Elodia Rossi

UOMO D’ACCIAIO

Feb
02

Uomo d’Acciaio: si tratta di un thriller. No, non è il thriller che ci si aspetta di solito. Neppure alcuna nota horror nel vero senso della parola.

Si tratta di un thriller che ho scritto, prima in versione romanzata poi sceneggiata, per affrontare il tema delle possibili ambiguità dell’animo umano.

Un intimo dolore che scatena ferocia è in opposizione al grande bisogno di amore. Una porta aperta alla follia.

Qui appresso, qualche breve passo del romanzo (giusto per inquadrare il principale personaggio).

…L’incredulità iniziale aveva lasciato spazio alla mortificazione.

In breve, si risvegliò nel fanciullo quel soffocante senso di angoscia che aveva caratterizzato i suoi primi quattro anni di vita. Quell’angoscia che lo aveva reso muto, incompreso e incomprensibile. La sua piccola e fragile mente elaborava pensieri sconnessi e distortamente complessi. Era bastato un gesto cattivo, un solo gesto inaspettato, per portarlo a rivivere l’intima sofferenza che credeva essere ormai sepolta col suo sfortunato passato.

Luigi era un buon partito, se così si può dire, impropriamente. Ma quella situazione, che l’intelligente e sensibile bimbo subiva, lo faceva sentire come un animale in gabbia. Il cervello schizzava, ogni giorno di più, e manifestazioni esteriori dell’intimo disagio affioravano copiose. Un animale in gabbia, si sa, perde la sua vera natura e diviene un mostro: non accetta la sua vita, non risponde alle regole della specie perché non le conosce, sovverte ogni istinto e ogni possibilità di ragionevolezza, abbandona ogni interesse, anela per sempre alla liberazione e la paura di non perseguirla si traduce in una costrizione che lo rende pericoloso e indigente. Un animale in gabbia, quando perde la speranza di poter essere libero, mangia le sue zampe, si ferisce, si uccide lentamente oppure uccide. Crudeltà. E nessuno, con coscienza e onestà, dovrebbe mai lamentarsi di qualsiasi crudeltà che affonda le radici nell’aver subito forme di sopruso.

…la mente di Luigi era distrutta, anche se nessuno lo avrebbe potuto considerare non autosufficiente: non appariva così. Il giovane aveva sviluppato una condizione mentale disagiata, con tendenza ad aspetti diabolici. Il suo cervello, ormai una scatola a prevalente duplice partizione, non produceva le esternazioni tipiche delle personalità multiple, generalmente caratterizzate da incoscienza e dissociazione delle identità. Era sempre cosciente, sapeva cosa faceva e, ipotizzando uno scenario utile a spiegare i suoi comportamenti, utilizzava l’una o l’altra partizione a seconda degli interlocutori, dei momenti, degli stati d’animo indotti dall’esterno. Capitava perfino che le usasse entrambe, quando si trovava di fronte a più persone…

Aveva costruito il suo essere con molta cura. Era partito … da una base di incomprensione e sofferenza. Intorno, con una meticolosità di cui sono capaci soltanto l’intelligenza estrema e la sensibilità al di sopra della consuetudine, aveva composto il suo puzzle con maniacale precisione. Era capace tanto d’amore immenso quanto di odio estremo, perfino consapevole di quanto sia labile la separazione tra i due sentimenti. Anzi, proprio lavorando su questa consapevolezza, aveva saputo generare nella sua mente un’inespugnabile suddivisione tra i due sentimenti, evitando che qualunque possibile fattore esterno potesse intaccare la prorompente forza di ognuno. Proprio per questo, tutto il resto – il mondo esterno, i pochissimi amici (meglio, conoscenti), i pochi interessi sociali, il disturbo per una società cui non si rispecchiava – era affidato a momenti isolati, anche se talvolta intensi, di elaborazione concettuale…

 

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