Elodia Rossi

ACQUA

Nov
16

Quando il sole sorge, (…) L’importante è che cominci a correre.”

Anonimo ‘900

20 ottobre 1995

Lettera ad un individuo, uno a caso, ricco sfondato.

Una giornata a caso della vita di uno qualunque, uno a caso, che arranca per vivere.

<Mi sveglio, è l’alba.

Oggi piove. Piove su qualunque cosa io faccia. Inesorabilmente piove.

Ho mal di schiena e un diffuso, sordo dolore alla pancia: già, il mio problema di salute. Chi se ne frega. Se dovessi starci appresso, avrei ben poco tempo per inventarmi la vita. E infatti, è proprio questo che cerco di fare: inventarmi la vita.

Mi alzo, mi lavo, mi vesto, vado in cucina e mi preparo un caffè ben carico. Metto la caffettiera sul fornello e, poco dopo, scoppia! Troppo carico? Un pezzo da una parte, un pezzo dall’altra. Il filtro, sbattendomi sulla fronte, finisce in terra e il caffè è dappertutto. La cucina è, ora, ben ornata di macchie scure. Un’espressione d’arte contemporanea?

Scatto d’ira, ho un bernoccolo in fronte. Butto all’aria anche l’ultimo pezzo della caffettiera, il fondo, l’unico rimasto sul fornello. Non ho tempo per prepararmi un altro caffè. Il mio treno parte tra non molto e devo assolutamente raggiungere Roma per un appuntamento in banca. Chissà se con la tua benedizione mi concederanno un piccolo finanziamento? Visto che la tua benedizione m’è costata cara in termini di lavoro fatto al tuo posto, chissà?

Esco di casa; c’è il sole. Entro nella mia anzianotta vettura color bronzo e, ovviamente, questa non parte. O meglio, fatica non poco a mettersi in moto. L’adrenalina sale, la schiena mi fa male, la pancia pure. Devo andar veloce – pura illusione per la mia povera auto – se voglio prendere il treno. Arrivo alla stazione, cerco un parcheggio e – ti pare! – il più vicino dista almeno un chilometro dai binari. Scendo di corsa e di corsa vado verso la biglietteria. Il treno è in ritardo: almeno quaranta minuti. Ma che posso sperare da un diretto del cavolo, non potendo permettermi uno di quei treni veloci e costosi? Maledizione! Corro verso un telefono pubblico e cerco di avvisarti, ma non ci riesco: il tuo cellulare, l’unico di cui ho il numero, è spento. Nevrosi al massimo! Non mi piace portare ritardo.

Finalmente salgo sul treno, arrivo a Roma e, guarda caso, piove a dirotto. E a che vale pensare che a Napoli c’era il sole? Ora non ho un ombrello e devo raggiungere la banca, questa è la realtà. Fradicio come non mai, arrivo all’appuntamento fuori l’agenzia e tu non ci sei. Sarà andato via non vedendomi arrivare?, mi viene spontaneo chiedermi. Macché: non sei ancora arrivato, ma io questo non lo so.

E intanto piove e io continuo a bagnarmi. Grondo acqua da tutte le parti. Le mie scarpe sono zuppe come i miei capelli, come il mio giaccone, come la mia cartella, come il mio tutto. A questo punto non vale la pena neppure cercare un riparo; vale la pena continuare a farmi la doccia, tanto è lo stesso. Certo, se avessi avuto una macchina come una di quelle che hai tu, un autista e un segretario servizievole con l’ombrello, sai chi se ne sarebbe fregato della pioggia, del treno, del parcheggio, eccetera. Va be’!

Dopo un quarto d’ora di doccia davanti la porta d’ingresso della banca, mi convinco che devo telefonare per cercare di rintracciarti, per capire cosa possa essere accaduto e quanto pregiudizievole possa essere stato il mio non colpevole ritardo. Non ho gran simpatia per i cellulari, però mi accorgo di quanto sarebbe comodo possederne uno in un momento come questo. Ma è del tutto inutile che io ci pensi. Cerco una cabina telefonica ma quando ne cerchi una, specie a Roma, non la trovi facilmente o almeno non la trovi funzionante. Poi, con la mia dichiarata fortuna! Quando rintraccio, dopo vari tentativi, la cabina funzionante ecco che all’interno c’è un uomo che parla, parla, parla. Tanto, tanto da non volersi acquietare mai. E a nulla serve che io mi affanni a sventolare la mia carta telefonica col preciso intento di farmi vedere, per dichiarare insofferente fretta e disappunto verso quell’atteggiamento a dir poco maleducato e menefreghista. Finalmente il tizio esce, si badi bene, senza neppure scusarsi dell’attesa che mi ha causato, per giunta sotto la pioggia. Entro in cabina, introduco la scheda nel telefono e, porca miseria!, ci sono solo quattrocento lire di autonomia. Non saprei proprio quanto dista il rivenditore più vicino. Come faccio a chiamare un cellulare con quattrocento lire? Ok, messaggio lampo: io sono qui, sono arrivato, ecco tutto. Tu sei in ritardo, questo ora sono riuscito a capirlo. Ti aspetto e quando, finalmente, arrivi ben asciutto con la tua Maserati (a me l’acqua piovana ha lavato perfino l’anima), ore tredici, entriamo in banca. Se non altro la pioggia ha dato sollievo al mio bernoccolo.

A questo punto, ridere o piangere? La banca non permette operazioni, non c’è corrente. Un guasto, questo è il problema. Ma è un guasto che riguarda soltanto il palazzo dell’agenzia. Dunque servirà più tempo per la riparazione. Se si fosse trattato dell’intero quartiere, i tecnici sarebbero arrivati in tempi più rapidi. Così invece, toccherà aspettare. E quanto? Una buona cosa: dal momento in cui ho messo piede in banca, non piove più. Attendiamo mezz’ora fino alla chiusura del mattino, ma l’elettricità non è ancora in funzione. E’ tempo di uscire. Le porte stanno per essere chiuse e bisognerà tornare all’apertura pomeridiana, ossia alle quindici.

Ironia della sorte, nel mettere piede fuori, ritorna insidiosa la pioggia. E’ come se ci fosse una nuvola nera che mi perseguita, proprio qui, piantata sulla mia testa. E a che è valso, poco prima, essermi asciugato, o meglio tamponato dell’eccesso – si fa per dire – d’acqua, con dei pacchi interi di fazzoletti di carta che sono finiti a colmare i porta-rifiuti dell’agenzia? Va be’, tanto ormai sono assuefatto a quest’insidia. Devo vagare fino alle quindici e poi, dopo essermi assicurato che l’energia elettrica sia tornata attiva, dovrò avvisarti telefonicamente: questi sono gli accordi a me poco favorevoli, naturalmente. L’indifferenza dei potenti richiede anche la servitù. E’ una specie di regola. Ma il tempo è galantuomo e, un giorno o l’altro, mi prenderò una rivincita a mio modo (che illusione!).

Intanto, i miei ricoveri sono tettoie, aggetti di abitazioni, cornici e ingressi di palazzi, qua e la, posti lungo il mio disordinato tragitto. Non mi pesa, ci sono abituato. Poi, oggi sono nervoso e non ci penso!

Ore quindici: sono di nuovo in banca. La corrente elettrica è attiva, il guasto è stato riparato. Ora però manchi tu che, come d’accordo, aspetti che io ti avvisi. Ricomincio. Ritorno in cabina telefonica: quella di prima. Dalle tredici alle quindici i negozi sono chiusi e io sono senza carta telefonica. Bisogna avere la mente lucida per ricordarsi tutto e oggi non è proprio uno di quei giorni. Utilizzo gli spiccioli che mi trovo in tasca e lancio un nuovo messaggio lampo. Ritorno in banca e aspetto. Poco dopo, tu arrivi più asciutto che mai. Facciamo la nostra operazione, che mi ha scorticato l’anima per il tempo che mi ha sottratto, e ci salutiamo. Non è andata come speravo, naturalmente.

Guarda, guarda, non piove. Esco e mi dirigo verso la metropolitana. Non faccio che quattro passi e un tuono feroce annuncia una nuova scarica d’acqua. Non ho certo dovuto attendere per questo. Puntuale, l’unica cosa veramente puntuale della giornata è la pioggia. Altra doccia.

Non so cosa fare. Non ho un accompagnatore con l’ombrello e, in questo momento, non ho neppure un ombrello. Non ho un’auto con l’autista e non ho neppure un’auto che mi permetta di percorrere tranquillamente duecentocinquanta chilometri senza il rischio di perdere un’intera giornata o di essere lasciato a piedi sull’autostrada. Non ho un autista. Non ho un segretario con quattro cellulari – come il tuo – per avvisare dei ritardi (mai premeditati) o per comunicare il mio arrivo. E probabilmente se l’avessi, avrei anche la tua buona dose d’indifferenza che mi porterebbe ad attendere che siano gli altri – quelli che fanno la doccia gratis – a chiamare! In più, le cabine telefoniche, merce per gente di strada, non funzionano quasi mai.

Ho solo buoni piedi, tanta pioggia che mi bagna (non si capisce se piovo più io oppure il cielo) e una testa nella quale si addensano le mie idee, le mie conoscenze e le mie competenze. Perfino le mie aspirazioni. E sai che ti dico? Non ho nulla, è vero; ma non sono meno intelligente di te. Al diavolo, non mi sento assolutamente meno intelligente di te. In ogni caso, non stare lì a preoccuparti di quello che sto dicendo, considerato che ho una certa stima della mia intelligenza. E’ come dire che stimo anche te, non ti pare? Non dimenticare che le differenze tra due individui si misurano evitando le uguaglianze.

Sai qual è la vera differenza tra noi due, al di la dei valori? E’ che, maledetta sorte, sul mio capo piove, piove sempre, inesorabilmente piove. Sul tuo, invece, c’è il sereno e, all’occorrenza, un bel tetto che ti ripara. E non sempre queste cose si conquistano. Altrimenti, cosa sarebbe la sorte?

Ah, dimenticavo: è sera, ormai. Il risultato di questa giornata? Brividi di freddo, un termometro sotto la lingua, un gran mal di gola e un deciso mal di testa che si sommano ai dolori di schiena e di pancia>.

Ora chiudo gli occhi e dormo. Domani è un altro giorno e VEDREMO.

DELIRIO DA UN TRENO (RACCONTO BREVE)

Set
04

E’ da un treno che ti scrivo, questa volta.

Corre veloce. Corre verso te.

Stai attenta, non è come le altre volte. Non farti illusioni. Stavolta andrò via.

Maledetta!

Avere un rapporto con te è quanto di più difficile possa capitare ad un essere umano. Sei volgare, a volte. A volte sei spietata. Irraggiungibile. Incomprensibile. Fuorviante. Deviante. Sfrontata. Quanti volti hai? Mille o uno soltanto? Dipende da come ti si guarda. Già, non c’è dubbio: il tuo lato migliore è quello meno evidente. Non perché sia davvero migliore: solo perché con esso esprimi una sincerità distruttiva e dichiari la tua identità. Mostruosa.

Inquietante. Devastante.

Se ti si guarda in faccia, di fronte e senza indagare troppo, è vero, sei bellissima. Mio Dio, quanto sei bella! Incantevole, addirittura.

Straordinaria.

Nessuna, credimi, nessun’altra è come te. E chiunque t’ha vista, lo sa. Ogni centimetro quadrato del tuo corpo, della parte più evidente del tuo corpo, è un’invenzione sublime. Un tassello d’un mosaico praticamente perfetto.

Strega. Fata.

M’hai rapito. M’hai ammaliato. Potessi tornare indietro! Potessi tornare vent’anni indietro, no, non accadrebbe mai più. Non mi farei rapire dal tuo fascino. Non mi farei coinvolgere dalle tue ingannevoli apparenze. Non mi farei ammaliare da quella parte manifesta del tuo corpo scultoreo. Né dalla tua essenza. Starei attento, ti schiverei. Starei lontano da te. Neanche per un solo attimo mi farei coinvolgere. Perché ormai ho la certezza che un solo attimo basterebbe a rapirmi, a stregarmi, a uccidermi. Tu ci sai fare. E un attimo o vent’anni ti sono sufficienti a distruggere un’esistenza.

Il modo per evitare questo è uno soltanto: non conoscerti. Starti lontano. Beato chi non ha mai avuto la possibilità d’incontrarti.

Eppure c’è tanta di quella gente che ti ha vista sui giornali, in televisione, perfino di sfuggita e vorrebbe incontrarti. Tanta gente che ha saputo di te, pensa di conoscerti. Molti sono appassionati della tua vita, affascinati dalla tua bellezza. Non sanno che l’apparente limitazione del non essersi imbattuti in te è invece una grande fortuna, una salvezza. E questo concetto lo griderò al mondo, a tutti, d’ogni razza e provenienza. Belli e brutti, giovani e vecchi, grandi e bambini. Tanto per te non c’è differenza. Chiunque ti capita a segno, colpisci.

Demonio, sei un demonio.

Eccome se ho provato a starti lontano! Non mentire. Non puoi pensare, neppure per un istante, che non sia andata così. Purtroppo però, t’avevo già conosciuta e, dal primo momento, t’avevo amata.

Ma questa volta, vedrai, ce la farò.

La tua indole narcisista non vorrebbe accordare a nessuno di sfuggirti, una volta abilmente incantato. Ma posso farcela. Devo farcela.

Non ci sono mai riuscito finora, è vero. Ti odio per questo. Ma le cose cambiano e nella vita, presto o tardi, ci si può aspettare di tutto. Questo vale anche per te. Vedrai.

Ti odio e ti amo. E non so quale dei due sentimenti sia più forte. Per la verità, non so neppure se si tratta di amore o, semplicemente, di ossessione.

Se ripenso alle lunghe giornate passate insieme, agli anni vissuti insieme, alle passeggiate lungo il fiume, alle frenetiche e divertenti serate, alle atmosfere magiche di certi momenti, alle notti estive all’aperto, alla confusione della gente che incontravamo e che bramava al desiderio di conoscerti meglio, alle stravaganti cene in tante case di lusso, alle risate nelle spartane trattorie, ai caffè nei circoli, ai brindisi nelle vinerie, agli incontri con attori e registi sui set, ai concerti, ai confronti culturali e a tanto altro ancora, allora ti adoro. Ricordi quel tramonto di primavera che ornava le passeggiate lungo il fiume? Che colori, che riflessi sull’acqua, che piacevole temperatura. Sembrava un paesaggio irreale: io e te, apparentemente soli, fortemente legati da un sentimento straordinario, non umano. Sublime, direi divino.

Se poi ripenso al dolore che ho vissuto con te, alle umiliazioni per essere uno dei tanti, alla cattiveria che mi si è presentata davanti in tanti momenti, alla disperazione che ho visto negli occhi di molti, alla confusione che hai creato nella mia mente, allo straziante modo con cui ti prendi gioco degli altri, alle tue promesse mai mantenute, alla tua ostilità nascosta da quel volto fiabesco, allora ti disprezzo. Ricorderai, spero, quella sera quando dovevo tornare a casa. Era molto tardi. Tu mi lasciasti solo, su quella maledetta strada di periferia ad aspettare un autobus che non arrivava mai. C’era poca luce, il lampione più vicino era abbastanza distante da non permettermi di vedere neppure l’orologio. Non un taxi in giro. E nelle vicinanze, ti ricordi chi c’era? Mio Dio! Ceffi da fare paura. Mi hanno derubato. Me la sono cavata col portafoglio. E mi è andata bene, non c’erano molti soldi. Se si fossero accorti di cosa avevo nel taschino, sai che festa. D’altro canto, che potevo fare? Allontanarmi? Per andare dove? Quanto tempo sarà passato, prima che arrivasse l’autobus? Due ore? E tu, intanto, te la ridevi. Sdraiata, comoda, spettatrice indomabile.

E ti ricordi come mi trattasti quell’altra volta? Quella volta che sono fuggito lontano da te, trasferendomi, fortemente deciso a tanto. Si, quella volta che ebbi la forza di cercare un nuovo amore, un universo diverso, più sincero, per tentare di vivere. Vivere. T’è bastato un attimo, un solo attimo, per farmi tornare indietro.

Smettila! Non è vero, lo sai, che avrei potuto evitare d’incontrarti. Da te avevo ancora tutte le mie cose. Cose troppo personali perché qualcuno potesse passare a prenderle al posto mio. Così non ho potuto fare altro che tornare. Mi ero messo in testa di non guardarti in faccia. Ho provato a farlo. Te lo ricordi? Sono entrato col capo reclinato. Con gli occhi socchiusi. Cercavo di non guardare neppure i miei passi. Tu, perfida, ne hai approfittato. Ho sbattuto il muso davanti a un muro e, tanto inevitabilmente quanto irrazionalmente, ho dovuto spalancare gli occhi. E tu, pronta, eri lì ad aspettarmi. Maledetta. Non ebbi il coraggio di portare via nulla e ti adulai, ancora, più forte che mai. Percepii e toccai ogni centimetro di te e, ancora, m’innamorai.

Quanto dolore tra le tue braccia! Nessuno è crudele come te.

E quanto amore! Nessuno è bello e affascinante quanto te. Sei una morsa. Una morsa d’acciaio, dalla quale è quasi impossibile liberarsi.

Paradossalmente, l’unica consolazione è che non sono solo. Tu fai così con tutti. E tutti, inevitabilmente, ci cascano.

Però non credere che queste riflessioni mi stiano portando ad abbandonare l’idea di liberarmi di te. Almeno questa forma di rispetto me la devi. Sono deciso e capace. Sono caparbio e ci proverò ancora: è quello che sto facendo. Mai sono stato così determinato.

Non mi fai paura. Almeno credo. No, non mi fai paura.

Comunque non mi va di parlarti. Preferisco scriverti da lontano, usando prudenza, perché tu non abbia alcuna possibilità di coinvolgermi e distrarmi, incantevole assassina!

Vedrai, mia cara assassina, questa è la volta buona.

Corre il mio treno. Corre. Corre per abbreviare la mia sofferenza.

Un pomeriggio di sofferenza, di grande dolore, è questo. L’ho detto, purtroppo sono costretto a tornare. Come al solito, devo tornare. Come al solito, devo raccattare le mie cose. E lo devo fare, perché non ho intenzione di lasciarti un solo ricordo di me. Nulla deve più legarci. Porterò via tutto.

Fuggirò per sempre.

Vedrai, a nulla varrà che io dovrò guardarti. Perché ci sarai. So bene che ci sarai, pronta a tentare di sconfiggermi ancora. Ma non ti osserverò, per nulla al mondo ti osserverò. Ti guarderò appena, forse, ma non ti osserverò. E c’è una grande differenza tra guardare e osservare. Ho meditato a lungo e adesso so come sconfiggere il tuo fascino.

No, mia cara, non credere che i ricordi mi mangeranno il cuore. Non pensarlo neppure per un istante. Non mi vedrai più, dopo questo ultimo viaggio, mai più.

Infida! Traditrice.

Quanta gente hai distrutto? Quanti come me hai stregato? O credi che non sappia quanti rapporti hai? In questi vent’anni, dimmi, in questi vent’anni durante i quali il mio cuore ha palpitato per te, quanti rapporti hai avuto? E quante vittime hai mietuto? Vittime, questo sono, vittime come me. Strano a dirsi: non sento per loro rincrescimento o amarezza, né disprezzo da gelosia. Sento dolore, compassione, solidarietà.

Tu confondi. A volte sembri avere la saggezza di Seneca. A volte, la cattiveria di Caligola. Altre volte, ahimè!, sei perfino scellerata. Ma sei bella. Straordinariamente bella. Maledettamente bella!

A dirla tutta e ad un’analisi approfondita, non superficiale, per certi versi sei anche apparenza. Ci sono delle parti strazianti di te: in particolare le estremità, quelle che tenti di nascondere a chi non ti conosce bene e rimane affascinato dal tuo lustro, dallo splendore che manifesti nel tuo insieme. Bisognerebbe riflettere, molto. Bisognerebbe avere il coraggio di guardarti bene, in ogni angolo del tuo corpo. Così soltanto emerge la tua immensa dicotomia tra l’essere e l’apparire. Già essere o apparire? Quanto sei e quanto appari? Mia cara, come vedi so demolirti e adesso non mi inganni più. Io ti conosco davvero, tutta.

Sono quasi arrivato. Ci metterò poco. Non ho voglia di stare da te. Farò tutto in fretta, te l’ho già detto. Con tanta fretta, vedrai. Vedrai, non avrò neppure il tempo di parlarti. Perché ti ho sempre parlato, nei miei lunghi monologhi. E la tua presunzione non ti consente di dare risposte, in nessun modo. Pensi di stare al di sopra di tutti e non ti degni di offrire nulla: accoglienza, conforto, sicurezza. Mai nulla di tutto questo.

Mettitelo bene in testa dunque, questa volta non avrò tempo e voglia di guardarti. Sarò sfuggevole. Sarò senza pietà. Ti lascerò questa lettera in un angolo.

Non provare a confondermi con i tuoi infiniti volti, ambiziosa trasformista. Non m’inganni, non puoi più ingannarmi, ormai.

Farò tutto in fretta. Prenderò le mie cose e ti lascerò. Ti lascerò subito. Dopo sarà tutto più bello, lo so. Ritornerà la pace e l’ambizione di una vita serena diventerà realtà.

Devo superare questo momento, a tutti i costi. È questione di vivere o morire. È sempre stato difficile superare questo momento, impossibile finora. Del successivo non mi preoccupo. Non ci sarà nulla di difficile, dopo. Io lo so.

Sono davvero quasi arrivato. Corre questo treno. Corre.

Tu sei lì, ad aspettarmi, pronta. Ne sono certo.

Ma non cercare di… smettila. Lasciami stare, ti prego. Lasciami andare. Io voglio vivere. Ho bisogno di vivere! Ho bisogno di una storia nuova, di una realtà nuova, di una nuova vita.

(…………………)

La testa mi fa male. Ho un dolore acuto alle tempie. Mi confonde.

Stupido. Sono uno stupido. Come posso, anche per un solo attimo, pensare di chiedere aiuto a te? A te, che non me ne darai. Non vuoi. Forse, non puoi perfino. Tu sei nata così. Sei nata per essere così. Non cambi mai. Il tempo passa, inesorabile per molti, ma non per te. Non per quella parte di te che conforma la tua grande bellezza e, insieme, una smisurata apparenza.

Mio Dio! Già ti intravedo. L’importante è che non ti osservi. No, non devo osservarti. Adesso penso che non devo neppure guardarti, perché temo che questo possa aprire le porte all’osservazione. E io non posso farlo.

Non devo.

Ci sto provando. Ma c’è qualcosa, non capisco, qualcosa che mi ostacola. Intravederti, forse, è già abbastanza per rimanere intrappolato? Come si fa? Sei bella. Mio Dio, meravigliosa!

Un fascino che non capisco, non è di questo mondo. E’ drammaticamente forte e tragicamente surreale. Sarà anche per questo tuo inconfondibile odore. Inebriante. Al punto da non comprendere se rassomiglia a un puzzo. Un puzzo che inebria, confonde, rapisce. Come l’odore intenso di qualcosa che ti appartiene, a cui sei abituato fin da piccolo e la cui mancanza potrebbe significare l’apertura al disorientamento. Un odore inconfondibile. Tuo. Esclusivamente tuo.

Non riesco a non metterti gli occhi addosso. Non ci riesco!

Aiutami, non voglio caderci ancora.

Com’è possibile che la mia ostinata caparbietà, quella caparbietà che tutti mi rinfacciano, si sgretoli al tuo cospetto? Possibile che sia tu, soltanto tu, l’elemento di fragilità del mio essere?

Non farmi questo. Comprendimi, devo liberarmi di te. Abbi pietà, per una volta.

Cosa sarà mai per una come te fare a meno d’un essere piccolo, inutile, insignificante. Cosa sarà mai per te! Oppure proprio la mia testardaggine costituisce il motivo che ti spinge a tradirmi ancora? Mi sfidi, sei crudele e vuoi dimostrare la tua immensa potenza.

Dammi la mia libertà, ti prego!

Parlo, scrivo e tu non mi ascolti. Sei una dea di cristallo, impassibile.

Non mi ascolti, non ascolti le mie preghiere, non dai spazio alle mie aspirazioni, ai miei desideri, alla mia vita. Non confermi la mia capacità di ostinazione, quella che mi ha fatto sperare, ancora una volta, di potercela fare. Di poterti affrontare.

Altrimenti, perché fai questo?

Ho appena alzato gli occhi verso te, solo per capire se stavo arrivando, e non ho più la forza di chiuderli. Dio, sei bellissima! Anche così lontana, mi incanti.

Il cuore mi sale in gola. La mente mi si annebbia.

La verità, forse l’unica verità che trascende ogni possibile ragionevolezza, che supera ogni mia ostinazione, è che t’amo e non posso farne a meno. Non c’è niente da fare. Tu sei il mio tallone d’Achille. Sei la mia morte e la mia resurrezione.

Ti vedo adesso, ti vedo bene. Ormai sono da te. E non ho armi per poterti dire addio.

So che sono ridicolo, ma adesso non voglio più andare via. Percepisco quell’attrazione che mi fa lasciare alle spalle ogni giornata oscura e mi apre alla speranza d’una vita migliore, insieme a te. Restano vivi i ricordi soavi e, per quanto mi sforzi, ora nella mia mente non c’è altro.

Sai, vederti, odorarti … Oggi, poi, a quest’ora, sotto il sole scuro alle soglie del crepuscolo. I colori, che colori! I tuoi colori.

Non ti lascerò. Non ti lascerò mai. Magica. Incantevole strega.

Io ti desidero, mia Roma.

 

N. 14 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Lug
12

La tormentata storia dei Piani Regolatori di Roma è fatta più di modifiche e proroghe che di disegno urbano vero e proprio.

Il primo PRG, datato 1873 non è mai attuato, ma è ripreso da Viviani dieci anni dopo, nel 1883, modificato, adeguato e integrato. Dopo 26 anni, Sanjust di Teulada redige un nuovo PRG che viene subito approvato: è il 1909 e lo strumento ha una sua ragion d’essere, pur con alcune discutibili scelte d’impostazione.

Poi gli anni del Razionalismo, di cui ho parlato nel precedente articolo, e Piacentini (insieme a Giovannoni) è chiamato a proporre un nuovo disegno urbano: è il 1931. Immediatamente approvato e finanziato nel 1932, questo strumento si rivela finalmente adeguato. Gli anni del conflitto arrestano però l’ascesa urbanistica della Capitale. Il dopoguerra produce forme di arroganza edilizia e così, tra varianti e modificazioni, il Piano è largamente dimenticato.

Nel 1954 è la Commissione di Elaborazione Tecnica (CET) a produrre un nuovo Piano, sulla base degli indirizzi generali dettati dal Consiglio Comunale (lungamente discussi). Nonostante ciò, nel 1958 è lo stesso Consiglio a respingere questo strumento.

Arriva il 1962 e – allo scadere delle norme di salvaguardia – Piccinato, Fiorentino, Lugli, Passarelli, Valori (altrimenti detti la Commissione di Cinque) sono chiamati alla redazione di un ulteriore nuovo strumento di governo di Roma. Qui mi soffermo un attimo. E mi soffermo perché, a mio parere, questo è un grande esempio di pianificazione. Lungimirante, adeguatamente innovatore nell’insieme e correttamente conservatore in parti (motivo delle critiche subite, mai da me comprese), questo strumento imposta la sua razio sulla consapevolezza di dover sgravare il Centro di tutte le funzioni che avrebbero potuto, col tempo, determinare congestione e irrazionalità. Nasce l’idea di SDO (Sistema Direzionale Orientale), ossia di un asse attrezzato che, oltre ad attrarre le più dense funzioni (Ministeri e altre Sedi di Potere, grandi imprese de terziario, eccetera), localizza l’espansione residenziale.

Mai ho capito le polemiche, ancora oggi direi strumentali, secondo cui questo piano va visto come una riaffermazione delle idee del ventennio. Perché non vederlo semplicemente come la presa di coscienza che Roma deve espandersi razionalmente, anche in ragione dell’assorbimento delle buone pratiche passate e della confutazione di quelle inadeguate?

E difatti, molto più tardi – lo dirò tra poco – intense campagne pubblicitarie accompagnano l’annuncio di un nuovo PRG che riprende l’idea dello SDO, fuori tempo e fuori luogo. Intanto Roma è cambiata e le logiche di sviluppo sono più difficili.

Purtroppo il grande piano del 1962 è presto sottoposto a raccapriccianti varianti. Dopo trent’anni di vicende varie, di contrasti e rinvii, nel 1995 le ipotesi operative del piano del ’62 sono definitivamente trasformate, con gravi conseguenze per lo sviluppo della città. In modo particolare, all’interno di questo arco temporale, nel 1974 (con l’approvazione della Variante del ’67 ) s’intraprende una ben diversa direzione per l’assetto infrastrutturale romano.

La Variante al P.R.G. del 1967, esecutiva appunto nel 1974, propone il trasferimento di alcune delle funzioni dell’Asse Attrezzato al nuovo progetto di costruzione di un anello intorno alla città. Così, il collegamento con le direttrici Nord – Sud – Est e con l’aeroporto dell’Asse Attrezzato vengono affidate al G.R.A. Da arteria di attraversamento della città l’Asse diventa un tronco viario al servizio esclusivo del G.R.A. Una variazione di ruolo che stravolge le funzioni proprie dell’Asse e, di riflesso, quelle di supporto che la circonvallazione nascente avrebbe potuto esercitare nell’infrastrutturazione generale del territorio di Roma. (Rif. mia pubblicazione Roma e la sua area metropolitana, MIXER, Roma, 1992)

Il Grande Raccordo Anulare, dunque, è inserito nella maglia infrastrutturale di Roma con uno scopo iniziale ben preciso e, per certi versi, sottratto all’Asse Attrezzato del progetto SDO: quello di costituire un raccordo viario tra gli assi della viabilità nazionale provenienti dalle varie direzioni, in modo da evitare l’attraversamento della città nel caso di proseguimento oltre essa. Purtroppo questo disegno concettualmente logico, curato dall’ANAS sia per la progettazione che per la realizzazione, manifesta le sue carenze fin dal principio non tenendo conto né degli aspetti urbanistici generali né delle possibili proiezioni territoriali. Così, in tempi davvero molto brevi, in parte coincidenti addirittura con il compimento dell’opera (che ha richiesto molti anni di lavoro) il GRA diventa una realtà che incide prepotentemente su qualsiasi sviluppo alternativo. Diviene un’arteria interna all’urbanizzazione e determina la creazione, in alcuni tronchi continua, di insediamenti vari, sia legali che abusivi, quale derivazione di investimenti finanziari, spesso di scarso valore (Rif. mia pubblicazione I tracciati della mobilità nell’evoluzione storica di Roma, in I territori di Roma, Università degli Studi Roma 2, anno 2002).

Non finisce qui.

Negli anni a seguire, trova spazio l’avvicendarsi di interventi parziali (come Interventi per Roma Capitale), generalmente derivati da leggi. Fin quando, dopo lunghi anni di esamine, discussioni, valutazioni, eccetera, nel 2008 viene approvato il nuovo Piano Regolatore Generale. Un delirio.

Faccio un passo indietro. È il 2003 e si è nel pieno del dibattito (osservazioni, controdeduzioni, pareri, eccetera) riguardante il già predisposto PRG. Io sono chiamata da un Ente deputato alla valutazione, per dare la mia opinione sullo strumento predisposto e redigere il relativo rapporto, con particolare attenzione alle scelte per la mobilità urbana. Ne riporto una sintesi (frutto di non poca generosità):

Si tratta di un piano che sembrerebbe essere redatto con “cautela”: vale a dire che non si evincono particolari scelte determinanti macroscopiche azioni sul territorio; piuttosto vanno a rafforzarsi le logiche spontanee che la città sta assumendo nel tempo.

La politica di decentramento adottata ed enfatizzata nella relazione del Piano, tuttavia e soltanto a scopo analitico/costruttivo, pone più di un quesito. In un’ottica più generale, il rapporto tra sistema per la mobilità come rappresentato e poli di decentramento funzionale potrebbe rivelarsi, nel tempo, un fattore di criticità dovuto, in modo particolare, alla rigidezza – che in questo caso sarebbe destinata a crescere – degli assi per l’accessibilità.

In particolare, la politica di decentramento che il piano adotta sembrerebbe non essere una scelta innovativa destinata a orientare la città verso una nuova direzione di sviluppo: i poli individuati tutto sommato corrispondono a quelle realtà che anche oggi esercitano funzioni di decentramento. Varrebbe forse la pena riflettere ancora su quanto questi poli possano contribuire allo snellimento del peso gravitazionale che il Centro di Roma sopporta in maniera preoccupante.

Il sistema per la mobilità previsto desta preoccupazione: non sono state operate scelte “forti”, in grado dunque di far fronte alle crescenti esigenze della città. Il G.R.A., supportato da sistemi tangenziali, ancora viene proposto come elemento di ricezione e smistamento del traffico sia in entrata che in uscita, benché esso rappresenti ormai un’arteria interna. Con le nuove scelte, inoltre, al GRA viene conferito un ruolo di maggiore incisività e un peso che l’anello avrà difficoltà a sostenere.

Il tema del Sistema Direzionale Orientale, che sembrava essere – a giudicare dalla letteratura giornalistica degli ultimi anni – l’aspettativa più attesa del nuovo Piano, in verità è stato riproposto tal quale a quanto contenuto nel Piano del 1962 e, proprio in ragione dell’approccio policentrico del nuovo Piano, con un ruolo decisamente marginale rispetto ad allora. Dal ’62 ad oggi molte cose sono cambiate e la complessità della città è avanzata insieme alla complessità delle aree del grande Polo SDO. Probabilmente la scelta di non enfatizzare i quattro comparti dello SDO deriva, appunto, da una diversa visione programmatica. Tuttavia, suggerirei per motivi di utilità e di maggiore comprensione, che questa tematica dovrebbe essere, se non diversamente trattata, certamente motivata all’interno del nuovo Piano.

In seguito, in sede di approvazione, lo SDO è nuovamente sparito. Il piano sta manifestando tutte le sue carenze e illogicità.

Foto di Magyar – Fonte Pixabay

La Capitale che ha dominato il mondo non merita questo massacro. Non è possibile che Roma non abbia un reale programma di sviluppo.

N. 12 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Lug
03

Roma, dal lucido razionalismo all’incerto divenire.

Fiera d’un glorioso passato, composta in uno spazio vitale ancora modesto, Roma apre le porte ai sapienti processi logici della scienza e della tecnica. Siamo tra le due guerre e la purificazione della forma architettonica introduce una differente ma non meno intensa emozione nell’osservatore. È il grande Razionalismo Italiano.

Con già alle spalle il materialismo storico e il positivismo, l’eco degli innovativi insegnamenti del Bauhaus con Walter Gropius, la percezione del cambiamento che produce l’attività di Mies van der Rohe, i principi del Vers une Architecture di Le Corbusier e perfino il Costruttivismo russo giungono in Italia e s’insediano a Milano. Nasce il Gruppo 7 per poi trasformarsi nel Movimento Italiano per l’Architettura Razionale (MIAR).

Roma non sta a guardare e, nonostante il contraccolpo inferto dal regime all’esposizione del 1931 (che provoca, a distanza di un solo anno, lo scioglimento del MIAR), vive un momento di grande innovazione urbanistica e formale. Difatti, se è vero che la corrente internazionale viene adattata alle esigenze del potere politico, è altrettanto vero che il derivato stile littorio produce architetture monumentali intense e proiezioni urbanistiche magistrali.

Nasce il Raggruppamento Architetti Moderni Italiani che, proiettato verso una nuova espressività formale in continuità con la storia, esalta la supremazia dell’Architettura Italiana. Il neoclassicismo semplificato monumentale, la metafisica e il razionalismo sembrano fondersi e Piacentini propone uno schema di architettura che sintetizza cultura ufficiale e innovazione.

Piazzale della Farnesina – Foto di S. Cappitelli

Così, mentre giovani architetti – come Libera, De Renzi, Ridolfi, Samonà – disegnano edifici pubblici ispirati alle idee razionaliste e disseminati nel centro di Roma, altri architetti – Piacentini, Piccinato Pagano, Rossi e Vietta – strutturano il piano urbanistico dell’EUR.

Le opere si moltiplicano. Tra le altre, nasce il Foro Italico, vasto impianto sportivo ai piedi di Monte Mario – lo Stadio dei Marmi, lo Stadio dei Cipressi, l’Accademia di Educazione Fisica, eccetera, fino allo Stadio dei Centomila, oggi detto Olimpico – sul disegno urbanistico unitario di Enrico Del Debbio.

Scorcio del Foro Italico – Foto di S. Cappitelli

Roma dunque cresce, finalmente si sviluppa secondo un piano organico e geniale, procede verso il mare (verso Ostia) nell’intenzione di aprirsi al dominio geografico del Mediterraneo, già egemonia di Napoli. Ma non fa in tempo. Giunge il secondo conflitto, poi il dopoguerra, poi l’epoca dei palazzinari. Il razionalismo è prima piegato, poi annientato.

Seguono gli anni dello sviluppo urbano smodato, della nascita delle grandi e scomposte periferie. Poi il grande Giubileo del Millennio e Roma, eterna città storica, mal sopporta la massa di turisti e pellegrini. Reagisce con un atteggiamento vagamente internazionale – come nelle intenzioni del governo urbano – e si trasforma non assecondando le sue qualità, ma secondo un principio che non le appartiene. Poi giunge il fenomeno immigratorio e il relativo malgoverno (non interpretato come risorsa, ma come problema) e Roma soffre. È al collasso.

Oggi Roma è una città difficile, quasi ingovernabile, in perenne conflitto tra la gloria del passato e l’incertezza del futuro. La storia dei Piani Regolatori (di cui parlerò nel prossimo articolo), l’avvicendarsi di questi strumenti pianificatori puntualmente inadeguati, la mancanza di una coscienza collettiva formata a guardare lontano, la presunzione di conservare il ruolo di Caput Mundi solo attraverso ciò che è stato, hanno determinato un danno immenso a quella che avrebbe potuto essere la perla del mondo in eternità.

Purtroppo oggi non s’intravedono le forme del divenire urbano.

 

N. 11 – SPAZI E LUOGHI DELL’ARCHITETTURA

Giu
29

Inizio a parlare di Roma.

Dopo aver affrontato New York, città nuova (si potrebbe dire) ed esempio di grande abilità pianificatoria, affronto la città che si è sviluppata per lunghi Secoli senza disegno urbano e che – a mio parere, più di tutte al mondo – è l’esempio tanto del fascino quanto della contraddizione.

Foto di Emilia Rossi

Parlare di Roma non è facile. Con un pizzico di presunzione, credo di avere un merito: quello di aver vissuto questa città intensamente e, per questo, di averne compreso alcuni elementi che facilmente sfuggono alla gran parte delle persone. Ogni realtà urbana non è fatta di soli aspetti estetici e funzionali. È innanzi tutto lo specchio del rapporto tra luogo fisico e vita: questo è il punto fondamentale.

Non mi basterà un solo articolo. E prima di affrontare un’analisi più urbanistica, desidero riportare (solo in parte) un brano tratto dal mio romanzo Roma dei desideri, pubblicato nel 2015 (Rif. pagina Scrittura di questo Blog). Si tratta di una pagina a cui sono affezionata perché la sento vera, maturata nel tempo, perfino sofferta. Credo sia utile anche per trasmettere lo spirito con cui voglio affrontare questo difficile argomento.

<Ho letto tanto di questa città (…) ho scritto tanto e tanto si è scritto; troppo oppure troppo poco, dipende dai punti di vista.

Roma della bellezza, Roma del turismo, Roma dei monumenti, eccetera eccetera: ma la Roma della gente (…) com’è?

Non è la città del turismo. E’ la città delle mille emozioni. Roma è un mondo complesso e, nel momento in cui la vivi, corri il rischio di perderla. 

E’ talmente vasta, talmente bella, talmente contorta, talmente contraddittoria, talmente inusuale, talmente affascinante e perfino talmente perversa che non è possibile ammirarla nel suo splendore, né obiettarla nella sua distorsione.

E’ inquietante.

Eppure Roma è Roma: unica, sentimentale, magica e pericolosa.

Cerchi di mettere insieme tutti i suoi aspetti, cerchi di costruirne un’immagine in qualche modo utile e onesta e finisci col renderti conto che non è possibile, che mancano elementi, che ti sfugge nella sua grandiosa complessità.

Allora sei costretto a valutarne gli aspetti uno per volta, o due per volta, o tre per volta: potrai sentirti appagato se non sei ambizioso e se hai la coscienza di capire che si tratta di aspetti di Roma e non di Roma.

Roma è tutto e può essere niente nel momento in cui distrugge le costruzioni, apparentemente logiche, che di essa hai fatto.

Roma è fortuna e miseria; è bellezza e terrore; è gloria e distruzione; è fatica e speranza; è storia e presente. E’ uno sguardo sul futuro e paura dell’avvenire.

Roma è di tutti e di nessuno.

E’ presente e dispersiva; totalizzante e, a volte, inesistente.

Roma fa paura. (…)

No, certamente non fa paura a quelli che arrivano per visitarla con l’aiuto della mappa del Touring e per fotografare il Colosseo o i Fori Imperiali o il Cupolone. In questi casi Roma è vanesia e si lascia ammirare. Credo che non faccia paura neppure a chi la vive in maniera metodica o superficiale o ristretta.

Roma fa paura a chi la conosce bene; a chi va a indagare oltre quell’immagine di meraviglia che rivelano certe sue pietre composte o certe notti di luna piena; a chi ha il gusto di guardarci dentro, di smembrarla e ricomporla, di viverla in ogni manifestazione; a chi ha la fortuna e la disgrazia di assaporarla nella sua perversione; a chi ha il coraggio di mostrarsi a essa nudo e di vederla apparire nuda.

Roma fa paura a chi riesce ad amarla. (…)

L’immagine della città magica, fatta di bellezza e divertimento, è un fuoco di paglia che svanisce presto se non si alimenta la fiamma con altri valori. La devi conquistare poco alla volta: punto e basta. E non è detto che ci riesci. (…)

Roma è il punto geografico ove ha fine la logica e nasce l’irrazionale. Ma è anche l’esatto contrario.

Roma disorienta.

(…) quanti ruoli ha avuto, nel corso della sua storia millenaria: Roma di eterna memoria storica, Roma monumentale, Roma papale, Roma politica, Roma ministeriale, Roma Capitale, Roma metropoli, (…)

E forse non è mai stata diversa da oggi. Si, sembrerebbe diversa da quell’antica Roma degli Imperatori che ogni libro di storia racconta. (…) pensare alla Roma vera, al suo Centro, al suo cuore (…) ai rimpianti che riesce a suscitare immaginando il passato. (…) è così, dai segni, che si evocano i tempi trascorsi, si materializza la storia, la si scompone e ricompone, la si rivive. (…)

Però oggi Roma non è soltanto la città dei monumenti. C’è dell’altro, oggi. La sua periferia sterminata; la sua dimensione complessa. E’ qui che Roma perde la sua identità. (…)

E’ la più elevata contraddizione della storia e del presente. E’ pure il fascino, la paura e il mistero del futuro. Roma è morte e resurrezione secondo un ciclo continuo e faticoso.

E’ una specie di droga: l’assapori e non te ne liberi mai più. (…)

Roma dei ricchi, dei poveri, dei forti, dei deboli, dei potenti e di chi subisce: le mura, le strade, ogni cosa rivelano la contraddizione, fino alla gente che ci vive.

Prova a interpretare i luoghi. Se la conosci bene, ti accorgi di cose che stupiscono, del mescolamento delle parti, della intersezione di fatti contrastanti. La stazione Termini, rifugio di gente emarginata, povera, dimenticata, è a duecento metri, in linea d’aria, da Via Veneto, emblema della ricchezza, del lusso, del piacere.

Prova a imboccare Viale dei Parioli da Piazza Ungheria, percorrilo e vedrai che, in un batter d’occhio, ti trovi allo Stadio Flaminio. Prova a fare questa passeggiata di sera. Vedrai come si passa dai colori sobri delle facciate parioline, alle illuminazioni delle ‘lucciole’ che si addensano intorno al grigiore dello Stadio. Lo stesso Centro Antico, la città bella, perla unica, è circondato da un complesso di forme inqualificabili. Sono varietà di colori cupi, di spazi assurdi, che costituiscono i petali di un fiore il cui centro è incantato.

Roma è tutto questo e molto di più. E tutto è rappresentato col filtro della sua spaventosa quanto irrazionale superbia. Roma è come un nobile decaduto, che continua a fare il nobile: conserva il suo sangue blu, ma vive nella miseria.

La contraddizione che scorgi nelle mura, nelle parti, nelle strade, è tale anche nella vita di tutti i giorni, nei rapporti umani.

Alla Roma vera si contrappone e si identifica la Roma della finzione: tanto nei luoghi quanto nella gente. E’ anche in questo il suo smisurato fascino e la sua insopportabile violenza. (…)

Roma è devastata dalla contraddizione e da essa stessa è innalzata.

Mi sono chiesta spesso da dove potesse derivare tale disarmante constatazione. Ma se pensi alla Roma degli Imperatori, non ti pare che vi sia stata tanta ambiguità in quella straordinaria quanto disperata cultura? Eppure allora Roma era complessa ma non disordinata.

Roma è ingovernabile.

E sai, soltanto chi vive Roma, e non chi vive a Roma, si rende conto di tutto questo. E’ una trappola che affascina e disgusta dalla quale è difficile uscire.

Roma è effimero e profondità.

E’ la città di tutti: del potente che vive (talvolta a basso costo) in una magnifica casa nel cuore storico, del nobile che assegna il nome al palazzo dove abita, del cardinale che si aggira in lussuosi ambienti, dell’attore famoso che abita l’attico al centro, del produttore e dell’industriale che narrano gloria e ricchezza; ma anche del povero che abita le squallide borgate, del prete che gestisce la piccola parrocchia in periferia, del disadattato che dorme alla stazione ferroviaria, dell’extracomunitario che vaga nel quartiere in qualche modo a lui destinato, del barbone che muore per strada in mezzo ai rifiuti, del finto attore che si aggira nel mondo degli “arrivati”, del finto produttore che narra gesta mai state e mai possibili, del finto industriale che arriva ospite a casa dell’amico dalla vicina provincia, del drogato che ruba per garantirsi il giornaliero grammo di eroina, di chi impazzisce da un giorno all’altro e passa dalle mura di una casa alle scale di Trinità dei Monti, di chi fatica per tener salda di giorno la sua reputazione e si muove di notte nella polvere della miseria, delle “lucciole” e dei transessuali del Lungotevere Flaminio.

Roma è un pozzo senza fondo.

E’ la città che coinvolge tutti e sfugge a tutti: Roma è di nessuno. E quelli che la vivono, la amano, combattono per questo rapporto, mossi da un desiderio che solo Roma può scatenare. Ma è una lotta che stanca, è perenne. (…)

Roma è assassina.

Roma è un campo di carne. (…)

E’ una donna dai mille volti. E’ una maschera che cambia forma: è di creta e viene plasmata continuamente su di un palcoscenico che non può intervenire. Sembra uno spettacolo dei Mummenschatz.

E’ la rappresentazione continua, vivente, di un’opera di Pirandello. E’ uno, nessuno e centomila volti: e prima o poi, se non sei votato all’effimero, li becchi tutti!

Alla prossima.

 

N. 1 – Spazi e Luoghi dell’Architettura

Mar
30

L’architettura guarda il mondo. E il mondo è in crisi ambientale. Quale contributo, in termini di spazi e luoghi può derivare dall’architettura che è, essa stessa, ambiente?

Eludendo le sconfortanti parole che provengono da voci al di fuori del coro (Rif. Art. Architettura Violata), bisogna esaminare alcuni dati. L’analisi che sto producendo, per ora in via sommaria, benché mirata al territorio italiano, richiama riferimenti mondiali ed europei utili a inquadrare meglio la questione.

Non nego di aver trovato una certa difficoltà a risalire ad alcuni dei dati, in considerazione delle numerose informazioni distorte che viaggiano in rete. Ragion per cui ho cercato, il più possibile, di affidarmi a fonti istituzionali.

Parto dagli indici relativi alla popolazione mondiale (fatta esclusione per l’Antartide). Questa conta circa 7.5 miliardi di individui (Fonte: ONU) distribuiti su una superficie relativa alle terre emerse (corrispondente al 29% del totale, visto che il 71% è coperto dalle acque marine e oceaniche) pari a poco più di 149.000 migliaia di Kmq. La densità abitativa mondiale è circa 50 persone su Kmq. Un dato che può essere considerato attendibile anche in riferimento alle sommatoria delle aree mediamente popolate, escludendo territori particolari come città o Stati sovraccarichi (Singapore, Hong Kong, eccetera) e Paesi le cui condizioni climatiche sono sfavorevoli agli insediamenti (Groenlandia, Sahara Occidentale, eccetera).

In riferimento all’Europa geografica – passando a scala di misurazione inferiore – la componente di superficie complessiva si aggira intorno agli 11.000.000 kmq, su cui vive una popolazione di 806.000.000 persone. La densità abitativa equivale a 73,27 abitanti su kmq.

L’Italia misura circa 302.000 Kmq: un angolo del mondo. Su questo angolo vivono pressappoco 61.000.000 persone (corrispondente allo 0,008% circa del dato complessivo), con una densità per Kmq di 202,00. Quest’ultimo dato dunque cresce sensibilmente in riferimento alla media europea e si presenta oltre 4 volte superiore a quello mondiale.

Ora passo agli ambiti urbani, innanzi tutto proponendo i dati relativi alla Capitale d’Italia (Fonte: ANCI). Roma misura 1.285,30 kmq, con 2.864.731 residenti (da notare la gli effettivi abitanti moltiplicano questo dato) e una densità abitativa pari a 2.228,80. E se questa è la Roma amministrativa, la Roma urbanistica, la sua conurbazione, è ben più ampia.

Certo, per quanto apparentemente spaventoso, il dato sulla densità abitativa di Roma è poca cosa se paragonato a quelli di altre città del mondo: la densità di Mumbai è pari a 20.680, quella di Lagos è di 13.712, Tokio si difende con 6.168. E sorprenderebbe, se non si riflettesse bene, che Shangai – con i suoi 24 milioni di abitanti circa e le sue logiche di smodata conurbazione – possegga una densità abitativa pari a 3.800 circa.

Uno sguardo ad alcune Capitali d’Europa: Monaco (quartiere Monaco-Ville) possiede una densità pari a 5.600 circa (su uno Stato, il Principato, che conta invece un dato superiore a 15.646), per Vienna il dato è di 3.918, per Stoccolma è 3.965, per Londra è quasi 5.000.

E se dicessi, per andare oltre, che lo Stato del Vaticano, il più piccolo al mondo, possiede una densità abitativa pari a 2.259 con soli 994 abitanti e meno di mezzo kmq di superficie?

Che dire, infine, di New York? Con quasi 9 milioni di persone, una superficie di 1214 kmq (e un agglomerato metropolitano che sfiora i 24 milioni di kmq), con una densità abitativa pari a 7.043 abitanti su kmq, fino a raggiungere la quota di quasi 19.000 a Manhattan (su una superficie di soli 87 kmq), è la città più complessa e interessante del Pianeta. Perfino il Bronx, benché altamente popolato e di dimensioni quasi doppie a quelle di Manhattan, non regge il passo e si attesta con una densità pari a circa 9.500.

Quali sono le logiche con cui interpretare questi valori, apparentemente sorprendenti e scoordinati tra essi? Una densità abitativa alta è segno di degrado o di progresso? I dati decontestualizzati possono aver senso? Cosa ci aspetta domani?

Ho voluto fare questa carrellata perché intendo, con successivi articoli, analizzare ciò che ho posto in evidenza in testa a questo scritto e cercare di capire quale risposta può derivare dall’architettura (e dall’urbanistica) in termini di spazi e luoghi del costruire, a vantaggio dell’ambiente.

Affinché gli spazi del vivere non diventino gli spazi del morire.

UNO STADIO PER ROMA

Mar
01

Francamente non capisco la squallida polemica, dell’Italia dei conservatori incalliti (purtroppo la maggior parte), sul progetto del nuovo stadio di Roma (o della Roma).

Senza entrare in sterili dibattiti, soprattutto quando giungono da voci altisonanti ma decisamente tangenti l’architettura, non inserite a vero titolo nel contesto degli studi urbani, voglio analizzare la questione di per sé, prima dal punto di vista urbanistico, poi architettonico.

Qualcuno sostiene che Roma sia una città orizzontale. Non è proprio così e lo dimostro.

Già il grande razionalismo italiano, intuitivo e concreto, lucido e geniale nella concezione formale e in quella urbanistica, aveva dato una sferzata decisa all’idea dell’orizzontalità della Capitale. Prova ne è il quartiere EUR, con i suoi palazzi tendenti alla verticalizzazione. Un passo interessante anche sotto il profilo urbanistico: Roma, per affermare il suo ruolo di Capitale, doveva procedere decisa verso il mare. L’asse Centro-Ostia era vincente. L’espansione avrebbe così determinato il vero ruolo dominante della città, fino ad oggi e di fatto predominio urbanistico di Napoli.

Ma la storia contorta dei Piani Regolatori della Capitale hanno poi mortificato questa geniale intuizione, a vantaggio di interessi politici strettamente connessi, in questi casi, al potere dei palazzinari. Faccio riferimento, per approfondimenti, alla mia pubblicazione Roma e la sua area metropolitana edita da IRI-MIXER-I.Pi.Ge.T.- Università degli Studi di Napoli Federico II, risalente al 1991.

Così, senza andare troppo oltre nel tempo, se il PRG del 1962 – benché già dimentico dell’intuizione razionalista – aveva una sua ragion d’essere avendo introdotto lo SDO (Sistema Direzionale Orientale), nel tentativo di sgravare Roma delle sedi dei grandi attrattori (Ministeri, per esempio) decentrandone gli uffici, la sorprendente variante del 1967 introduceva, a becera sostituzione dello SDO, il GRA (Grande Raccordo Anulare). Quindi, non più il decentramento, ma un ipotetico aiuto a favorire l’ingresso nella città. Una logica priva di proiezione futura, visto che, in breve, quell’anello extraurbano che avrebbe dovuto consentire lo snellimento del traffico, è diventato un’arteria del tutto interna alla grande area urbanizzata.

Così, nell’arco di pochi decenni, l’intuizione razionalista fu devastata in tutte le sue componenti.

Il progetto del nuovo stadio di Roma, la localizzazione, offrono invece una speranza. Tor di Valle, area del dismesso Ippodromo, oggi praticamente inutilizzata, posta sì all’interno del GRA, ma ai margini, raccolta in un’ansa del Tevere e, anche per questo, rappresentativa di un’identità propria, è il luogo prescelto. Luogo che richiama a pieno titolo l’asse urbanistico dell’apertura di Roma verso il mare, ravvivando le speranze della vincente concezione razionalista.

L’asse Centro-Mare

Le architetture delle torri, curate dal grande Libeskind, propongono la verticalizzazione con decostrutto, come per un ulteriore e deciso segno che va a caratterizzare l’ascesa dell’asse Centro/mare: si parte dal moderato tessuto centrale della Capitale, si passa da quello già più elevato dell’EUR, si arriva alle previste torri e, mi auguro, si andrà avanti nel tempo.

FONTE: http://www.asroma.com

Uno dei telegiornali nazionali di qualche giorno fa, in un servizio piuttosto banale, presentava gli stadi di oggi e del passato, inseriti nel tessuto della Capitale, sostenendo l’inutilità del nuovo. Roba da non credere!

Senza neppure citare quelle opere che, per dimensione, non avrebbero alcun senso rappresentativo/funzionale per una città come Roma, mi soffermo sulle due più note e più grandi. Lo Stadio Olimpico, innanzi tutto: interessante architettura (a mio parere) e buona capienza. Tuttavia è inserito in un quartiere difficile (a differenza dall’epoca della sua edificazione), a due passi da Piazzale Clodio – sede di Tribunali, già parzialmente congestionato e troppo vicino al cuore storico. I disagi che si vivono prima e dopo le partite sono notevoli.

E lo Stadio Flaminio con annesso il Palazzetto dello Sport? Opera di Pierluigi Nervi, servente un periodo storico diverso, è ormai praticamente interno al centro, con capienza insufficiente e servizi obsoleti. Senza contare il delirante intorno, addossato al Villaggio Olimpico, oggi ancor più congestionato per l’introduzione (francamente incomprensibile dal punto di vista della localizzazione) del nuovo Auditorium di Renzo Piano.

Un architetto, una collega, attraverso un quotidiano nazionale, ha criticato sterilmente (e non è sola, dunque neppure originale) il progetto del nuovo stadio e le modalità di attuazione. La collega sembra non ricordare, tra l’altro, che la logica del cambio cubatura- infrastrutture è vincente, oltre che legale e sancita da norma, soprattutto in un Paese che subisce il danno dell’inefficienza della PP.AA. e della costante mancanza (e inutile sperpero) di fondi. Andrebbe invece amaramente constatato che il buono viene dal privato, più che dal pubblico.

Ancora la collega, nel medesimo articolo e a proposito delle torri di Libeskind, sostiene imprudentemente che il decostruttivismo sia tramontato.

Faccio notare che non solo il decostruttivismo non è tramontato, rappresentando di fatto la più recente delle correnti stilistiche architettoniche internazionali, ma – mi premetto di dire – in Italia non è ancora arrivato. Possibile che siamo sempre all’ultimo posto? Dovremmo considerare che Roma è lontana dall’innovazione? Qual è allora il senso dell’essere Capitale? Quale confronto potrebbe esserci con le altre Capitali europee (e non solo) che evidentemente sanno tenere il passo e acquisire quei valori architettonici che, in futuro, costituiranno l’emblema delle spinte culturali all’ambiente urbano?

A causa di questi generi di polemiche si finisce col giungere a compromessi, come in questo caso, penalizzando un progetto organico con la sottrazione di elementi significativi. Una responsabilità non da poco, che ricade anche sull’amministrazione pubblica. Mi auguro che le torri di Libeskind riescano presto a riaffermare il valore per cui sono state progettate e, quindi, vengano realizzate.

E poi, il richiamo semantico/formale al Colosseo, tramite l’anello sospeso in acciaio e vetro della struttura architettonica del nuovo Stadio, anch’esso criticato, è stato addirittura considerato caricaturale e volgare. Un’affermazione pazzesca e di cattivo gusto. Al di là della considerazione avventata e offensiva (visto che il progetto, opera del maestro Dan Meis, è stupefacente), chiedo: sarebbe stato forse giusto evocare il Colosseo con le tecniche e i materiali originari? Finzione? Di nuovo, finzione?

E chiederei volentieri alla collega: osserva bene e dimmi, saresti capace di fare meglio?

FONTE: http://www.asroma.com

Ancora una volta devo constatare che viviamo in un paese per vecchi (e non c’entra l’età anagrafica) e Roma rischia di perseverare nell’essere una città per vecchi, dove il glorioso passato non insegna e il futuro non s’intravede.

Facciamo sì che la nostra Capitale – e, più estesamente, la nostra Italia – sia lontana dalla beffarda idea del perdurare in uno stato di rifiuto dell’avanzamento culturale. Perché l’architettura è cultura.

Il Grande Processo

Giu
15

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Reale e immaginario a confronto.

E’ la storia di una donna giovane, vittima e colpevole di un passato difficile.

All’interno di una Roma mutevole, subisce alcuni presagi che le annunciano l’imminenza di un processo, di cui non conosce né la ragione, né l’accusa, né i tempi. Ma il processo arriva e la protagonista percepisce l’attimo in cui ha inizio. Così diventa accusa e difesa di sé stessa, in una continua confusione tra quotidianità e sogni, che le fa perdere la percezione della separazione tra reale e immaginario.

Il grande processo si consuma tra ricordi ed emozioni: amori, ossessioni e tradimenti riemergono e definiscono un percorso articolato e imprevedibile. All’interno di questo calvario, scandito da continui momenti di suspense, lei vive un alternarsi pericoloso di sensi di colpa e desideri d’espiazione, fino al drammatico epilogo.

(Un ricordo affettuoso va al maestro Giorgio Albertazzi

che apprezzò questo mio lavoro e mi donò la colta prefazione che riporto a seguire)

 

Prefazione di Giorgio Albertazzi 

Sul romanzo di Elodia Rossi:  “Il grande processo”

Un bel romanzo, che romanzo in senso stretto non è perché si tratta piuttosto di un poema in prosa, con poche connotazioni romanzesche nel senso vagamente dispregiativo che questa definizione assume al principio del secolo XVIII, da cui discende poi il “romantico”. Il poema di Elodia Rossi è un viaggio verso l’anima, l’anima come archetipo della vita. Perché la vita viene all’uomo (il maschio, secondo Jung) attraverso l’anima, sebbene egli pensi che gli venga attraverso l’intelletto. Eppure questo è uno dei temi se non addirittura il tema di fondo del libro della Rossi. “Il profondo limite dell’uomo è credere che la verità sia nel razionale”. Questo assioma sintetizza bene perfino con una punta di sarcasmo il “senso” di tutto il racconto.

Alla protagonista l’autrice non dà un nome ( viene in mente il Pirandello dell’Enrico IV, che non dà un nome al suo protagonista forse perché protagonista dell’Enrico IV è la follia e la sua simulazione: “come vero”, dice Enrico IV, “soltanto così non è più una burla la verità”). La verità dunque è la sentenza del processo che la protagonista intenta a sè stessa e che il “sogno” che si combina incessantemente con la realtà, le intenta.

Veniamo alla pagina: un viaggio si è detto, le cui tappe o sezioni si snodano in capitoli brevi, ritmici, dove ha un senso anche lo spazio bianco della pagina, come una sospensione. Perchè lo stile è jazz, con improvvisi arresti e cesure ritmiche. E improvvise accelerazioni, in cui l’impeto (stavo per scrivere l’improvvisazione) sembra prendere la mano all’autrice e la frase si fa incalzante per cedere a surplasse mozzafiato. Ne è una prova la grande sequenza della sfida mortale fra i due cugini rivali (Francesco e Giacomo) che cavalcano le onde di Sabaudia sui loro surf come su cavalli da torneo medioevale. Una sequenza cinematografica di grande fattura dove la Rossi governa la materia narrativa con maestria, senza direi, lasciarsi coinvolgere se non spiritualmente.

E’ la scena che vede la morte dell’amato, mite Francesco, padre del figlio che la protagonista porta in seno e che di lì a poco tutta invasata dal suo delirio di “amore universale” tradito e martoriato, perderà.  “Non ho pensato a te, così aggrappato alla mia esistenza, così piccolo e indifeso”.  E lo incontra il piccolo perduto, lo ritrova o lo sogna, lo fa rivivere in un’ombra o in un minuscolo cucciolo di gatto, una creatura buttata via nella spazzatura che grida la sua solitudine, lo prende lo nutre, lo scalda. Invano. Il gattino muore. Le ultime venti pagine del romanzo sono attraversate da una parola ripetuta e reiterata: razionale e irrazionale. Sono due parole, ma la radice è una sola. Sembra questo il dilemma dell’autrice. Lo è, in effetti. Ha perciò ragione Jung quando dice che la vita, la vera vita arriva alla donna, di cui è anche vittima, arriva alla donna attraverso l’intelletto (l’animus) malgrado essa viva per così dire, abitualmente, con l’Eros.

La protagonista impara così nel dolore d’amore, a capire la morte. “Imparai a capire la morte. Imparai ad amare la morte. La mia morte”. Tre volte ripetuta la parola, stilema che spesso l’autrice adotta, reiterandolo ritmicamente. E si convince che qualunque cosa abbia a che fare con lei, sia destinata a finire. Da qui, ma non soltanto, il senso di colpa che la ossessiona, fino dall’inizio del suo viaggio, senso da cui discende il sentimento del “grande processo” che sente incombere sui suoi giorni. In realtà il processo è la visita spettrale del “guardiano della soglia”. E’ cioè l’interrogazione coscienziale, la sua presa di coscienza: ora potrà morire senza cessare di esistere. Il risveglio fisico e spirituale, ma dovremmo dire etico, la trova intontita. Ha dormito realmente pochi attimi, durante i quali il grande viaggio e il grande processo sono accaduti. Sono le ultime pagine dove il ritmo diventa sincopato, la prosa si scioglie in ballata. E’ sola. Il bambino cui aveva offerto il gelato (altra sequenza memorabile per tenerezza e pathos, in realtà non c’è, non c’è mai stato. ” Non c’è. Non c’è. Non c’è. Dove sei? Dove sei?…Il cuore batte, batte”.

La pazzia che sembra investirla come un torrente furioso, in realtà è liberazione, è forse accrescimento della vita, forse è confidenza nella morte possibile e risolta. Intelligenza e ardore. Testimonianza del dolore e dell’amore. Ora potrà vivere con amore e dolore, ma con levità e con grazia.

Un bel libro.

Una stimolante lettura.

Roma dei Desideri

Giu
15

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È la storia di una giovane ragazza caparbia, ambiziosa e ribelle che compie scelte tanto radicali quanto esplosive. Proviene da un’umile famiglia del sud. E’ molto bella e straordinariamente curiosa.

Elabora, fin da bambina, un sogno di vita. Lo alimenta nel tempo e poi lo attua. Qui ha sviluppo il romanzo, tra aspettative e delusioni, gioie e dolori, momenti di grande ironia e altri di sprofondo sconcerto. Ma lei contrappone le sue aspettative a tutto ciò che la circonda. Va dritta per la sua strada, senza un attimo di esitazione. Ostacoli vari, inaspettate congiunture, numerose difficoltà: nulla sembrerebbe fermarla.

Una forma di strana rivendicazione culturale, che assume caratterizzazioni svariate e inconsapevoli giustificazioni, nel corso di un decennio di vita la porterà a una profonda analisi. Pochi attimi intensi le saranno sufficienti a ripercorrere ogni scelta. Nulla cambierà nel suo carattere. Tutto cambierà nella sua storia.

 

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