Ma nulla è eterno se non adeguatamente curato e sollecitato entro i limiti delle potenzialità, soprattutto per i casi di strutture di tale natura e di tale periodo. E così, al calare degli anni ’70, lo stesso progettista invocava la necessità di interventi manutentivi. Appena venti anni più tardi, intorno alla metà dell’ottanta e in pieno boom economico, l’incremento esponenziale del traffico veicolare e degli scambi merci (con il derivato massiccio utilizzo dei mezzi sempre più pesanti), muoveva la Società Autostrade a proporre con insistenza la realizzazione di una bretella autostradale alternativa, destinata proprio al traffico commerciale, per lo snellimento dei carchi sul troppo sollecitato Ponte Morandi: la Gronda di Ponente. Il ripetutamente dichiarato intenso degrado della struttura sottoposta a ingenti sollecitazioni (da uno Studio di Società Autostrade del 2009, riferito all’incremento del traffico veicolare), è stato forse considerato un grido in mare aperto.

E la Gronda di Ponente non è mai stata edificata, nonostante le insistenze e i reiterati tentativi della Società Autostrade. La progettazione è partita nel 1984 e ha seguito vicissitudini varie, confronti accesi, Conferenze di Servizi, con difficoltà incredibili nelle approvazioni e nel convincimento delle autorità fino ai recentissimi anni. Ma la forte opposizione del Comitato No Gronda non solo ha reso pesante l’iter amministrativo, ma ne ha troncato ogni possibilità di realizzazione. Un percorso progettuale, di dibattiti e scontri, infaustamente terminato nel 2015. La voce di Grillo si è alzata decisa contro la realizzazione della bretella, invocando più volte perfino l’intervento dell’esercito nel fermare i sostenitori (ad esempio, l’11 ottobre 2014 a Roma, Circo Massimo). Posizione ribadita dai grillini e perfino presente sul sito del Movimento, attraverso un articolo che definiva una favoletta la possibilità dell’imminente crollo; articolo rimosso subito dopo il recente disastro. Per chi vuole approfondire: http://www.tgcom24.mediaset.it/2018/video/crollo-ponte-genova-il-no-dei-grillini-alla-gronda-_3081353.shtml.

La Società Autostrade, fallita l’idea di edificazione della bretella, si spingeva dunque verso un nuovo intervento di ristrutturazione del Ponte, quale proseguimento di un’azione intrapresa negli anni ’90 di rinforzo degli stralli, attraverso la disposizione di nuovi cavi esterni che vanno dal traversone dell’impalcato fino alla sommità delle antenne (dalla relazione di Autostrade). 20 milioni di euro stanziati, una gara a procedura ristretta avviata e le relative offerte presentate lo scorso mese di giugno per poi procedere all’appalto nell’autunno a venire. Non si è fatto in tempo.

Non c’è dubbio che il Ponte Morandi fosse ormai pericolosamente deteriorato, non c’è dubbio che fosse assoggettato a sollecitazioni eccessive e crescenti, non c’è dubbio che il ricorso alla chiusura dell’infrastruttura veicolare fosse un’azione da privilegiare. Già, facile dirlo. Ma Ponte Morandi rappresentava di fatto un’arteria strategica che collegava l’intera penisola con il sud della Francia e della Spagna. E non solo. Era il collegamento privilegiato tra due aree di Genova: il centro e la zona levante con Voltri, dove insistono porto e aeroporto. Cosa avrebbe scatenato la chiusura del viadotto in termini di fastidio, di incomprensione, di opposizione?

Dopo le certezze e i non c’è dubbio, voglio invece analizzare le incertezze. Quelle incertezze alle quali un nutrito popolo di dottorali e sussiegosi ritiene di poter dare risposte immediate che si traducono in accuse, recriminazioni, violente minacce. Ma non è così facile riscontrare quesiti che solo l’analisi strumentale accurata e onesta potrebbe sciogliere.

Il primo grande dubbio, il dubbio sovrano in questa triste vicenda, sta nelle modalità con cui la struttura del ponte ha collassato. Un tipo di collasso che non convince: troppo repentino, tanto da tradursi – in pochi istanti – quasi in uno sbriciolamento, in una parziale polverizzazione. Circostanza che si presenta in casi eccezionali, perfino assimilabili alle conseguenze di un’esplosione in prossimità delle fondamenta. Un collasso per ammaloramento strutturale, così come per le fessurazioni sparse e intervenute nel tempo, sarebbe stato più convincente se si fosse tradotto – ad esempio e in forma semplificata – nel piegamento di una campata con distacco in corrispondenza di un giunto di dilatazione in tempi più ragionevoli, oppure in un’apertura verticale/obliqua nel corpo del pilone, oppure nel cedimento di uno (e non quattro contemporaneamente, come dichiarato dal testimone visivo) o due degli stralli con conseguenti deformazioni della struttura in tempi sì ristretti, ma meno contratti. E allora? Allora lo ripeto: a me non convince questo tipo di collasso, questa frantumazione immediata con polverizzazione massiccia, che sembrerebbe non potersi associare a nessuna canonica tipologia di quadro fessurativo, per quanto articolato e preoccupante.

Viene alla mente il caso delle Twin Towers. Ma sappiamo che qui c’è stata una sollecitazione istantanea indotta e ben diversa. Eppure, ancora oggi è un tema aperto al dibattito della scienza globale, visto che alcuni strutturisti di fama internazionale nutrono forti dubbi sull’implosione e sulla polverizzazione delle due strutture, tanto da ipotizzare anche la presenza di ordigni alle basi degli impianti.

E viene alla mente la casa dello studente de L’Aquila. Ma sappiamo che qui c’è stata una causa istantanea naturale e differente. Ma purtroppo, anche in questo caso, la ricerca spasmodica del capro espiatorio aveva generato un tale disordine di informazione da inorridire.

Sul tema delle cause istantanee mi soffermo volentieri a riflettere.

La scarica di un fulmine, che in termini di potenza equivale a quella di un’intera centrale elettrica, costituisce uno scambio di energia che intercorre tra due corpi. Uno di essi è sempre l’atmosfera, l’altro è generalmente il suolo. Quando il secondo corpo non è il terreno, si può assistere a inaspettati disastri. Esistono poi fenomeni incredibili, rilevati da recenti studi a cui ha preso parte lo scienziato Joseph Dwyer, secondo cui alcune folgori, nello scagliare elettroni sulle molecole d’aria ad altissima velocità (da cui discende il fenomeno del tuono), provocano perfino piccole esplosioni atomiche.

Non ho dubbi nell’affermare che dalle immagini video trasmesse in TV il giorno del crollo si è visto chiaramente il passaggio del grosso fulmine, mentre colpiva il ponte proprio in prossimità del pilone centrale. Dall’atmosfera al ponte (il secondo corpo, in sostituzione del suolo) dunque, con un passaggio di energia che mediamente è misurabile in 300 milioni di volt per ogni 100 metri di lunghezza della saetta, oltre che in 18.000 gradi centigradi di intensità di calore.

Questo genere di forza naturale quali dilatazioni può provocare nei ferri di una struttura, peraltro già problematica, al momento dell’impatto, ossia del trasferimento energetico? E una dilatazione repentina per fusione, che potrebbe aver investito per conduzione l’insieme strutturale ferroso a 18.000° (sapendo che il ferro, per sua natura, possiede il punto di fusione a 1.538°), possibile che non susciti la benché minima perplessità?

Dunque, anche il professor Brencich e il sottosegretario Rixi vorranno concedere beneficio all’altrui dubbio quando affermano che il fulmine che ha colpito il ponte (guarda caso nell’esatto momento in cui è avvenuto l’istantaneo crollo) non ha provocato alcunché? E parlo di dubbio, non di quella certezza che emerge dalle sorprendentemente determinate affermazioni, divulgate senza aver prima atteso alcuna indagine, né l’esecuzione di una meticolosa ricognizione dei fatti, anche storici, come invece il prudente Presidente di questa Repubblica ha correttamente esortato a fare.

Altro punto che a me pare inquietante: nessuno finora ha posto il quesito di una possibile problematica incorsa nel sottosuolo di ancoraggio del pilone crollato. Genova e l’intera Liguria posseggono un grado di fragilità geologica ben più elevato di altri territori peninsulari. E ricordo che l’Italia intera è un ambiente fortemente soggetto a rischio idrogeologico. Il giorno del crollo, la città subiva un acquazzone che perdurava da alcuni giorni. Una città che già nei recenti anni è stata messa in ginocchio da violenti nubifragi. Quali condizioni vivesse il sottosuolo in corrispondenza del ponte, è noto? C’è stata una ricognizione recente? Se sì, c’è stato un confronto con le rilevazioni degli anni precedenti? Può essersi determinata un’improvvisa decompressione che ha alterato il già precario sistema di sostegno dell’infrastruttura?

D’altro canto, non è inconsueto che in ambienti fragili il sottosuolo possa subire decompressioni o altri tipi di alterazioni improvvise per via di fattori inaspettati o indotti, naturali o anche antropici. Possibile che questa ipotesi non sia stata presa in considerazione? È dunque lecito introdurre anche tale verosimile causa istantanea nella grande camera oscura del dubbio?

E allora, perché tutto questo chiasso, perché tutta questa sgradevole strumentalizzazione in campo politico, perché questi cancerogeni nei nell’informazione? Perché invece non dare spazio al silenzio, in un momento tragico per chi ha subito lutti, intraprendendo l’unica strada corretta: quella dell’onesta prudenza?

Le componenti che andranno analizzate, per la ricerca della verità,  sono varie e molteplici: il progetto originario nel dettaglio, la rispondenza di questo a quanto è risultato dalla realizzazione, l’evoluzione del sottosuolo nel corso di oltre cinquant’anni, le eventuali sollecitazioni indotte a cui il terreno è stato sottoposto (sia naturali che antropiche, come ad esempio nuove edificazioni o assi viari), il quadro fessurativo intervenuto nel tempo e le dovute comparazioni evolutive, il calcolo delle sollecitazioni effettive rispetto a quelle considerate in progetto, l’incidenza esatta delle opere di manutenzione in relazione agli effettivi bisogni, oltre la già espressa ipotesi del fulmine con verifica del grado di efficacia dei sistemi di messa a terra presenti nella struttura e molto altro ancora.

All’interno del molto altro ancora emerge un elemento che mi si ripropone alla mente nell’ascoltare e nel leggere le tante parole e le altrettante azzardate teorie. Nel corso delle numerose Conferenze di Servizi e dei tanti dibattiti eseguiti fin dal 1984 riguardo l’opportunità di realizzazione della Gronda di Ponente, quale ruolo hanno avuto il Ministero delle Infrastrutture e gli altri organi pubblici certamente coinvolti? È mai stata paventata la necessità di chiudere al traffico il Ponte Morandi per via delle dichiarate problematiche che esso presentava? Come potrebbe non essere stato affrontato questo tema?

Senza contare che bisognerebbe risalire almeno agli anni ’90 per cercare di capire quali inquietanti relazioni intercorressero tra alcuni esponenti dello Stato, la Società Autostrade e il Gruppo Atlantia.

Fatto sta che lo scenario sociale e politico di oggi è raccapricciante. Perfino la gente evacuata dalle case poste sotto o in prossimità del ponte, intervistata lo stesso giorno del crollo, ha messo l’accento quasi esclusivamente sul tema del risarcimento personale, materiale e morale. Poche, quasi nulle, sono state le riflessioni sul più scottante dramma delle vittime.

I politici insistono con pretesti, per scontrarsi e scaricare colpe gli uni sugli altri, recriminando all’impazzata nella spasmodica ricerca del capro espiatorio di turno. Film già visto, doloroso e inquietante, come nel caso del terremoto del 2009. Ne parlerò in altro articolo.

E così ieri 18 agosto, giorno dei funerali di Stato, Autostrade chiede scusa pubblicamente (forse implicitamente ammettendo una quota di responsabilità, pur esortando l’attesa dei riscontri scientifici) e mette a disposizione mezzo miliardo di euro per le emergenze: risarcimenti agli sfollati pari al valore degli immobili con addizione di indennizzo, sostegno alle famiglie in lutto, organizzazione di viabilità alternativa e avvio della ricostruzione del ponte. Il Governo invece non ritiene di dover chiedere scusa e Di Maio risponde così: Lo Stato non accetta elemosine da Autostrade. E già, visto che il Governo ha per adesso stanziato solo 5 milioni di euro, con successivo incremento di quasi 28,5 milioni, che dire? Confidiamo in una maggiore generosità. Che dire di un ministro che si rivolge a un ragazzino nel corso dei funerali con queste parole: Te lo giuro, gli faccio il culo. Sia coerente ed elargisca di propria tasca quella che considera elemosina.

E intanto si risolleva perfino la voce di Grillo per limitarsi a dire che i pedaggi autostradali devono essere gratuiti. Come no? Se è vero, perché è vero, che in Italia i pedaggi sono troppo cari, è altrettanto vero che l’eventuale gratuità – nell’ipotesi di una gestione diretta dello Stato – si tradurrebbe in una maggiorazione delle tasse a copertura delle spese di amministrazione e manutenzione. E gli sprechi pubblici sono ben noti a tutti, come la scarsa capacità manutentiva. Basterebbe fare un giretto per la penisola e vedere in che condizioni versano molti dei ponti in gestione pubblica.

Mi chiedo (precisando che non sto difendendo alcuno) e chiedo: mentre sembrerebbe che una parte del Governo stia facendo qualche passo indietro in termini di rischiose accuse, come può il vice Presidente del Consiglio Di Maio, date le precedenti posizioni del movimento che rappresenta, scagliarsi con sicurezza e acredine verso terzi per non aver fatto ciò che egli stesso riteneva non doversi fare? Come può oggi utilizzare una tale impetuosità nell’affermare che il Ponte avrebbe dovuto chiudersi, dopo lunghi anni di diversa opinione? Lo si potrebbe perdonare soltanto se lo si considerasse, com’io penso, vittima della sua mente, invasa dal soffocante contrasto tra una gloria repentina e un’incosciente esuberanza giovanile.

Un pensiero affettuoso va invece a coloro che stanno agendo con esemplare correttezza: sono gli uomini dei corpi della protezione civile e dei vigili del fuoco, i volontari e gli instancabili cani del soccorso. Sono lì nell’ombra, scavano tra le macerie avvolti da un qualificante e rispettoso silenzio. A questi si deve onore e profonda riconoscenza.

Ludovica e le filastrocche

Mag
01

Ho già presentato Ludovica con un precedente articolo (http://www.elodiarossi.it/ludovica/).

E l’ho fatto anche per annunciare la serata che l’ha vista protagonista: 20 aprile 2018, libreria Mondadori Bookstore di Monterotondo, dove si è parlato del suo libro di filastrocche dal titolo RimaSi, edito da Arbor SapientiaE.

Come potrei tacere adesso, qualche giorno più tardi, avendo avuto l’onore e il piacere di sedere al fianco di questo giovane talento e presentare con lei la sua opera.

Già, perché di opera si tratta, non di semplice volume destinato – come tanti – a riempire gli scaffali dei rivenditori.

In quella serata, alla presenza di un pubblico attento e nutrito, è emersa la dignità di Ludovica, la sua ammirevole moderazione, il suo garbo e, soprattutto, la sua attitudine all’eccelsa arte della penna.

Bellissime filastrocche, dense di significato, pregne di musicalità, senza alcuna presunzione d’imposizione di idee e di morale ma votate a indurre riflessione. Qui – a differenza di molti altri autori – scorgo un elemento di enorme privilegio.

È proprio quest’ultimo concetto che ho sottoposto al mio ragionamento, lungo i giorni trascorsi dalla data dell’evento ad oggi, prima di scrivere ancora.

Ludovica è abilmente moderata, cortese, garbata sia nell’espressività personale che in quella artistica. Tanto da rendere soavi le letture dei suoi brani ritmati.

Ludovica è profonda nei concetti e nelle ispirazioni e, lontana da ogni scorretta imposizione verbale, affronta perfino temi delicati dell’attualità, filtrandoli con l’abilità della traduzione in un linguaggio artistico apparentemente destinato ai soli piccini, ma invero attento alle aspirazioni degli adulti.

Storie in rima – come anche la terza di copertina annuncia – che i bambini possono raccontare ai grandi. Ed è così.

Segue una nobile Prefazione, a firma di Franco Recanatesi, poi una delicata premessa della stessa autrice e, prima della narrazione vera e propria (accompagnata dalla convincente rappresentazione grafica di Sebastiano Onano), una significativa ed emozionante frase anonima viene espressa su foglio bianco:

Nasciamo con i pugni chiusi per tenere stretta, in mano, la nostra vita.

Una giovane ragazza dunque, bella ed educata, che affronta magistralmente tematiche come l’evoluzione dei dialetti, i danni ambientali, le espressività sentimentali, le tragedie umane e tanto altro ancora. E – lo ripeto – al di là della necessaria gioiosità che richiede tale tipo di narrazione in rima, si legge una profondità d’animo che è patrimonio dei soli individui sensibili.

RimaSi è un testo che dovrebbe essere adottato nelle scuole, dovrebbe essere letto in pubblico, dovrebbe essere motivo di attenta e sensibile riflessione sulla vita.

Ludovica cara, ti auguro col cuore che tutto questo avvenga nel migliore dei modi. Ma già – lasciamelo dire – sta avvenendo.

E permettimi, qui in ultimo, di trasferire uno stralcio della tua dedica riportata nel libro. Lo sai che ci tengo particolarmente.

…Un grazie, grande così,

ai miei genitori che, con amore,

hanno cullato questo sogno,

fino a trasformarlo in realtà.

LUDOVICA

Apr
18

Roma, fine ottobre 1993. Ero piazzata sull’uscio di casa, mentre il mio grande amico Carlo D’Erasmo saliva le scale e, sprizzando felicità, mi annunciava: sta per nascere, manca poco.

Beh, risposi scherzando, vedrai che nasce il 4 di novembre. È il tuo onomastico e anche il mio compleanno. Porta bene.

Sembrava un gioco e invece, già allora, Ludovica ci sorprese e nacque esattamente il 4 novembre.

Una bella bambina, diventata presto una bella ragazza e, oggi, un’affascinante signorina (eccola in una foto recentissima). Cresciuta in una famiglia deliziosa, con la mamma Angela e il papà Carlo dai caratteri positivi e ottimisti, Ludovica è sempre sorridente, felice di vivere, solare e talentuosa.

Tra le tante sorprese che hanno inorgoglito i suoi genitori (e anche me), la più recente è davvero straordinaria. Forse per divertimento, da un po’ di tempo Ludovica ha iniziato a scrivere filastrocche, dimostrando immediatamente un’attitudine straordinaria e decisamente singolare. Già, perché non è consuetudine dimostrare abilità nello scrivere versi – visto che di versi si tratta – di questo genere. È un dono, io credo, e non basta avere una buona penna. C’è bisogno di quel “di più” in cui è raro incappare.

E infatti, mentre oggi la poesia ha smarrito la metrica – a mio parere (apparentemente) facilitando l’attività dei poeti e, di contro, rendendo più complessa l’individuazione del vero artista – la filastrocca richiama alcuni canoni metrici del passato poetico per mescolarli a una necessaria dose di spensierata fantasia, imponendo così qualità artistiche molto rare. Non è un caso che il mondo è pieno di scrittori e di aspiranti tali, infinitamente meno di autori di filastrocche.

Brava la nostra Ludovica. I tuoi genitori e io siamo fieri di te.

E orgogliosamente ci piace dire che anche il mondo letterario si è accorto del tuo talento e ti sta premiando.

Permettimi di invitare alla tua serata (in locandina) tutti quelli che leggeranno questo mio breve articolo, lasciando a chi vorrà partecipare una dose di mistero che ora non intendo svelare. Perché parlerò ancora di te, in un prossimo articolo più denso, dopo l’evento.

Avrai capito, dunque, che ci sarò alla serata di venerdì prossimo, felice di averti vista crescere così bene.

 

Il dolore delle Vele di Scampia

Mar
21

È un urlo di dolore quello che lanciano le Vele di Scampia. Un urlo che segue una lunga sofferenza, fatta di abbandono, tradimento, incomprensione, trascuratezza, incuranza. Oggi non hanno colore, sono giganti addolorati che piangono e chiedono aiuto. Eppure sono lì, ancora in piedi, nonostante tutto. Non tutte però, visto che ormai se ne contano soltanto quattro sulle sette iniziali. Tre sono state abbattute tra il 1997 e il 2003, già in condizione di forte degrado a soli vent’anni o poco più dalla loro solenne nascita.

Opere maestose, studiate abilmente per accogliere residenze sociali, diventate immediatamente un simbolo per gli architetti e per tutti coloro che hanno il senso dell’estetica. Francesco Di Salvo, il progettista, aveva saputo guardare ben oltre la produzione architettonica che aveva caratterizzato gli anni sessanta (momento in cui iniziò l’edificazione), offrendo un contributo straordinario di innovazione – perfino futuristica – al decennio successivo: gli anni settanta, quando le vele s’ersero in tutto il loro splendore. Di Salvo ebbe appena il tempo di vederle compiute (nel 1975), per donarle all’universo delle forme magistrali e poi morire nel 1977, poco più che sessantenne.

Mai avrebbe pensato che si sarebbero susseguiti anni di incuria amministrativa, lunghi periodi di trascuratezza, che sarebbe sopraggiunto l’impeto degli occupanti abusivi ai tempi del dopo terremoto, che l’incapacità dei deputati al governo urbano non avrebbe consentito di vedere oltre e riconoscere in quelle opere il grande merito di essere state progressiste, di aver largamente anticipato un orientamento architettonico che, destinato a durare, emana ancora la sua espressività.

Le vele di Scampia sono state emulate (talvolta perfino copiate, permettetemi il termine), nella loro essenza formale, da numerosi progettisti di lì a venire e non soltanto italiani. Ho in mente molti di questi casi e, senza voler manifestare apertamente quelli che considero usurpazioni evidenti, faccio timido cenno ad alcune manifestazioni recentissime di edifici-giardino, opere di grandi studi di architettura, i cui impianti sembrano ricalcare non poco quelli delle Vele.

Hanno ispirato film, libri e perfino poesie. Ora il Comune di Napoli ha deciso di procedere all’abbattimento di altre tre. Ne rimarrebbe una soltanto, da destinare a uso pubblico/sociale (centro di accoglienza).

Ventisette milioni di euro (così si dice) stanziati per l’abbattimento e via, dunque, a un programma di riqualificazione con mutazione della destinazione d’uso per la sola Vela che resterà in piedi. Perché?

Perché non consegnare i ventisette milioni all’avvio di un programma di riqualificazione complessiva delle Vele e del quartiere che le ospita? Saranno pur pochi, ma potrebbero bastare per la messa in sicurezza e per le prime operazioni di completamento. Potrebbero bastare, se si lavorasse con criterio, magari affidando appalti per settori (e non l’appalto complessivo) a ditte locali di modeste dimensioni, favorendo l’economia e salvando l’architettura. Perché è di architettura che si sta trattando: architettura lucida, esemplare, tronfia di criteri progettuali incontestabili.

Perché lo stesso Ente che non ha avuto la capacità di evitare il degrado, senza scrupolo oggi s’erge a giudice supremo che ne sentenzia la morte?

Dov’è il Ministero dei Beni Culturali? Come può consentire un tale scempio e non sostenere, al contrario, un programma intelligente di valorizzazione di un bene che, come pochi, ha positivamente influenzato gli anni a venire.

L’architetto Luigi De Falco ha lanciato una petizione attraverso Change.org: Salviamo le Vele di Scampia dalla demolizione. Io ho firmato. Salviamole.

La Città di Celentano

Feb
01

Giovani, laureati di fresco, speranzosi e spensierati, il mio amico Alfredo e io viaggiavamo spesso insieme per raggiungere Latina in automobile. Lui, avvocato, finiva in Tribunale; io al lavoro in uno studio di architettura.

Erano viaggi allegri, dove si cantava. Lui intonato, io niente affatto. Ma che importa: era divertente. E si cantavano soprattutto le canzoni di Celentano (la voce di Alfredo era molto simile). E, tra l’altro, immancabilmente si cantavano Il ragazzo della via Gluck e L’albero di trenta piani, forse inconsapevolmente fieri di vivere in un paese con una posizione geografica e climatica invidiabile.

Recentemente, se ben ricordo era il 6 gennaio (giorno del suo ottantesimo compleanno), Celentano si è esibito in TV con un concerto davvero molto bello: un artista straordinario, con una voce straordinaria, con canzoni bellissime. Non più lunghe pause (come accadeva in passato), forse meno molleggiato, tuttavia dinamico  nell’alternare i brani e colmo di matura professionalità. Per me è stato un piacevole tuffo nei felici trascorsi.

Ma non è di questo che voglio parlare, quanto invece dell’intuizione dell’artista riguardo il futuro urbano.

Siamo nel 1966 quando Celentano canta per la prima volta Il ragazzo della via Gluck. Siamo soltanto nel 1966 e lui narra la storia di un ragazzo che si trasferisce dalla via Gluck, un tempo strada di campagna, in città. Sempre col cuore pieno del suo luogo d’origine, il ragazzo fa strada e decide di tornare in via Gluck per ricomprare la sua vecchia casa. Ma:

Torna e non trova gli amici che aveva. Solo case su case, catrame e cemento.

Là dove c’era l’erba ora c’è una città. E quella casa In mezzo al verde ormai, dove sarà?

Ed è il 1972 quando Celentano lancia L’albero di trenta Piani. Nel brano, rivolgendosi a una donna, l’accusa amaramente di averlo costretto a vivere in città:

Per la tua mania di vivere in una città, guarda bene come ci ha conciati la metropoli…

Tutti grigi come grattacieli con la faccia di cera… È la legge di questa atmosfera, che sfuggire non puoi fino a quando tu vivi in città.

E di qui bucoliche narrazioni di una salutare vita in campagna, tra gli alberi e il canto delle allodole, contrastate dal grigiore urbano, dove i motori delle macchine già ci cantano la marcia funebre. E poi il cielo oscurato dai fumi delle fabbriche, e poi la nevrosi, e poi il soffocamento. Tutto mentre si sta alzando un nuovo edificio di trenta piani, perché il Comune vuole una città moderna.

Intanto, nel 1969, sarcasticamente Giorgio Gaber lancia la sua Com’è bella la città: una città piena di luci, di vetrine, di magazzini, di macchine. E dunque Vieni, vieni in città. Che stai a fare in campagna, se vuoi farti una vita

Arriva poi il 1977 e Pino Daniele presenta il suo pezzo Napul’è. Un omaggio alla sua terra bella e dolorosa, è vero, ma anche una lucida espressività di tanti problemi urbani.

Eppure quegli anni sono davvero lontani – non tanto in tempo quanto in possibilità di prevederli – dagli immensi drammi della città contemporanea.

Dunque e a conti fatti, questi grandi artisti italiani non sono forse stati degli anticipatori straordinari?

Corrado Beguinot, il mio maestro

Gen
11

Qualche giorno fa, il 6 gennaio 2018, il professore Corrado Beguinot si è spento.

Lascia un’eredità enorme di saperi e pensieri dedicati al suo principale obiettivo di vita lavorativa: dare un contributo deciso, forte, consapevole, al governo dello sviluppo urbano.

Il professore Beguinot non è stato soltanto un grande architetto e urbanista. E’ stato un innovatore, un anticipatore, con una tale capacità d’intuizione che è patrimonio solo delle menti eccelse.

Lucido pensatore, affrontava i temi della città cablata quando ancora nessuno ne aveva percepito il senso. Né mai i decisori, a cui erano destinati tanti e tali studi tradotti in pubblicazioni, hanno avuto la capacità di comprenderne il significato vero, quel significato che avrebbe di certo contribuito a frenare l’impeto delle spasmodiche e irrazionali conurbazioni.

Ma il professore Beguinot non si è mai arreso. Consapevole della violenza disastrosa del processo di crescita urbana e dell’incapacità di governo ai differenti livelli, ancora prima che s’intuisse la problematica dei disordini interrazziali, lui già affrontava i temi della civile convivenza, affinché la pluralità etnica fosse vista come una risorsa e non come un problema. Non società multietniche, diceva, ma società inter-etniche.

Con questo spirito e obiettivo è arrivato nelle massime sedi del potere istituzionale, alle Nazioni Unite, mettendo in moto una macchina produttiva di grande spessore culturale e coinvolgendo menti interdisciplinari, allo scopo di affrontare il problema da ogni punto di vista.

Con lui sono stata alle Assemblee Generali dell’ONU (e ai vari eventi promossi in collaborazione con le Agenzie delle Nazioni Unite) perché la voce della Delegazione Italiana – da lui, Presidente della Fondazione di Studi Urbanistici Aldo Della Rocca, capeggiata – fosse ascoltata; con lui ho scritto volumi sul tema, con lui ho lavorato a lungo, fino alla fine.

Questa è una foto recente, che feci a casa sua nel corso di una sosta lavorativa. La trovo piacevole, lui ride. E’ un bel ricordo.

Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare intensamente il professore, il mio professore, per oltre trent’anni. Ho lavorato con lui fin da quando, alla fine degli anni Ottanta, era Presidente del Consorzio MIXER (I.R.I.). Potrei dunque parlare delle sue qualità professionali scrivendo pagine su pagine e senza stancarmi. Ma ho letto tanti articoli pubblicati in questi giorni: il web è pieno, pieni ne sono i giornali.

C’è però un aspetto della sua vita che non tutti hanno avuto il privilegio di conoscere: la sua infinita disponibilità umana. E io sento il dovere, oggi più che mai, di sottolineare quanto questo aspetto sia stato importante nella mia storia professionale e quotidiana.

Il professore Corrado Beguinot è stato (ed è) per me un padre, un consigliere, un grande e insostituibile amico. Mi lascia molti impagabili insegnamenti: un metodo di lavoro che mi ha sempre aiutata, un modo di scrivere senza compromessi, la consapevolezza di affrontare l’obiettivo – qualunque esso sia – con grande determinazione, la responsabilità di una meta comune. Ma non di meno l’esortazione di tendere all’umiltà, non professionale ma di animo.

E ora purtroppo mi lascia anche una forte malinconia.

Architettura del mimo

Set
06

C’è un’indissolubile relazione tra l’architettura e il movimento. Relazione che porta inevitabilmente all’esplorazione del campo percettivo.

La percezione di un oggetto di architettura ha mosso grandi studiosi a cercare di penetrare il soggettivo mondo sensoriale, con una visione certamente condivisibile, tanto da indurre alla ricerca di quella dimensione ancora ignota (la N dimensione) che appartiene alla relazione tra oggetto statico e movimento (interno o esterno che sia). Di questo argomento ho già più volte detto in altri articoli (es: Le Dimensioni dell’Architettura I, II, II, rintracciabili nella pagina Architettura di questo Blog e redatti in collaborazione col collega Salvo Cimino). E ancora dirò, visto che l’argomento è complesso e riguarda una ricerca non conclusa.

Nel testo Arte e Percezione Visiva di Rudolf Arnheim, la comprensione dell’architettura (in generale, dell’arte) non a caso è affidata al movimento corporeo. Un binomio inscindibile, direi, che supera di gran lunga il senso del muoversi tipico di ogni struttura e legato agli spostamenti infinitesimali.

Mi sono sempre chiesta: visto che l’architettura (la percezione di essa) richiama il movimento, quanto il movimento richiama l’architettura? Molto direi, quando il movimento si esercita all’interno o all’esterno di un oggetto architettonico: un’abitazione, un ufficio, un teatro.

Il tempo, coordinata fondamentale della Quarta Dimensione dell’architettura, ha un valore straordinario anche se relazionato al movimento: tempi lunghi o meno lunghi producono differenze percettive.

E non è un caso che spesso si senta parlare di architettura del movimento. Le forme, la struttura, le componenti del mondo intero sono affidate a giochi di forze che si contrastano tra esse nel tentativo, non sempre vincente, di generare equilibrio.

Recentemente ho conosciuto il maestro Michele Monetta, grande regista e attore teatrale. Grande mimo. Insieme abbiamo visitato l’area archeologica di Minturnae, avvolta in un silenzio pressoché statico. Il magnifico teatro romano era vuoto e la percezione che ne restituiva a noi visitatori era quasi ascetica. Le osservazioni del maestro Monetta, nel corso di quell’incontro, mi hanno portata a riflettere ancor più sul rapporto tra architettura e movimento.

D’altro canto, Michele Monetta è un profondo conoscitore dei giochi delle forze, dei pesi e dei contrappesi che inducono agli equilibri del corpo in movimento. Ed è un conoscitore della relazione tra gestualità e palcoscenico, tra posizione e ambiente, tra vitalità e spazio.

La sua arte mira, come lui stesso dice, a guardare al futuro (medesima ambizione di ogni vero architetto). Recentemente è stato pubblicato un libro dal titolo Mimo e Maschera (sottotitolo: Teoria, tecnica e pedagogia teatrale tra Mimo Corporeo e Commedia dell’Arte). Autori ne sono Michele Monetta e Giuseppe Rocca.

È un testo formativo sul mimo corporeo. Bisogna leggerlo per capire quante affinità esistono tra il mondo scientifico dell’arte mimica, l’universo dei movimenti e, lasciatemelo dire, le dimensioni dell’architettura.

I contrappesi corporei, soprattutto relazionati ai movimenti del tronco, pilastro fondamentale sul quale s’innestano gli arti e la testa (più protesi verso il descrittivo), sono esposti e illustrati con espressività addirittura appartenenti al mondo della scienza fisica e portano il lettore a riflessioni ampie, perfino riconducibili alla comprensione degli equilibri universali. E la maschera qui non è interpretata soltanto secondo gli schemi della Commedia dell’Arte, ma anche come capacità di gestione consapevole dell’io nella struttura fisica e in quella mentale.

Mimo e Maschera è dunque una guida preziosa alla comprensione delle relazioni tanto con l’io, quanto tra l’io e il contesto circostante. E il contesto circostante non è fatto anche di architettura?

PROFESSORI E DOTTORI NELL’ITALIA DELL’ABUSO

Giu
15

Qualche anno fa visitai l’Accademia di Architettura della Svizzera Italiana (a Mendrisio), alla cui biblioteca donai alcune mie pubblicazioni. Visita che si tradusse in un’interessante esperienza, visto che ebbi modo di constatare come la formazione degli studenti venisse affidata a intense attività di laboratorio, cosa che dovrebbe accadere in ogni Facoltà di Architettura. Progettare, progettare, innanzi tutto progettare.

In quell’Accademia, gli insegnanti di progettazione e pianificazione vengono tutti dal mondo professionale, ossia sono attivi – alcuni ad altissimi livelli – nel campo di battaglia dell’esercizio lavorativo. Questa non banale componente garantisce gli studenti nell’apprendimento reale della professione. Diversamente, in Italia la squadra di docenti di progettazione e pianificazione non sempre proviene dal quotidiano scontro con l’esercizio professionale, con la mutazione delle leggi (che qui è disastrosa), con le sconcertanti interlocuzioni con gli inadeguati Uffici Tecnici, eccetera. E troppo spesso i docenti non trasmettono ai discenti le dovute competenze (quelle competenze che non possono apprendersi solo attraverso i libri). Senza contare le inesperienze delle schiere di collaboratori, impropriamente chiamati assistenti, la gran parte dei quali altro non è che personale senza stipendio e appena laureato (talvolta addirittura in corso di laurea) o, bene che vada, in attesa di conseguire il dottorato.

Eppure, questi individui – a qualsiasi livello – sono chiamati (e si fanno chiamare) professori.

Mettiamo un po’ d’ordine. Il mondo accademico posiziona gli insegnati, vincitori di concorso, su tre livelli: i ricercatori, gli associati e i professori. Tralascio l’analisi della differenza tra professore ordinario e professore straordinario, sulla qual cosa pure ci sarebbe da dire. E tralascio i contrattualizzati, altro ampio tema.

Ritornando ai vincitori di concorso per i tre gradi dell’insegnamento universitario, il professore, quello vero, è titolare di cattedra. Non è dunque corretto attribuire la stessa qualifica a ricercatori e associati. Chi – tra questi ultimi – non riesce a reprimere tale inquieto desiderio, dovrebbe perlomeno avere il buonsenso di attribuirsi il grado di professore-associato professore di seconda fascia. Ciò non avviene. Lo spasmodico anelito a gloriarsi del massimo ruolo universitario non risparmia quasi nessuno e, nello specifico caso, tacere parte del titolo è un buon metodo per fuggire il problema. E non risparmia neppure le Istituzioni Universitarie: basti consultarne i siti.

Quando andai in Svizzera, entrando nell’Accademia, mi imbattei in una gentile signora che occupava un ruolo di rilievo all’interno dell’Istituzione. Mi rivolsi a lei chiamandola dottoressa. Molto cortesemente e coscienziosamente, mi rispose non sono dottoressa, sono architetto. Non posseggo un dottorato di ricerca. Eccoci dinanzi a un altro grande equivoco, tutto italiano.

Il conseguimento del titolo di dottore di ricerca appartiene all’alta formazione post universitaria. Sarebbe giusto, dunque, attribuire la qualifica di dottore architetto, dottore ingegnere, e via dicendo, solo a chi effettivamente lo è. E invece, quante volte capita il contrario? Quale responsabilità hanno le nostre associazioni di settore? Mi chiedo: ma non si ritiene sufficiente essere architetti?

Insomma, confusioni di ruoli, attribuzioni illecite, egocentrismi e insoddisfazioni: è questo il nostro Paese?

Già, d’altro canto non è forse l’Italia dei “geometri architetti” e dei “geometri ingegneri”? Una volta, un tizio si rivolse a me per una progettazione. Mi chiamava geometra. Chiarii che ero un architetto. Lui, sorpreso e perfino indignato, mi rispose: ma come, lei non è geometra?

Tant’è.

Denaro, Professione e Idee

Giu
12

2 miliardi di dollari per la realizzazione del nuovo Stadio Olimpico di Tokio, firmato da Zaha Hadid, per le Olimpiadi del 2020. 1,2 miliardi previsti e costi lievitati, tanto che Tokio sembra arrendersi, tra l’altro dopo l’accesa discussione nata nella comunità dei grandi architetti giapponesi anche riguardo i temi del rispetto ambientale.

Non è tra le opere che più mi piacciono della Hadid, ma le va riconosciuta la magistrale articolazione e un elevato grado di adattamento spaziale al tessuto urbano.

1,9 miliardi di dollari per The Shard, la piramide di cristallo di Southwark a Londra (ex London Bridge Tower), con la firma italiana di Renzo Piano. Di 306 metri e con 95 piani, è il grattacielo più alto dell’Europa occidentale. Nata come torre prevalentemente residenziale e aziendale, tuttavia dotata di spazi per servizi (ristorante, luoghi panoramici da cui si può osservare l’intera città, eccetera), oggi è ancora parzialmente vuota, soprattutto nelle aree destinate a uffici e residenze di lusso. D’altro canto, gli elevati prezzi fanno i conti con un momento storico non certamente favorevole.

A me piace moltissimo. È forse il lavoro di Piano che mi convince di più, anche se lo trovo non esattamente combaciante con le caratterizzazioni formali dell’operato progettuale dell’autore. Mi sorprendono le polemiche sul presunto eccessivo egocentrismo dell’edificio, come se la cifra di 1,9 miliardi di dollari dovesse destinarsi a un’opera semplicemente “carina”.

2,1 miliardi di dollari per il Royal Adelaide Hospital, edificato ad Adelaide in Australia. Progettato dallo studio DNA (Design Network Australia), a mio parere risulta un’opera ospedaliera dall’atteggiamento disordinato e non formalmente caratterizzato.

Senza nulla togliere alla capacità funzionale dell’edificio (di cui non conosco la portata), il risultato percettivo non compensa le aspettative (a mio parere, naturalmente), soprattutto se relazionate all’impegno economico, senza peraltro contare le chiassose scelte illuminanti per gli esterni.

3,9 miliardi di dollari per il One World Trade Center (o Freedom Tower) di New York. La Torre è nata in prossimità del luogo che ospitava le sfortunate Twin Towers ed è il quinto edificio più alto al mondo.

L’opera progettuale è di David Childs (studio Som), sebbene un primo progetto si debba a Libeskind (il medesimo grande artista dell’architettura che ha firmato le vicine e suggestive vasche della memoria, poste esattamente dove s’ergevano le Torri Gemelle).

Ho visitato questo sito sia durante i primi lavori che dopo il suo compimento. Posso dire con certezza che si tratta di un monumento bellissimo, la cui elegante forma a piramide falsata trasmette emozioni di diversa natura: dalla riconquista del cielo alla quiete del ricordo. È l’architettura che non dimentica.

Potrei andare avanti e illustrare brevemente numerosissimi altri edifici – belli e meno belli – che hanno richiesto impegni economici stratosferici. Senza alcuna intenzione di polemizzare e nel più assoluto rispetto dei Maestri dell’architettura, ho però un quesito da porre: noi architetti meno noti, poco noti e perfino ignoti, avremmo potuto offrire risultati altrettanto soddisfacenti? Non lo sapremo mai o, perlomeno, non potremo affermarlo fin quando non avremo un paio di miliardi di dollari da gestire.

Architetti in crisi. Difendiamoci

Mag
16

Dopo la dolorosa panoramica che ho effettuato nell’articolo Architetti al Collasso, cerco di andare più a fondo nelle problematiche che ci attanagliano. Per questo fine, riprendo alcuni dati emersi nel corso della Conferenza Nazionale sull’Architettura (Rif. omonimo articolo) del 29 aprile scorso.

L’Italia conta 134.310 architetti, attestandosi al primo posto, per numero, in Europa. Ben 89.000 di questi esercitano la professione. Gli altri sono diversamente occupati (in uffici pubblici, per insegnamento, in azienda private, e via dicendo). Il tasso di disoccupazione degli architetti è pari al 31%. Il reddito medio dei senior è di circa 24.000 euro/anno, tra i più bassi d’Europa. Quello degli junior è di circa 9.000.

E poi: il reddito lordo, soggetto alla feroce tassazione italiana, si sminuisce vertiginosamente; gli studi di architettura più grandi ne assorbono una ragguardevole quota parte e ciò che effettivamente conforma il ricavo dei restanti è penoso. Senza contare che una media tra senior e junior – valutata approssimativamente, considerando i giovani in numero inferiore a quello degli anziani – potrebbe aggirarsi intorno ai 18.000 euro.

In Svizzera, che non ha certamente il sistema di tassazione italiano, il reddito medio degli architetti (senza differenziazione tra senior e junior) è di 54.608 euro. A Lussemburgo è di 48.000 circa.

Tornando all’Italia, rapporto il nostro reddito medio con quello di ingegneri edili e geometri, sempre in relazione ai dati dichiarati nella Conferenza Nazionale sull’Architettura. I primi, gli ingegneri edili, non se la cavano molto meglio, raggiungendo una quota annuale lorda di circa 27.000 euro. Ma, sorprendentemente (in apparenza), i geometri superano le due categorie di tecnici laureati con un reddito medio di circa 35.000 euro.

Parliamone. Indaghiamo sulle cause, oltre la delirante crisi economica internazionale e l’elevato tasso di corruzione del nostro Paese che ci vede collocati ai primi posti nel mondo.

Fin da quando ho iniziato a scrivere nel mio blog, ho posto in evidenza una questione che considero importantissima: la pessima interpretazione del ruolo dell’architetto in Italia. Ognuno che, come me, esercita la libera professione è consapevole di quanto sia difficile parlare di architettura, sia nel privato che in ambiente pubblico. Ci si scontra quotidianamente con una diffusa e insopportabile presunzione di sostituirsi all’architetto, dunque di conoscerne il mestiere. Tantoché, troppo spesso, l’architetto è chiamato per espletare i soli compiti di passacarte, senza contare la responsabilità che ogni pratica edilizia determina per il professionista. Questioni di sopravvivenza portano spesso i professionisti più deboli a essere soggiogati a un contesto che mi permetto di considerare criminale.

Più volte ho messo l’accento sul degrado culturale che investe il nostro Paese. A questo fattore attribuisco una considerevole quota parte dell’aberrante e diramata convinzione della gente di conoscere l’architettura, di poterne guidare le scelte in maniera incondizionata. Si badi, non di esprimere – com’è giusto – le proprie necessità e aspettative in senso generale, ma di entrare appieno nelle soluzioni formali, fino a determinare il massacro paesaggistico che è sotto gli occhi di tutti. E poi, c’è quella non trascurabile quota relativa all’edilizia libera, affidata a semplici comunicazioni del proprietario (un esempio sono i rifacimenti delle facciate che transitano nella sfera della manutenzione ordinaria), che hanno prodotto scempi sconsiderati. Le pubbliche amministrazioni locali sono generalmente assenti, non normano correttamente il settore, soprattutto – mi spiace dirlo – nel mezzogiorno.

L’attività degli ingegneri è, in larga parte, relazionata a quella degli architetti. Buona norma sarebbe rispettare le competenze specifiche di ognuna delle categorie e viaggiare su un binario condiviso. Non sempre accade, ma è anche vero che buona parte della produzione edilizia segue queste regole. Però è altrettanto vero che gli ingegneri affrontano questioni formali (proprie dell’architettura) più di quanto gli architetti invadano il campo strutturale. E questo è, io credo, il motivo che vede gli ingegneri lievemente avvantaggiati, in tema retributivo.

Ora vengo al punto più dolente. In un’Italia dove le competenze sono evase in maniera scorretta, ai geometri è concesso fare tanto architettura quanto ingegneria, sebbene la giurisprudenza abbia messo un punto inequivocabile sull’argomento (mi riferisco a quanto ho già argomentato nell’articolo Architettura Violata, pubblicato sul mio blog il 13 marzo scorso). Dunque la sfera d’azione di questi tecnici non laureati, quindi non formati a determinate competenze, si allarga ben oltre le specificità della loro professione (dalle pratiche catastali a quelle di misurazione e rilevazione, eccetera). In larga parte, è piuttosto difficile che un architetto o un ingegnere si addentri in pratiche del catasto (ad esempio), mentre è consuetudine che un geometra affronti progettazioni, calcolazioni e direzioni di lavori perfino di opere mediamente complesse.

Colpa delle pubbliche amministrazioni, naturalmente. Colpa della distorta applicazione di un sistema legislativo ancora poco chiaro. Colpa dell’assenza di controlli adeguati. E colpa, infine, della carenza culturale specifica che dilaga incondizionatamente.

Basti pensare che a dirigere moltissimi degli Uffici Tecnici pubblici si trovano geometri, sebbene la Sentenza della Cassazione n. 19292 del 2009 ne abbia inequivocabilmente chiarito l’ambito d’esercizio e abbia perfino stabilito che un tecnico laureato non può mai essere subordinato a un tecnico diplomato stante la sua maggiore qualifica. Una delle sfere di applicazione di questa Sentenza va individuata proprio negli Uffici Tecnici, vista la necessaria subordinazione di chi presenta una pratica edilizia da chi è deputato a valutarla. Ne deriva che nessun geometra potrebbe occupare il ruolo di dirigente di un Ufficio Tecnico. Non è forse questo un esempio eclatante di quanto lo Stato Italiano sia incapace di applicare le sue stesse leggi?

Sono convinta che noi tecnici laureati, architetti e ingegneri, dovremmo riunirci in un solo coro e costringere le Istituzioni a rispettare questa norma. Che ne pensate di una petizione?

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