Elodia Rossi

La voce della scienza

Nov
15

un incendio doloso

I temi dei cambiamenti climatici e del surriscaldamento globale vengono oggi frequentemente relazionati a quello dell’inquinamento, come fossero inscindibilmente correlati: comunemente gli uni vengono interpretati come derivazioni dell’altro.

E troppo spesso si emanano documenti ufficiali – tanto per citarne uno, l’Accordo di Parigi – che si pongono l’obiettivo di agire per determinare la riduzione del surriscaldamento con ipotetiche lotte (mai troppo chiare) per il governo del clima.

Già ho accennato alla posizione del Professore Emerito Antonino Zichichi, uomo che ha dedicato la vita alla creazione di funzioni matematiche in grado di interpretare la fisica delle particelle e i sistemi terrestri, anche seguendo la scia delle scoperte di Einstein e di Newton. Ciononostante è proprio il professor Zichichi a chiarire l’impossibilità di determinazione di un’equazione sul clima, date le infinite variabili in gioco. Come ho già detto (Rif. Art. Verità e Confusione): troppi parametri liberi, fino al punto che occorrerebbero ben tre equazioni differenziali non lineari accoppiate. Vale a dire che esiste un tale livello di improvvisazione (fattori esterni non governabili, come i raggi cosmici) che non permette la costruzione di alcuna formula matematica esatta. In altri termini, l’impossibilità di razionalizzazione matematica di un qualsiasi fattore, corrisponde all’impossibilità del relativo governo, ivi incluse le componenti di previsione a medio-lungo termine. È pur vero che numerosi altri studiosi  sostengono la tesi secondo cui la climatologia risponde a modellistiche multiple ma, per quanto abbia studiato e ricercato, non ho individuato alcun modello unico, complessivo, autosufficiente. In questa direzione, per dovere di analisi, cito un lavoro dell’IPPC (Intergovernmental Panel on Climate Change), contenuto nel Quinto Rapporto sul Clima e intitolato Climate Model Development and Tuning, che espone e articola parametri di numerose equazioni diverse che insieme concorrono a definire le varie componenti del sistema climatico. E se gli studiosi dell’IPPC sono in perenne disputa con Zichichi, resta viva la constatazione secondo cui si tratta di numerose componenti, ma non di un’equazione complessiva e risolutiva. Quanto possa offrire una modellistica multipla in termini di interpretazione dei fenomeni, non so dirlo: mi mancano sufficienti basi conoscitive. Non mi resta che limitarmi a rappresentare le differenti opinioni e commentare solo laddove le mie competenze riescono ad arrivare.

Posso invece esprimere qualche giudizio sul comportamento umano riguardo l’approccio ai temi scientifici e non. E difatti noto che quando ci si trova dinanzi a studi, ricerche, esamine di differente natura, generalmente la voce della scienza viene ascoltata. A questa si consegna la funzione di dirigere verso ogni tipo di approfondimento, finanche – lasciatemelo dire – quando ci si trova a trattare argomenti che, per loro essenza, non possono essere contratti all’interno dei campi scientifici. Con il termine scienza dovrebbe richiamarsi ogni disciplina che può essere incontestabilmente tradotta in linguaggio matematico (verità oggettiva, rigore metodologico), ossia riconducibile a formule esatte, e che si fondi su fattori inequivocabili, non su casistiche e percentuali (come avviene, per esempio, per la medicina occidentale, comunemente interpretata scienza suprema). Tant’è che quando si trattano temi medici si richiama erroneamente la scienza esatta e vi si dà credito assoluto, senza contare l’unicità di ogni individuo e le profonde differenze che governano la fisiologia e la vita di ogni essere. Né in questo modo le si consegna il giusto valore, visto che proprio per l’eterogeneità a cui si rivolge è una disciplina estremamente complessa. Consiglio la lettura del libro di Giorgio Cosmacini, La medicina non è una scienza esatta, il quale ha avuto finalmente il coraggio di esternare ciò che ognuno, con quella dose di critico buon senso, avrebbe potuto capire.

Al contrario, quando si trattano temi afferenti al contenitore supremo dell’irrefutabilità, sembrerebbe che la scienza sia messa da parte, mentre si assiste di fatto alla traduzione delle più svariate opinioni. Assurdità o strumentalizzazione?

Così accade per la climatologia, ad oggi considerata non scienza esatta dalla vera scienza (o perlomeno non definitivamente ricondotta all’ineccepibilità, essendo materia di approfondimento scientifico in corso), verso cui l’opinionismo diventa legge. Tanto (e come detto) da generare documenti programmatici che coinvolgono le più elevate sfere dei governi mondiali e, quel che è peggio, creano nuove e intoccabili poltrone di effimero potere. Tema vasto, al quale dedicherò numerosi articoli, analizzando – uno per volta – i 29 punti del magistralmente e strumentalmente elogiato Accordo di Parigi.

Ora torno qualche anno indietro. È il 2012 e Zichichi espone pubblicamente i concetti che riporto di seguito, utilizzando le testuali parole del professore, come tratte da un’intervista concessa al quotidiano Il Giornale.

Il motore climatico è in gran parte regolato dalla CO2 prodotta dalla natura, quella CO2 che nutre le piante ed evita che la Terra sia un luogo gelido e inospitale. Quella prodotta dagli esseri umani è una minima parte, eppure molti scienziati dicono che è quella minima parte a produrre gravi fenomeni perturbativi. Ma ogni volta che chiedo loro di esporre dei modelli matematici adeguati che sostengano la teoria (e comunque oltre ai modelli servirebbero degli esperimenti) non sono in grado di farlo. Serve un gruppo di matematici che controlli i modelli esistenti e dia dei responsi di attendibilità.

Tra l’altro molto spesso i teorici dell’ecologia, che criticano l’eccessiva produzione di CO2, sono gli stessi che si oppongono a testa bassa al nucleare.

Focalizzando il tema del surriscaldamento globale, voglio riportare anche le analisi del Premio Nobel Carlo Rubbia (esposte pubblicamente nell’anno 2014, in una conferenza al  Ministero dell’Ambiente). Egli afferma i concetti che seguono (tradotti in una sintesi non testuale).

<<Il clima della Terra è sempre cambiato. Oggi si pensa, probabilmente in maniera falsa, che controllando le emissioni di CO2 – Anidride Carbonica, il clima della Terra possa non subire variazioni. Non è vero.

Va esaminato il trend di variazioni che la Terra ha subito nel corso dell’ultimo milione di anni. In questo non banale lasso di tempo, la Terra è stata dominata da periodi di glaciazione con temperatura media pari a 10 gradi sotto lo zero, fatta eccezione per brevissimi periodi durante i quali si sono avute temperature del tutto simili a quelle di oggi. L’ultimo di questi contratti periodi si è verificato 10.000 anni fa, ossia quando si sono impostate le basi dell’odierna civilizzazione con l’uso agricolo dei suoli e lo sviluppo delle aree maggiormente urbanizzate.

Variazione nella variazione, nel corso degli ultimi due Millenni, la temperatura terrestre è mutata profondamente, generando notevoli oscillazioni. In epoca romana era decisamente più alta di adesso. Nel periodo basso-medievale si è verificata una modesta glaciazione, mentre intorno al calare del Primo Millennio d.C. si è assistito ad un aumento tale da ricondurre la temperatura ai valori dell’epoca romana. Poi, tra il 1.550 e il 1.600 è intervenuta una nuova mini-glaciazione.

Perfino nel corso degli ultimi cento anni si sono registrate variazioni notevoli delle temperature, intervenute ben prima delle rilevazioni a effetto serra (ad esempio, si ricorda la mutazione intervenuta nel corso degli anni ’40). Certamente l’intervento umano ha determinato alcuni recenti cambiamenti, dovuti anche alla moltiplicazione dei valori di popolamento dei territori e, di conseguenza, al consumo di energia esponenzialmente più alto (11 volte maggiore di 70 anni fa).

Dal 2000 al 2014, la temperatura della Terra non è aumentata, piuttosto è diminuita di 0,2 gradi. Negli ultimi 15 anni non c’è stato nessun cambiamento climatico dimensionalmente rilevante. Dunque non si è di fronte a un’esplosione della temperatura: questa è aumentata fino al 2000 e da quel momento risulta essere pressoché costante (con regressione, come detto, di 0,2 gradi). Non è banalizzabile, dunque, il comportamento apparentemente schizofrenico del Pianeta, né possono essere governate le variazioni climatiche>>.

Vado avanti negli anni e arrivo al 2017, quando Zichichi rilascia una nuova intervista al quotidiano Il Mattino. Queste le sue parole:

L’inquinamento esiste, è dannoso, e chiama in causa l’operato dell’uomo. Ma attribuire alla responsabilità umana il surriscaldamento globale è un’enormità senza alcun fondamento: puro inquinamento culturale.

L’azione dell’uomo incide sul clima per non più del dieci per cento. Al novanta per cento, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future.

In nome di quale ragione si pretende di descrivere i futuri scenari della Terra e le terapie per salvarla, se ancora i meccanismi che sorreggono il motore climatico sono inconoscibili? Divinazioni!

Perché molti scienziati concordano sul riscaldamento globale dovuto all’attività umana? Perché hanno costruito modelli matematici buoni alla bisogna. Ricorrono a troppi parametri liberi, arbitrari. Alterano i calcoli con delle supposizioni per fare in modo che i risultati diano loro ragione. Ma il metodo scientifico è un’altra cosa.

Da queste dichiarazioni della scienza io esco trafelata, anche inquieta, ma certamente più consapevole. Tanto che ripercorrerò ogni articolo precedentemente scritto per rettificarlo, evitando di appartenere, seppur finora inconsapevolmente, a quella coltre di distratti ambientalisti (come sempre, la massa fa danni) o teorici dell’ecologia (come dice Zichichi), le cui azioni spesso mi ripugnano. Perché voglio essere sì ambientalista al massimo grado, ma con consapevolezza e ragione, con coscienza e valori, cercando di apportare – con i mezzi culturali di cui dispongo – il miglior contributo che la Natura mi consente alla difesa dell’ambiente e degli ecosistemi. E voglio farlo concentrando ancora l’attenzione sui danni che l’uomo esercita contro la Natura, sulle azioni spudorate nella generazione di disastri inquinanti e nella perpetuazione delle devastazioni della vita animale. Perché questi generi di distruzioni non di certo posseggono minor valore se relativamente scissi dal surriscaldamento.

Con questo stesso spirito voglio affrontare la prima citata analisi del delirante Accordo di Parigi (divinazioni, come dice Zichichi), senza esclusione di richiami all’altrettanto illusorio Our Common Future.

un passo avanti

Ott
15

Chiedo scusa a chi dimostra interesse per le tematiche che tratto sui temi ambientali, ma è necessario, come ho spiegato nel precedente articolo di questa sezione (urbanistica – geografia/ambiente), riordinare gli studi e porre i risultati al posto giusto.

Ho continuato a studiare e sto studiando ancora. Non smetterò mai.

Confesso che mi creano un certo imbarazzo le discordanti teorie sul riscaldamento globale. E seppure – con senso di doverosa riconoscenza verso chi ha studiato questa tematica in modo approfondito e con basi culturali dedicate, come per gli insigniti Nobel Rubbia e Zichichi – un qualche elemento di possibile analisi che mi conduce a richiamare la responsabilità umana negli avvenimenti di oggi mi si ripropone alla mente. E devo capire fino in fondo.

Non è opinabile che la terra abbia subito, nel corso dei Millenni, numerose variazioni/oscillazioni climatiche (in un successivo articolo cercherò di razionalizzare questa affermazione attraverso una seppur sintetica ricostruzione storico/geografica). Quello che però mi preme approfondire, cercando di essere il più possibile ancorata a certezze scientifiche, riguarda la sfera delle cause che, nelle varie oscillazioni, sono eventualmente intervenute a generare le mutazioni. E voglio pormi queste domande: è possibile che la causa (o una delle cause) sia oggi la devastante azione dell’uomo sulla Natura? Quanto oggi sono collegate le fenomenologie dei cambiamenti climatici con quelle dell’inquinamento? È plausibile considerare che vi siano interferenze? I gas serra che ruolo hanno?

Per rispondere a tutto questo proverò a relazionare dati mondiali ufficiali e relativi a differenti rilevazioni (per esempio quelli riguardanti le risorse non rinnovabili) con le azioni umane (per esempio di massiccio utilizzo).

Non posseggo la presunzione di contrappormi alle analisi di scienziati, le cui risultanze restano – per quel che mi riguarda – un dato di fatto. E se è pur vero che la sciocchezza della Terra che gira intorno al Sole era sostenuta dalla scienza del tempo, è altrettanto vero che per confutare questioni così delicate (mi riferisco ai cambiamenti climatici) bisognerebbe vantare decenni di studi intensi sull’argomento e la giusta professionalità scientifica. Ciò con buona pace di tutti quelli che si esprimono al riguardo perseguendo le più disparate teorie, così nutrendo l’infernale girone dei dannati del web (basta fare una sommaria ricerca per rendersene conto). E mi si conceda, con altrettanta buona pace di quei docenti universitari (e non) italiani che non si pongono alcun quesito e continuano imperterriti a trasmettere nozionistiche conoscenze agli ignari studenti (si pensi al tema dello sviluppo sostenibile, di cui ho parlato in molti articoli precedenti). Ma le cattedre universitarie non dovrebbero essere, come un tempo, luoghi privilegiati per indagare e perseguire le verità? Lasciamo stare e confidiamo ancora in quei pochi che l’hanno capito e, con coscienziosa difficoltà, esercitano il proprio ruolo.

La mia modesta ambizione di partenza è semplicemente quella di esaminare, schematizzare, approfondire per quanto riuscirò a fare, le asserzioni più autorevoli.

D’altro canto, semmai i cambiamenti climatici non avessero relazioni con i drammi da inquinamento, questo di certo non migliorerebbe gli scenari derivati dall’azione umana a scapito dell’ambiente e della sopravvivenza degli ecosistemi. E allora perché non guardare in faccia alla realtà, ponendo ogni fattore al giusto posto?

Intenderei quindi procedere analizzando anzitutto le affermazioni degli scienziati, per poi addentrarmi in valutazioni quantitative e qualitative sulla base di dati certi. Credo che in questo modo, senza alcun inutile screditamento della voce della scienza, si possano giungere comunque a valutare, per piccoli ma sostanziali passi, l’entità del danno che l’uomo infligge costantemente agli ecosistemi e le modalità con cui questo avviene.

Nell’attesa, mi preme dover comunicare all’infernale girone dei dannati del web che esiste uno studio molto interessante, pubblicato su Nature Communications, firmato dagli importanti ricercatori del Niels Bohr dell’Università di Copenhaghen e di quella della Cina del Sud. Ne parlerò; intanto anticipo che in esso non si scorge alcuna contraddizione con le conclusioni a cui sono giunti i nostri illustri Nobel, orgoglio tutto italiano.

verità e confusione

Feb
28

Dal Rapporto Brundtland all’Accordo di Parigi, dall’informazione (o disinformazione) massiccia alla scienza nascosta.

Ho parlato, in molti articoli, dei problemi planetari e dei danni ambientali. Ho cercato di analizzare eventi, fatti, situazioni, ma soprattutto dati ufficiali e poco noti. Ho messo del mio, ossia ho esaminato tutto con occhio critico e assolutamente imparziale.

Poi, per un certo tempo, sui temi ambientali sono stata in silenzio. Dal 16 ottobre dello scorso anno, direi, quando ho pubblicato l’articolo Erosione del suolo: cause e rimedi.

Ho riflettuto molto e volutamente. C’era da approfondire. C’era ancora da capire: cosa non tornava? Cosa non mi era chiara? Allora ho studiato, molto. Ho letto, molto. E soprattutto, ho letto le opinioni scientifiche di alcune menti eccelse: da quelle di Newton a quelle di Zichichi, da quelle di Rubbia a quelle della Hack e di altri ancora.

Esserne uscita sorpresa è dir poco.

Dunque è tempo di ricominciare a scrivere.

Di fronte a tante rivelazioni scientifiche, verrebbe da dire che la maggior parte delle informazioni stampate o via rete dovrebbero essere distrutte. Verrebbe da dire che la quasi totalità delle informazioni che partono dalle cattedre universitarie di geografia dovrebbero essere censurate e, con esse, i relativi portavoce.

E lo vedremo, viene sancita – ancora una volta, ben oltre quanto io stessa abbia affermato – l’illusorietà del Rapporto Brundtland. Una favola, utopica e ingannevole.

Ad esempio, dinanzi all’equazione matematica che sintetizza l’equilibrio del mondo e ne descrive l’evoluzione, crolla ogni possibilità di generare un’equazione riferita al clima. Troppi parametri liberi, fino al punto che occorrerebbero ben tre equazioni differenziali non lineari accoppiate. Vale a dire che esiste un tale livello di improvvisazione (fattori esterni non governabili, come i raggi cosmici) che non permette la costruzione di alcuna formula matematica esatta.

Invece, l’equazione del mondo – tradotta in grafica – ci dice perfino che tra un battito cardiaco e l’altro di ognuno di noi (come dice Zichichi) accade una tale infinità di cose da sbalordire. Cose che richiamano le forze universali, i movimenti planetari, gli equilibri delle galassie e altro ancora. Cose che determinano grandi modificazioni derivate perfino da minuscoli cambiamenti orbitali. Dinanzi a tanto, con coscienza e umiltà, dovremmo capire di essere nulla singolarmente. E dovremmo capire l’inganno della proclamazione di uno sviluppo sostenibile … che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri, la favola dell’Our common future.

Il tema poi del riscaldamento globale assume sfaccettature evolutive che lo discostano essenzialmente dai problemi ambientali e – probabilmente – perfino l’evoluzione climatologica deve essere scissa dall’inquinamento. Il primo è dovuto a processi naturali, il secondo ai disastri umani. E anche qui si apre uno scenario scientifico che richiama molta prudenza nell’associare i fenomeni. Cosa che invece viene comunemente fatta. Anche io ho pensato spesso – e ho scritto a riguardo in alcuni precedenti articoli – che le forze inquinanti fossero strettamente legate al riscaldamento globale.

Ricercare significa anche riesaminare ed eventualmente rivedere la propria conoscenza. È quello che sto facendo.

Per quanto abbia finora approfondito, alcuni elementi restano però fermi e avvalorati dalla scienza. Tra questi: i danni ambientali da inquinamento (con l’enorme responsabilità degli allevamenti intensivi, della deforestazione, della crescita urbana, eccetera) e la truffa degli strumenti di cattura delle energie cosiddette alternative. Dedicherò altri articoli all’approfondimento di questi drammi, consegnandomi alle parole degli scienziati veri.

Come potrei, a questo punto e a gran voce, non ribadire l’infondatezza dell’Accordo di Parigi? Scriverò anche su questo, più approfonditamente di quanto già fatto e supportata dagli studi delle grandi menti.

L’equazione “clima” non esiste. Il riscaldamento della crosta terrestre ha avuto oscillazioni continue nel corso dei Secoli. Potenti della Terra, credete di saper fronteggiare l’Universo?

Erosione del Suolo: cause e rimedi

Ott
16

Due anni fa, alla fine del 2015, l’Inghilterra (per voce dell’Università di Sheffield) sagacemente sottopone uno studio al Congresso sul clima di Parigi. Si tratta del Congresso che dà vita all’Accordo sul clima (rif. Articolo L’altra faccia dell’Accordo di Parigi).

È uno studio importante, serio nelle premesse (a mio giudizio, incompleto nell’individuazione delle cause e dei rimedi), circostanziato sulla problematica dell’erosione del suolo. Dopo tanto, mi chiedo come mai anche questo tema non sia stato neppure citato all’interno dell’Accordo, visto che si tratta di una tragedia planetaria e non soltanto britannica.

Ecco il dato riportato nello studio: in quarant’anni l’erosione ha distrutto un terzo dei terreni coltivabili e il fenomeno è in aumento.

Ecco le cause individuate: ripetute arature con continui movimenti del suolo (causa della dispersione delle sostanze organiche nell’atmosfera e conseguente indebolimento del terreno, con l’abbassamento della capacità di trattenere le acque e la conseguente riduzione delle crescite di piante), inquinamento, uso eccessivo della quantità di terra arata.

Ecco le soluzioni proposte nello studio: uso di fertilizzanti naturali, impiego di piante con minore bisogno di fertilizzanti, rotazione delle colture e conseguente riduzione delle arature (soluzione piuttosto complessa, visto che la produzione agricola è destinata ad aumentare del 50% in breve tempo, dato il previsto aumento vertiginoso della popolazione mondiale), parziale conversione dei terreni a pascolo (pari al 30% di quelli coltivabili).

Per quanto la proposta inglese sia stata sagace nell’incitare ad affrontare temi concreti, chiedo un attimo di riflessione. Perché basta un attimo per capire che manca la relazione con la più grande delle cause e, di conseguenza, manca la più concreta delle soluzioni.

Quali?

La principale causa, a mio giudizio (tratta dall’intersecazione dei dati ufficiali): gli allevamenti intensivi.

La principale soluzione, a mio giudizio: l’annientamento degli allevamenti intensivi, ovviamente, oltre la derivata contrazione dei bisogni effimeri urbani.

Perché affermo questo?

Chi ha letto il mio articolo Città, effetto serra e allevamenti intensivi probabilmente già avrà capito a cosa mi riferisco.

Riprendo alcuni concetti: il 25% della superficie terrestre è occupata da allevamenti intensivi (dato in vertiginosa crescita); un terzo delle risorse idriche planetarie viene impiegato per gli allevamenti intensivi e il 70% dei cereali prodotti è destinato a questo drammatico e dannoso meccanismo alimentare. Esorto alla lettura del Meet Atlas redatto dalla Fondazione tedesca Heinrich Boll, per capire quali dimensioni abbia raggiunto il consumo di carne nel mondo e quali conseguenze si stanno subendo (devo dire, giustamente).

Nel solo anno 2016 sono stati prodotti 2.569 milioni di tonnellate di cereali (Fonte: FAO), di cui ben 1.798,3 sono stati riservati agli allevamenti intensivi. La coltivazione dei cereali richiede l’impiego del 46% (circa 750 milioni di ettari) di tutta la terra coltivabile. Ciò significa che il 32,2% della terra coltivata è asservita ai bisogni degli allevamenti intesivi. E significa che ben 525 milioni di ettari hanno la medesima destinazione.

In termini differenti, senza gli allevamenti intensivi la disponibilità di suolo agricolo aumenterebbe della componente pari al 25% delle terre emerse (quota dovuta all’occupazione degli stabilimenti) + 32,2% della terra coltivata (componente dovuta alle produzioni di cereali destinate agli allevamenti). Vale a dire che avremmo 37.250 + 5.250 = 42.500 migliaia di chilometri (circa il 30% della superficie terrestre) in più per vivere secondo Natura, abbattendo anche massicciamente l’effetto serra e l’inquinamento delle falde idriche.

Senza contare l’incidenza del consumo di acqua. L’ho detto: un solo chilo di carne bovina necessita dell’impiego di 15.000 litri. Vado oltre: la produzione annuale di carne ha superato i 300 milioni di tonnellate. Vale a dire che il relativo consumo di acqua si aggira intorno ai 4,5 miliardi di litri annui. Ne vogliamo parlare ancora? Non basta?

Abbiamo vissuto un’estate con una carenza d’acqua enorme, dalle grandi città ai piccoli paesi. Ed è ancora così. Il cielo non aiuta più (non può, d’altronde), non piove, piove poco. Quando accade, bombe d’acqua si riversano su interi territori e la capacità della terra, già compromessa, di trattenerne la portata è poca o quasi nulla.

Fatto sta che la carenza d’acqua è diventato uno dei temi scottanti della contemporaneità.

Perché? Perché ai livelli di governo nessuno interseca dati reali e trae somme concrete? Nessuno trasferisce massicciamente le amare verità su quello che è il più grande dramma planetario, la cui risoluzione condurrebbe alla salvezza della terra.

Mi chiedo se i potenti si soffermino mai sulla vita dei loro stessi figli. Possibile che gli interessi economici siano più importanti?

Noi uomini, e solo noi, siamo macchine di distruzione di massa.

Infine, una curiosità: il rapporto inglese afferma che si sta procedendo verso la produzione di suolo adatto solo a edificare. Dovremmo essere contenti, noi architetti? Non scherziamo.

 

Città, effetto serra e allevamenti intensivi

Lug
19

La città, l’ho detto e ripetuto, assorbe il 75% delle risorse planetarie (p.e. Rif. artt. L’inganno della Sostenibilità e L’immenso dramma urbano). Il mostro urbano, in inarrestabile crescita, sta avvicinando la terra alla sesta estinzione di massa: è un dato scientifico. Ed è un dato scientifico che questo inquietante traguardo sia dovuto a una sola delle specie: l’uomo.

In questo momento, ore 16.51 del 19 luglio 2017, nel mondo ben 1.645.284.850 persone sono in forte sovrappeso, altre 628.797.889 sono obese (Fonte WHO – World Health Organization, programma Obesity and overweight), mentre 637.337.162 sono denutrite (Fonte FAO, programma The state of food insecurity in the world). I primi due dati sono in forte aumento, l’ultimo è in lieve decremento.

Sono fenomeni rintracciabili quasi esclusivamente in ambienti urbani, a differenza di aree meno urbanizzate dove la forbice tra miseria e opulenza va a ridursi.

Le esigenze largamente effimere delle aree urbane richiamano sprechi devastanti di risorse. Tra questi, il consumo smodato di carne che, secondo la FAO è destinato a crescere del 73% entro il 2050, nonostante i moniti dell’OMS sul pericolo derivato e sulle relazioni accertate tra consumo di carne e sviluppo del cancro. Di pari passo viaggia ovviamente l’incremento degli allevamenti intensivi che, già oggi, occupano il 25% della superficie terrestre. Dati allarmanti, questi. Come allarmante è la consapevolezza che l’uomo non si renda conto dell’insostenibilità della strada che percorre il proprio avanzare verso la distruzione.

Pressappoco alla stessa ora di oggi, ben 6.023.305.990 milioni di litri di acqua sono stati consumati dall’inizio dell’anno (Fonti: Global Water Outlook to 2025 – International Food Policy Research Institute – IFPRI e International Water Management Institute – IWMI), mentre 602.563.607 persone non hanno accesso all’acqua potabile (Fonte: World Health Organization – WHO, programma Water Sanitation and Health -WSH).

Per la produzione di un kg di carne bovina, negli allevamenti intensivi, sono necessari 15.000 litri di acqua (un kg di vegetali richiede l’impiego medio di 1.000 litri). Un terzo delle risorse idriche planetarie viene impiegato per gli allevamenti intensivi e il 70% dei cereali prodotti è destinato a questo drammatico e dannoso meccanismo alimentare, con ripercussioni enormi sui più deboli e poveri.

La FAO informa che la principale causa del riscaldamento globale proviene dagli allevamenti intensivi cui si deve almeno il 51% dei gas serra (in particolare: anidrite carbonica, metano e protossido d’azoto), oltre che dalla produzione di ammoniaca delle deiezioni liquide derivate che inquinano le falde acquifere e dai vaccini, dagli ormoni e dagli antibiotici che, utilizzati massicciamente per garantire la seppur breve sopravvivenza agli animali in condizioni di stress insopportabile, si riversano nel ciclo ambientale, organico e dei rifiuti. Gas che provocano anche il continuo innalzamento della temperatura terrestre, con imprevedibili ripercussioni sugli ecosistemi naturali.

Quali conseguenze? Eccone alcune: scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, massiccia deforestazione per fini di pascolo con conseguenze anche sulla capacità del pianeta di ridurre le emissioni di CO2 tramite la trasformazione in ossigeno per fotosintesi, insano consumo del suolo, desertificazione di vaste aree (il 20% della superficie terrestre è desertificata in conseguenza degli allevamenti), straripamenti e inondazioni, dissesti ambientali, acidificazione degli oceani, alterati fenomeni di piovosità e siccità.

Il metano deriva dalla fermentazione dovuta ai processi digestivi degli animali (il numero di capi artificialmente prodotto, con pesante alterazione delle nascite naturali, e la concentrazione in alcuni ambienti, generalmente insani per l’impossibilità di mantenimenti di igiene adeguata) e dall’evaporazione delle deiezioni, la trasformazione degli escrementi produce protossido di azoto, la filiera della carne richiede combustioni con alta formazione di anidrite carbonica. Gli allevamenti intensivi per la produzione di carne e latte sono dunque la principale causa dell’effetto serra. Vale a dire che l’atmosfera, ormai malata, non è più in grado di disperdere adeguatamente il calore dovuto all’irradiazione solare.

Il Dossier Livestock’s long shadow (per dirla in italiano: l’ombra oscura degli allevamenti intensivi) della FAO, risalente addirittura al 2006 riporta, tra l’altro, questo agghiacciante dato di confronto rilevato da calcoli scientifici: il 51% dell’anidride carbonica, del metano e dell’azoto insieme è emesso dagli allevamenti intensivi (come già accennato), mentre il 14% soltanto si deve ai trasporti via terra, cielo e mare. Qui la FAO afferma le emissioni di gas terra devono essere almeno dimezzate al più presto, con la drastica riduzione degli allevamenti intensivi e il consumo di prodotti di origine animale. Pena la fine del mondo.

E tutto questo senza aver neppure sfiorato il tema della sofferenza di esseri sensienti, sulla qual cosa pure ci sarebbe da dire. Anzi, ci sarebbe da dire molto, molto di più.

Basterebbe un po’ di buon senso, una presa di coscienza verso la consapevolezza di cui ho spesso accennato: la vita sul Pianeta è regolata da leggi naturali che non possono essere trascurate. La città chiede troppo, l’effimero governa e il danno è incontenibile.

Mi sono sempre detta: qualcuno, qualche collega progetterà pure questi luoghi di distruzione e sofferenza. Varrebbe la pena rifletterci su’, evitando di contribuire al massacro.

L’immenso dramma urbano

Lug
08

La città mondiale è lo specchio dell’inganno della sostenibilità (Rif. art. L’inganno della Sostenibilità). Come ho già detto, gli ambiti urbani consumano il 75% delle risorse del Pianeta, pur occupando una superficie inferiore al 5% di quella delle terre emerse (Rif. Articoli della serie Spasi e Luoghi dell’Architettura).

In valori assoluti, su circa 149.000 migliaia di km, estensione delle terre emerse, vivono oltre 7,516 miliardi di persone (valore in esponenziale crescita, visto che solo quest’anno – e finora – sono nati oltre 72 milioni di bambini e sono morti poco meni di 30 milioni di individui). La popolazione mondiale complessiva è distribuita sul 10% delle terre emerse, ossia su 14.900 migliaia di km. 4 miliardi di persone vivono nelle aree altamente urbanizzate, altri 2 miliardi circa vivono in quelle mediamente urbanizzate. Solo 1,5 miliardi di individui sono distribuiti nelle aree meno urbanizzate.

Appare ragionevole, intersecando i numerosi dati che ho riportato in vari articoli, asserire che:

  • meno dell’1% della superficie delle terre emerse (quota attribuibile alle aree altamente urbanizzate) accoglie 4 miliardi di individui, con una densità abitativa drammatica e oscillante in dipendenza della tipologia di area. Qui ha sede lo sviluppo delle baraccopoli che, come ho già detto (Rif. Art. 4 – Spazi e Luoghi dell’Architettura), ospitano 1 miliardo di persone,
  • circa il 4% della superficie delle terre emerse (quota attribuibile alle aree mediamente urbanizzate) accoglie altri 2 miliardi di persone,
  • sul restante 5% (aree poco urbanizzate) sono distribuiti 1,5 miliardi di individui.

Chiarisco che quando parlo di aree altamente urbanizzate non mi riferisco solo alle 21 maggiori megalopoli (fenomeno inquietante, che da solo accoglie il 20% della popolazione mondiale – Fonte ONU, ovvero 1,5 miliardi di persone), ma a tutti quegli ambiti che presentano un tasso di urbanizzazione molto alto. Quando parlo di aree mediamente urbanizzate, mi riferisco alle città medie città. Gli agglomerati minori – borghi, paesi, piccole città, eccetera – costituiscono l’ultima categoria.

Tokyo – Foto di David Mark
Fonte Pixabay

Le megalopoli, in vertiginoso aumento anche del numero (nel 2014 l’ONU stimava che sarebbero diventate 29 nel 2025, e invece già oggi se ne contano 37), hanno superato perfino il concetto che ne aveva dato Gottmann. La struttura polinucleare sembra non esistere più e le aree agricole – cuscinetti d’interconnessione – sono ormai sparite nella maggioranza dei casi.

Questi mostri – costantemente monitorati dal Global Urban Observatory Network (GUO Net) di UN Habitat – quasi mai offrono condizioni di vita accettabili. Al di là di casi in cui la razionalizzazione urbana, derivata da un’efficace pianificazione (come per New York), se non altro produce una forma di vivibilità più fluida, questi luoghi attraggono e generano insieme problemi di ogni natura.

Giusto per avere idea del fenomeno, benché approssimativa, le 21 maggiori megalopoli accolgono più di 350 milioni di individui e occupano una superficie totale di circa 120.000 kmq. Ne deriva una densità media di 2.916 ab/kmq. Valore molto vicino a quello di Roma, pur non essendo questa nel guinness dei primati. Ma qual è la vera distribuzione degli abitanti delle megalopoli? Come valutarne le concentrazioni in porzioni di territorio maggiormente compromesse? Può considerarsi accettabile, per esempio, che Mumbai possegga una densità superiore ai 30.000 ab/kmq e Lagos superi i 16.000? Un dato è certo: densità urbana e povertà sono fortemente relazionate.

Insomma, la città cresce a dismisura e i fabbisogni urbani – reali ed effimeri – seguono il passo. L’incapacità umana di contrarne la domanda genera il delirio di cui ho più volte detto e le ripercussioni sono rintracciabili nell’enorme danno ambientale, nell’invivibilità (che richiama insicurezza, abbandono, traffico, sovraccarico diffuso, criminalità, miseria, insopportabile amplificazione del divario ricchezza/povertà, eccetera), fino alla guerra e alla morte precoce.

Sempre più la città si sta trasformando da luogo del vivere in luogo del morire.

Lo scintillio delle luci notturne, la disponibilità di luoghi per lo svago, la diffusione di servizi di approvvigionamento e tutti gli altri apparenti benefici sono fuochi di paglia e, troppo spesso, sono essi stessi causa del grave disagio, perché richiedono un insostenibile impiego di risorse.

La città non è pronta al cambiamento che la società odierna ha velocemente imposto, definendo una traiettoria a dir poco devastante. Le architetture non sono adeguate e la presunzione politico/amministrativa di internazionalizzare ogni ambito urbano è un coltello nel fianco dell’equilibrio globale. Intanto la Cina si spinge ancora oltre e, derivazione d’un pensiero politico di stampo imperiale, avvia un piano per la costruzione della megalopoli più grande del mondo: Jing-Jin-Ji, pensata per accogliere oltre 130 milioni di abitanti. Un piano di dominazione del mondo.

Quale messaggio? Quale risposta? Quale futuro? Quali azioni intraprendere?

Procedo per passi. Ho promesso che avrei analizzato, uno a uno, i più importanti moventi del crollo delle città per poi, con prudenza, arrivare a definire le azioni che – dal mio punto di vista – potrebbero condurre a metodi di riqualificazione urbana. Inizierò col parlare di allevamenti intensivi e del derivato effetto serra. Perché è anche questo un problema urbano, visto che la domanda più ingente giunge da qui.

L’inganno della sostenibilità

Giu
26

È il 1987. La WCED (Commissione Mondiale Ambiente e Sviluppo) è coordinata da Gro Harlem Brundtland, una donna norvegese, capace, motivata e impegnata in battaglie ambientaliste. È lei a commissionare il Rapporto che prenderà il suo nome. E certamente le sue intenzioni sono oneste.

Ed è ancora lei, attraverso il medesimo Rapporto Brundtland, a consegnare un concetto di sostenibilità secondo cui:

lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri

“Un concetto” che presto diventa “il concetto”. Sedi del potere, Università, scuole di qualsiasi livello e grado, Associazioni, Fondazioni, Onlus, nicchie culturali, pensatori aperti, geografi, stampa, televisioni, eccetera eccetera, tutti convinti di avere tra le mani la soluzione per il comune futuro.

Da troppi professori (e dai presunti tali) ho sentito enunciare questo principio, trasferirlo agli studenti, obbligare gli studenti a farlo proprio come fosse un assioma matematico. Troppi testi di studio lo propongono in questa modalità. Slogan puro e spiegazioni poche. Ma chissà quanti hanno realmente letto il Rapporto Brundtland per intero. Pochi direi, altrimenti l’idea dell’assioma – perlomeno in una certa direzione – avrebbe perso significato.

Difatti all’interno del Rapporto questo concetto dimostra essere più vicino alla speranza, al monito, che alla certezza. E ciò, nonostante un certo grado di incomprensibile (almeno dal mio punto di vista) ottimismo, particolarmente relazionato al convincimento che la tecnologia avrebbe provocato un tale straordinario cambiamento, del tutto favorevole al sistema ambientale complessivo, conducendo verso un differente e più equo sviluppo economico. Non è così. Non è stato così e non sarà, purtroppo, così.

Ma qual è la realtà?

Nella serie Spazi e Luoghi dell’Architettura (voce del blog Architettura, sub-voce Quaderni) ho spesso affrontato il tema del disastro ambientale. Nell’articolo N. 7 della serie ho raccolto dati ufficiali su alcune delle più importanti cause di devastazione della Terra. In appena trentacinque giorni, dal 4 aprile al 9 maggio 2017, è accaduto questo:

Nel mondo, 1.830.834 ha di foreste sono state distrutte e 2.464.802 ha di terra coltivabile è stata erosa (Fonte: FAO). La desertificazione ha raggiuto la soglia di 4.224.589 ha (Fonte: UN). L’emissione di CO2 si attesta a 13,42 miliardi di tonnellate (Fonte: IEA). Le sostanze tossiche rilasciate nell’ambiente misurano 3.447.427 tonnellate (Fonte: UN).

Sono trascorsi solo trent’anni dalla data di emissione del Rapporto Brundtland. E dico solo perché mi è difficile credere che nel 1987 i redattori del Rapporto non avessero chiaro il problema – benché forse meno incisivo di oggi – di cosa stesse realmente avvenendo, di quale danno catastrofico si stesse macchiando l’umanità.

Il processo di cambiamento secondo cui lo sfruttamento delle risorse, l’orientamento degli investimenti, l’indirizzo dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali, come immaginato dal Rapporto, non ha fondamenta. Basti riflettere sul tema dell’esauribilità di alcune risorse.

Foto di Kalman Kovats

Dal 1987 a oggi le fonti inquinanti sono aumentate vertiginosamente, si sono moltiplicati gli allevamenti intensivi (immorale attività e principale causa dell’effetto serra), le emissioni nell’aria di PM10 (e di altri infestanti) crescono a dismisura. E poi l’erosione delle terre, il prosciugamento delle falde acquifere, la desertificazione e la conseguente estinzione di specie animali (oltre al tema etico, che per me ha privilegio, dovremmo tenere presente che noi esistiamo perché esistono loro, nel rispetto delle regole naturali che si chiamano ecosistemi). E poi l’esponenziale crescita delle conurbazioni che, come ho detto in altri articoli, assorbono il 75% delle risorse planetarie. E poi l’iniqua ripartizione della ricchezza che, data la forbice ormai raggiunta, sembra mollare uno schiaffo allo stesso Rapporto Brundtland laddove asserisce che, adottando alcune misure, si può giungere a una più coerente distribuzione economica perfino ai livelli nazionali.

Tutti temi su cui ritornerò, uno ad uno, per dimostrare quali responsabilità abbia la città odierna, quali futilità collettive degli spazi urbani producano devastazione, morte e guerra.

Allora chiedo: a cosa è servito, quale impulso ha dato il Rapporto per procedere verso un migliore futuro? Come mai se ne continua a parlare, convinti (almeno apparentemente) del grande merito che ha avuto l’acclarato concetto di sostenibilità? Quanti interessi reali sono intravedibili oltre tutto questo fare convegni, pubblicazioni, manifestazioni, insegnamenti?

E chiedo ancora: non sarebbe più giusto iniziare a perseguire concetti di minore insostenibilità, osservando finalmente il mondo dal punto di vista complessivo e non soltanto relazionato all’interesse umano?

Insomma, Our common future: anche così è conosciuto il Rapporto Brundtland. Ma i disastri in cui è immerso il sistema Terra non consentono di intravedere neppure un futuro a lungo termine, figuriamoci quanto provocatorio e menzognero possa essere parlare di aspettativa comune.

A un punto del Rapporto va però dato merito. Quello di aver introdotto l’importanza della partecipazione di tutti ai processi di cambiamento. Proprio per questo, io credo, il vero propulsore alla mitigazione del danno complessivo è da ricercarsi nella generazione di una coscienza collettiva che non può che derivare da una corretta conoscenza.

Sto cercando di dare il mio contributo.

 

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